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mercoledì 28 febbraio 2024

Il Racconto dell’Ancella

Elettrizzata. Commossa. Soddisfatta. Sono i tre aggettivi che mi balzano in mente ora che ho appena terminato I Testamenti di Margaret Atwood. 
I Testamenti è il seguito del Racconto dell’Ancella, un romanzo distopico che tratta però temi sempre attuali, come la sottomissione della donna e la progressiva perdita di dignità dell’essere umano nei regimi totalitari. 
Ho letto Il Racconto dell’Ancella tutto d’un fiato all’inizio di quest’anno e l’ho trovato illuminante: nel suo ipotizzare un futuro tipicamente orwelliano, mostra la natura umana per quella che realmente è, senza falsi tabù o pregiudizi, e ci spinge a guardarci dentro, rendendoci dei giudici un po’ meno severi di noi stessi. È una storia forte, a tratti decisamente cruda, raccontata da un’ancella, ovvero una donna utilizzata solo a scopi di procreazione, da comandanti le cui mogli sono risultate sterili. 
Le ancelle e quasi tutte le altre donne a Gilead non hanno il permesso di leggere o scrivere, persino le insegne dei negozi non hanno scritte, ma solo disegni. Ma soprattutto ogni donna deve vestirsi ed atteggiarsi in modo da non provocare gli uomini, che notoriamente s’infiammano alla sola vista di una caviglia…
Questo non è certamente il pensiero della Atwood, che persino nei ringraziamenti finali dei Testamenti, cita il suo compagno di vita, Graeme Gibson, suo “partner in tante strane e meravigliose avventure da quasi cinquant’anni”.
La Atwood non condanna né gli uomini né le donne, ma semmai la brama di potere che spinge alcuni esseri umani a comportarsi nei modi più biechi. Non condanna nemmeno chi si trova ad essere dalla parte dei carnefici, perché tutti hanno le loro motivazioni, come ad esempio la sopravvivenza e il non riuscire più a sopportare le torture più barbare e crudeli che si possono immaginare.
Non consiglierei questi libri a dei giovani lettori, che potrebbero sentirsi disturbati dai temi trattati, ma soprattutto perché non avrebbero ancora alle spalle un vissuto tale che li induca a guardarsi dentro con la dovuta profondità. Ammetto che il secondo libro, scritto circa trentacinque anni dopo Il Racconto d’Ancella, risulta più delicato. Ciò che mi ha entusiasmato è stato l’alternarsi di ben tre testimonianze, raccontate da tre donne con tre funzioni diverse a Gilead, testimonianze che sciolgono tutti i nodi del primo libro; in particolare mi ha colpito il mio simpatizzare con una tipologia di persona che non avevo assolutamente gradito nel Racconto dell’Ancella.
Un consiglio: se avete intenzione di guardare la serie tv con Elisabeth Moss, Joseph Fiennes, Yvonne Strahovski e Alexis Bledel, fatelo solo dopo aver letto i libri, perché già dalla prima puntata si spoilerano un paio di informazioni che si evincono solo alla fine del primo libro.
Entusiasta di questi due romanzi e pronta a leggerne molti altri della stessa autrice, vi saluto, dandovi il consueto appuntamento alla nostra prossima recensione.
Au revoir, mes amis! ;-)





sabato 17 febbraio 2024

Se solo fosse vero

 In questa settimana di San Valentino ho deciso di leggere qualcosa di romantico. Così ho optato per un libro che era nella mia libreria da quasi diciassette anni…
All’epoca avevo visto al cinema il film ispirato a

questo romanzo, con Reese Whiterspoon e Mark Ruffalo nei panni dei protagonisti, e mi era piaciuto molto.
Forse proprio perché conoscevo già la trama, avevo rimandato la lettura del libro. Ma adesso sentivo che era il momento di aprirlo. Confesso che leggerlo mi ha sorpresa, anche se non del tutto in positivo. Comincio subito col dire che è un libro gradevolissimo, molto grazioso, e lo stile è scorrevole, basti pensare che, nonostante io sia una lettrice piuttosto lenta, l’ho finito in quattro giorni in cui ho lavorato ad un ritmo serrato. Ciò che non mi è piaciuto particolarmente è stato l’insistere, a mio avviso, dell’autore sull’incredibile bellezza della protagonista, Lauren, che rende difficile l’identificarsi con lei. Mi spiego meglio, conosco molti begli uomini e molte belle donne, ma non credo di aver mai incontrato una top model. Lauren invece è talmente perfetta che, quando nelle primissime pagine ha un incidente con la sua Triumph, i medici ci mettono tutto il loro impegno per rianimarla, non solo perché è una collega, ma anche perché “è troppo bella per morire”…
Anche il protagonista maschile, Arthur, mi ha lasciata perplessa: un uomo che nella sua vita ha solo avuto donne che ha amato davvero, perfino nella pre adolescenza, e che  ha delle convinzioni talmente profonde sull'amore, che farebbe vergognare qualsiasi principe azzurro di non essere alla sua altezza, e al punto da risultare quasi assurdo e decisamente poco credibile. Inoltre l’autore tenta a tutti i costi di suggerire spunti di riflessione, scrive frasi volutamente commoventi, mette in bocca ai personaggi battute o crea situazioni non così comiche, in quanto volte solo alla ricerca della risata del lettore, rasentando la banalità. 
E nonostante tutto questo, l’ho letto velocemente. Perché la trama non segue affatto quella del film, anche se il film era stato ovviamente tratto da questo romanzo. E l’idea di questa storia è sicuramente originalissima, e ci si chiede perché soltanto Arthur sia in grado di vedere il fantasma di Lauren, perché proprio lui e nessun altro, e si corre tra le pagine, curiosi di capire cosa c’è dietro tutto questo (anche un personaggio che avrà una certa rilevanza verso la fine del libro, si mostrerà curioso), si legge in fretta, in frettissima, poiché niente risulta scontato in questa storia così inverosimile, ma dolcissima, e non si può far altro che sperare in un lieto fine. Ed è proprio verso gli ultimi capitoli che ho iniziato a sentirmi più in empatia con questo libro, grazie a qualcuno che, a posteriori, confessa di non essere stato affatto così perfetto come sembrava (se poi lo leggete, ditemi se avete capito di chi parlo), e grazie soprattutto ad una frase nelle ultimissime pagine, che mi ha infuso un’infinita tenerezza perché finalmente mi sono immedesimata: infatti in un istante ho rivisto la mia storia con l’uomo che amo, e un sorriso mi si è disegnato sulle labbra prima ancora che me ne rendessi conto (… “non stava più attento al suo comportamento, gustava ogni istante di cui era tessuto il loro amore”, p. 202). Ed ora vi confesso che sono persino curiosissima di leggere il seguito, che mi affretterò ad ordinare quanto prima.
Quindi sì, un libro con qualche pecca (che magari voi nemmeno noterete), ma direi che è il libro giusto da leggere a San Valentino o perlomeno quando si è innamorati o si ha voglia di esserlo. Fatemi sapere se lo leggerete e cosa ne pensate. 
Ci vediamo alla prossima recensione :-)
Au revoir, mes amis ;-)

domenica 11 febbraio 2024

Essere figlio di Oscar Wilde

Quando chiediamo, l’Universo risponde. E così è stato anche questa volta. Dopo essere rimasta orfana del colossale American Gods di Neil Gaiman, di cui ho scritto una recensione nel post precedente, cercavo un libro totalmente diverso, che mi aiutasse a sbarazzarmi di tutto lo stress accumulato recentemente e che mi ricordasse soprattutto quanto sia giusto e doveroso ringraziare per tutta la bellezza che ci circonda.
Così al giovedì sera frugo tra i libri della mia libreria, ma nulla mi convince davvero. Al venerdì mattina incontro la mia collega - amica per il nostro solito caffè e mi chiede: “ti piacciono le biografie?”, sì, certo, è la mia risposta.

E con un gran sorriso mi porge un libro su Oscar Wilde (uno dei quattro autori su cui ho fatto la tesi di laurea, e per chi non lo sapesse, ricordo che insegno letteratura inglese al liceo): “è per te!”. Un regalo fatto così, senza alcuna ricorrenza, solo perché sa che leggere mi rilassa e che adoro Wilde. Che dolce! Mi si allarga il cuore, inizio a leggerlo subitissimo, …ed era proprio il libro che cercavo. 
Essere Figlio di Oscar Wilde - il Grande Scrittore e la sua Famiglia nel Racconto Inedito del Secondogenito Vyvyan Holland - a cura di Merlin Holland è in realtà un’autobiografia di Vyvyan, più che una biografia su Oscar, presentata con un’introduzione sentita e toccante di Merlin, figlio di Vyvyan stesso e quindi nipote di Wilde.
Vyvyan descrive la sua tragica vita senza cercare la pietà di nessuno, la presenta esattamente così come è stata, ed è proprio per questo che risulta estremamente commovente. Varie volte, leggendolo, mi sono ritrovata con le lacrime agli occhi. Da ben più di trent’anni sono una grande appassionata delle opere di Oscar Wilde e del personaggio che dev’essere stato, eccentrico ed assolutamente amabile, infatti nel 1997 avevo addirittura visto al cinema il film Wilde; eppure non avevo realizzato quanto fosse stato doloroso per lui separarsi dai suoi figli, e non avevo capito quanto soprattutto loro avessero sofferto. All’epoca mi ero soffermata sull’umiliazione provata dalla moglie e sull’ingiustizia subita da Oscar. Ma ora che ho figli capisco. Proprio ultimamente mi è capitato di ripercorrere con i miei bambini i bei momenti vissuti insieme fino ad ora, i pomeriggi al cinema, le cene nei pub, le vacanze al mare e pure i pranzi sempre insieme durante il lockdown, che ora riusciamo a fare solo nei fine settimana. Quello che rende felice la nostra vita, ciò che ci fa sentire sempre al sicuro, ciò che possiamo semplicemente chiamare “casa” è in effetti lo stare insieme, anche in momenti difficili come appunto la primavera del 2020. Ed è questo stare insieme che è stato brutalmente strappato sia ad Oscar, sia soprattutto ai suoi figli, Cyrill e Vyvyan, che avevano diritto ad un’infanzia serena, come ogni bambino, ma che invece è stata loro negata dal 1895, anno in cui Wilde è stato arrestato. Da lì non l’hanno mai più rivisto. Da lì hanno perso irrimediabilmente il loro papà, ai loro occhi bellissimo, forte, gentile, dotato di una grande empatia, un vero gigante buono, sempre entusiasta di giocare con i suoi bambini e che per questo “si metteva a quattro zampe sul pavimento della cameretta e si trasformava una volta in un leone, un’altra volta in un lupo o ancora in un cavallo, senza curarsi del suo aspetto solitamente immacolato” (Essere figlio di Oscar Wilde, p. 66). Era un uomo ed un padre meraviglioso. E i suoi figli crescevano felici, fino a quando, dal 1895, Cyrill “non sorrise mai più” (p. 75) e Vyvyan difficilmente riuscì ancora a sentirsi a casa.
È un libro che fa riflettere. Cercavo un libro che mi ricordasse quanto sia giusto e doveroso ringraziare per tutta la bellezza che ci circonda. Nell’introduzione Merlin racconta che poco prima di morire, suo padre Vyvyan, finalmente guarito dalle ferite della sua infanzia, scrisse: “Quindi, data la mia buona salute, una bella casa piena di libri, la sicurezza di un buon pasto con la mia famiglia o con i miei amici, con chi mi cambierei? Quando mi sento depresso, conto le mie benedizioni una ad una e sento di essere un uomo felice, di non avere nulla da rimproverare al destino, che a volte mi ha quasi schiacciato, ma che alla fine mi ha lasciato, per così dire spiaggiato sulle rive del tempo nella calda luce del sole” (p. 16).
Grazie, Vyvyan, che ci ricordi quant’è bella la vita.
In fondo al libro si trovano inoltre le foto della famiglia Wilde, le lettere di Oscar ai suoi amici, alcuni poemi in prosa inediti, e persino le lettere di Bosie, l’amante di Oscar, nonché causa indiretta della sua rovina.
Un’attenzione particolare va rivolta anche all’edizione di questo libro, Profilo pubblico o profilo privato? - La Lepre edizioni, molto ben curata e corredata di un segnalibro da ritagliare.
Come al solito, non posso far altro che consigliarvi di leggere questo gioiellino, così lontano dalle mode attuali, ma che da subito riesce a porsi così vicino ai cuori dei lettori.
Ora vi saluto e ci vediamo alla prossima recensione.
Au revoir, mea amis! ;-)





mercoledì 31 gennaio 2024

American Gods di Neil Gaiman

Un viaggio: questo l’effetto che mi ha fatto leggere American Gods di Neil Gaiman.
Lo so, ogni volta che leggiamo un libro intraprendiamo un viaggio; un viaggio in terre ed epoche lontane, spesso ai confini dell’universo o in angoli remoti della psiche umana, 
ma American Gods è un viaggio vero e proprio, più di qualsiasi altro libro che abbia mai letto, un viaggio nei luoghi più disparati d’America, in cittadine dimenticate dal resto del mondo, in metropoli come Chicago, un viaggio nel nord più a nord della Terra, in Irlanda, in Scozia, in piccoli appartamenti fumosi nel cuore degli USA abitati da famiglie slave, un viaggio in Florida, nell’antico Egitto, nei sogni o incubi notturni che ci fanno dubitare della realtà in quanto tale e della nostra sanità mentale, un viaggio nel tempo dal 14.000 a.C. ai giorni nostri, un viaggio fino agli Inferi e ritorno, che ci porta a conoscere dèi vecchi e nuovi, un viaggio dentro noi stessi che ci lascia necessariamente cambiati e che sembra non finire mai.
Ammetto che all’inizio e andando avanti con la storia, non ero convintissima: troppi pugni allo stomaco, personaggi principali (tipo Wednesday che assolda il protagonista come guardia del corpo) troppo squallidi e che non si fanno scrupoli ad usare le arti magiche per soddisfare i propri impulsi sessuali con ragazzine minorenni, troppo sesso esplicito. Non è il tipo di libro che leggo normalmente. Ma non ho desistito, complici lo stile scorrevole di Neil Gaiman, la sua profonda conoscenza di civiltà antiche e di divinità di ogni cultura e religione, che condivide con noi lettori praticamente ad ogni pagina, e, perché no, complice soprattutto la presenza di Shadow, il protagonista.
Shadow è un ex galeotto, che ha passato tre anni in carcere a causa di una rapina, fatta solo per accontentare la moglie di cui è innamoratissimo. 
È grande e grosso, è bello e taciturno, il classico uomo che a prima vista non susciterebbe mai il mio interesse, eppure non ho potuto non affezionarmici. Shadow risulta da subito una persona pulita, colta, leale, con principi sani, contrario alle ingiustizie, buono, nonostante lo incontriamo per la prima volta proprio durante la sua permanenza in prigione. Ho immediatamente simpatizzato con lui, e alla fine del nostro viaggio insieme, mi sono ritrovata a considerarlo un buon amico.
Ciò che mi è piaciuto di questo libro è anche la grande quantità di colpi di scena che mi hanno lasciata con il fiato sospeso fino all’ultima pagina.
E dulcis in fundo, nei ringraziamenti finali Gaiman cita il mio amatissimo Terry Pratchett, oltre a ringraziare anche altre decine e decine di persone, cosa che ci fa capire quanto lavoro ed impegno ci siano dietro a un libro così imponente (si può dire di un libro? Non lo so, ma sicuramente rende l’idea), voluminoso e ben dettagliato.
Inoltre ho iniziato a guardare la prima stagione della serie TV prodotta dallo stesso Gaiman, che mi sembra davvero ben fatta e in cui trovo che gli attori che interpretano i personaggi siano davvero azzeccatissimi.
Vi lascio con una frase chiave di questo libro, che spero stuzzichi la vostra curiosità: “Nessun uomo può dirsi felice fino a quando non è morto”, - Erodoto.
Ora, soddisfatta al termine di questo lunghissimo viaggio di 760 pagine, e ringraziandovi nuovamente per avermi letta, vi saluto e ci rivediamo, spero, per la prossima recensione.
Au revoir, mea amis! ;-)



domenica 10 settembre 2023

Ma gli androidi sognano pecore elettriche?

Mi è capitato almeno un paio di volte in questo blog di parlarvi, perlomeno trasversalmente, di Blade Runner (Amami come Vincent ama Irene e Andrea). È un film che adoro, l’ho visto più volte con i diversi finali, ed è tutta colpa del mio insegnante di filosofia del liceo che me ne aveva fatto innamorare. Proprio lui ci aveva anche parlato del romanzo a cui il film è liberamente ispirato, Do androids dream of electric sheep?, in italiano tradotto prima con Il cacciatore di androidi, e poi pubblicato con il titolo originale Ma gli androidi sognano pecore elettriche?

Questo titolo mi aveva affascinato da subito ai tempi del liceo, lo trovavo geniale, e mi ero ripromessa di leggere il libro prima o poi. All’epoca leggevo soprattutto i grandi classici della letteratura, oppure quando volevo rilassarmi leggevo fumetti italiani o manga. Ora però leggo di tutto, narrativa di ogni tipo e persino saggistica, quindi è finalmente arrivato il momento degli androidi di Philip K. Dick.
Sono una lettrice lenta, ma costante, come mi ha definito una mia collega, e di solito non leggo autori americani perché li trovo pesanti. Ma questo romanzo è risultato scorrevole persino per me: l’ho letto in pochissimi giorni. 
Per chi come me è un cultore del film, noterà parecchie differenze: Deckard è decisamente meno eroico e più inetto nel libro, e a questa apatia contribuisce non poco la depressione a cui si obbliga la moglie Iran, totalmente assente nel film; J.F. Sebastian, progettatore genetico impiegato dalla Tyrell Corporation, è in realtà J.R. Isidore, uno “speciale” con cervello di gallina, che essendo stato contaminato dalle radiazioni dell’Ultima Guerra Mondiale, mai citata nel film, non può emigrare su altri pianeti né ha il permesso di riprodursi; Rachael, che appare dolcissima e indifesa nel film, e non possiamo che simpatizzare con lei, è invece fredda e calcolatrice nel libro. E le differenze non si fermano qui.
La San Francisco polverosa e piena di “palta” (i rifiuti organici ed inorganici che secondo Isidore si riproducono per una sorta di legge universale) si trasforma in una Los Angeles cupa e continuamente bagnata da piogge acide.
Una precisazione in particolare va fatta sugli androidi: nel mio vecchio post Andrea li descrivevo come “robot con fattezze umane dotati di un’intelligenza propria”, a differenza dei replicanti del film Blade Runner che erano invece “costituiti interamente di tessuto biologico creato in laboratorio”. Non sembra essere così nel libro in questione, perché se è vero che qui si trovano gli androidi anziché i replicanti, è pur vero che questi droidi, che vengono spesso definiti “macchine” dal cacciatore di taglie Deckard, necessitano però di un esame del midollo osseo una volta “ritirati” (ovvero uccisi) per accertarsi che siano realmente androidi e non esseri umani. Quindi? Sono anche loro composti da tessuti organici come i replicanti? E perché vengono visti come macchine se non hanno nulla di meccanico? Solo perché sono creati artificialmente?
La cosa non mi è chiara. Ma mi è assolutamente chiaro il modo in cui Dick ci sfida mettendo in dubbio le nostre convinzioni. Deckard infatti si sente tranquillo e con la coscienza a posto perché non ritiene di essere un assassino, ma solo un poliziotto che fa il suo dovere “ritirando” droidi. La moglie Iran invece lo qualifica, fin dalle prime pagine, come un vero e proprio assassino. E più si va avanti, più Deckard si accorge che sua moglie non ha torto; d’altra parte l’unica colpa di questi androidi è di voler vivere una vita degna e da persone libere, smettendo di essere schiavi degli umani su pianeti lontani ed invivibili come Marte. Altra grande differenza con il film: la cricca di Roy Batty era invece approdata sulla Terra per sapere dal loro creatore quanto tempo ancora restava loro da vivere.
L’empatia è la grande assente dal film e  l’indiscussa protagonista del libro. È l’empatia, secondo le stesse parole di Deckard, che distingue gli umani dagli animali predatori nonché dagli stessi androidi. Ma è qui che sorgono i problemi di natura esistenziale e filosofica: i sociopatici sono per definizione  privi di empatia, potrebbero quindi essere “ritirati” per errore? E capita a volte che non solo a loro manchi l’empatia, ma anche a chi per lavoro termina vite artificiali senza pensarci due volte… E alcuni droidi si mostrano più sensibili di molti umani (si veda anche nel film lo stesso Roy Batty che si rivela migliore del suo cacciatore). Mi ha colpito Isidore, il cervello di gallina, che agli inizi fa delle riflessioni notevoli sulle proprie capacità empatiche, decisamente più sviluppate che in molti altri umani, e si chiede se siano date dalla sua condizione di “speciale”.
Così come l’empatia, anche il Mercerianesimo, simil religione, fondamentale per alcuni aspetti della trama del romanzo, non è presente nel film.
Non vi spoilero le situazioni di due personaggi cosi diverse rispetto al film, al punto che quando le ho lette mi hanno fatto esclamare: “Oh! Ma no!” (Se poi volete sapere, scrivetemi in privato, as usual). Però vi cito le due frasi che più mi hanno colpito: “la maggior parte degli androidi che ho conosciuto hanno più vitalità e desiderio di vivere di mia moglie. Non ha nulla da darmi” (Deckard) e “solo perché tu sei una persona di elevati principi morali. Io, invece, no. Io non giudico nessuno, neanche me stesso” (Mercer rivolto a Isidore).
E con questo chiudo la mia recensione e vi consiglio: leggetelo. Ma se riuscite, guardate prima il film :) 
Au revoir, mes amis! ;-)

sabato 26 agosto 2023

L’Alsace et les contes de fées

Salut à tout le monde!
E dopo due anni di silenzio in cui mi sono semplicemente goduta la serenità della mia splendida famiglia e la felicità (talvolta un po’ stressata) del mio lavoro adorato, sono tornata.
Sono tornata per voi, per raccontarvi la mia vacanza da favola, o meglio, da fiaba dei fratelli Grimm, ed eventualmente darvi consigli utili (spero!) nel caso decideste di fare questo nostro stesso giro.
Pronti a partire? On y va!
Per chi mi segue su Instagram (https://instagram.com/mokuren75) ricorderà forse che nel febbraio 2018 ho accompagnato alcune classi del Liceo Linguistico del nostro istituto in gita a Strasburgo e dintorni. Ero rimasta così incantata da quei paesini fiabeschi che mi ero ripromessa di tornarci quanto prima con i miei bambini, certa che avrebbero anche loro apprezzato la magia di quei posti fatati.
Per chi non lo sa, Strasburgo è il capoluogo della regione francese dell’Alsazia, nonché capitale della UE e sede ufficiale del Parlamento europeo, scelta proprio in quanto, per secoli, è stata contesa tra Francia e Germania ed è infine divenuta il simbolo della riconciliazione franco-tedesca; motivo per cui la cultura in queste zone presenta tratti sia francesi che tedeschi, prendendo il meglio da entrambi, e la lingua è decisamente affine al tedesco nonostante si sia formalmente in Francia.
Così, il 10 agosto alle sette e mezza circa di mattina siamo partiti alla volta di Colmar, 75 km a sud di Strasburgo.
Edificio a graticcio
Edificio a graticcio 


Attraversando la Svizzera, con le dovute soste (almeno tre) e la coda subito prima di raggiungere il Gottardo, siamo giunti ad Eguisheim alle tre circa. Siamo rimasti lì poco più di un’oretta, giusto il tempo di visitare il suo centro pieno delle caratteristiche  case a graticcio, tipiche di tutta l’Alsazia.
Ma la cosa che più ci ha colpito di questo splendido paesino è stata la quantità di cicogne che si possono vedere tranquillamente nei loro nidi sui tetti degli edifici.

Tre cicogne in due nidi


Nido di cicogna ad Eguisheim 




Avevo letto sulla guida turistica della Lonely Planet, Francia settentrionale e centrale, EDT, che è Hunawihr la città per eccellenza delle cicogne, ma noi ci siamo accontentati di scorgerle ad Eguisheim e quindi non ci siamo passati.
Finalmente alle cinque siamo arrivati in hotel a Colmar, paese natale di Frédéric-Auguste Bartholdi, creatore della Statua della Libertà. L’albergo, leggermente decentrato, bellissimo e confortevolissimo, con colazione inclusa (dolce, salata e, per chi lo desidera, senza glutine) e parcheggio gratuito, ve lo consiglio vivamente: https://g.co/kgs/vdnyHtibis Styles Colmar Nord+33 3 89 41 49 14


Ed ecco cosa si vede arrivando all’hotel:




Ora vi mostro un po’ delle meraviglie che abbiamo ammirato a Colmar. Premetto che in quei due giorni non ci siamo soffermati a vedere musei perché non ce n’è stato il tempo, ma abbiamo preferito goderci il fiabesco centro cittadino, visitare il Castello di Haut-Koenigsburg e altri paesini nei dintorni (Riquewihr, Ribeauvillé, Obernai) e fare un romanticissimo giro in barca al tramonto.




















Entrambe le sere passate a Colmar


abbiamo cenato
 in una carinissima brasserie di Rue de Tanneurs (conciatori) che porta il suo nome, ed abbiamo cenato con un succulento  controfiletto accompagnato da patatine fritte, da una caponata tutta francese e dal caratteristico burro all’aglio

e con una tipica tarte flambée.

Il secondo giorno ci siamo diretti al Castello di Haut-Koenigsbourg, ad una ventina di minuti da Colmar, nel Comune di Orschwiller, attraversando altri paesini pittoreschi. Prendetevi un paio d’ore per visitare in tranquillità questo imponente maniero in arenaria rossa, antico di nove secoli, ma fatto ricostruire nel 1908 dal Kaiser Guglielmo II. Dalle sue alture potrete anche ammirare, tempo permettendo, la catena montuosa dei Vosges e parte della Foresta Nera.



Ulteriore nota di merito per Haut-Koenigsbourg: abbiamo pranzato all’interno del castello in stanze
medievali corredate di una libreria molto suggestiva e fornitissima di volumi, a fumetti e non, con storie ambientate in questo stesso maniero. Buona cucina e buone letture: che si può desiderare di più? 
Un’altra cosa da desiderare in realtà ci sarebbe: un rilassante giro in barca sui canali della Petite Venise di Colmar. Prenotatelo qualche ora prima (i posti scarseggiano) al molo del Pont Rue de Turenne. Vi consiglio di farlo verso il tramonto, quando i colori pastello delle case a graticcio e dei gerani che sporgono da balconi e finestre risaltano maggiormente.






Il terzo giorno ci siamo diretti a Strasburgo, facendo varie tappe in altri paesini. Il primo in cui ci siamo fermati è stato Riquewihr, in cui non ero mai stata, ma che ho voluto a tutti i costi visitare, in quanto avevo letto nel web che il suo centro pittoresco aveva ispirato il villaggio del film Disney La Bella e la Bestia.








Più tardi ci siamo spostati a Ribeauvillé, piccolo paesino di cinquemila abitanti e luogo di ritrovo dei pifferai nel Medio Evo, dove abbiamo pranzato, e nel pomeriggio abbiamo proseguito per Obernai, a 31 km da Strasburgo, un po’ più grande degli altri centri incontrati finora e che ci è piaciuta tantissimo: vale la pena tornarci.

Ribeauvillé, statua di pifferaio



Scorcio pittoresco di Ribeauvillé 


E adesso alcune foto di Obernai:







Dopo aver trascorso circa un’oretta in ognuna delle cittadine citate, che è in effetti il tempo essenziale per visitarle, nel tardo pomeriggio di sabato 12 agosto siamo infine giunti a Strasburgo, tappa principale del nostro viaggio, e ci siamo immediatamente diretti a fare il check-in nel nostro albergo, centralissimo e con una vista mozzafiato (nella foto sottostante noterete, sulla destra, un palo di sbieco su cui cammina una simpatica signorina… finta! che mi ha fatto prendere un colpo). Anche qui ci siamo trovati altrettanto bene come all’Ibis Hotel di Colmar, peccato che il parcheggio sia sotto l’albergo, ma non incluso nel prezzo e costa ben 22 € al giorno; ve ne fornisco le coordinate: https://all.accor.com/hotel/0439/index.it.shtml



E alla sera abbiamo cenato in un posto molto chic, Brasserie Bohëm, in cui siamo tornati i giorni seguenti anche per le gustosissime colazioni dolci e salate, e dove fortunatamente si può trovare ben più dei tipici würstel alsaziani, o knacks, come li chiamano loro.
Perdonate la mia ignoranza, ma abituata a vivere in una cittadina di provincia in cui la maggior parte dei negozi sono aperti sette giorni a settimana, non mi aspettavo che nella capitale europea invece fossero chiusi la domenica e i festivi, come d’altronde in tutto il resto della Francia. Così abbiamo potuto dedicarci alla mia attività preferita, lo shopping compulsivo di libri, soltanto il lunedì.
Alla domenica abbiamo quindi recitato la parte dei turisti tout-court e ci siamo subito precipitati all’ufficio del turismo per fare la Strasbourg City Card, che spendendo solo 5 € per gli adulti e 3,50 € per i ragazzi, offre accessi scontatissimi a varie attrazioni ed attività turistiche; al mattino siamo quindi saliti sulla piattaforma della cattedrale (non ho contato i gradini, ma sono sicuramente un numero approssimato all’infinito) da cui si gode una superba vista dell’intera città, poi al pomeriggio abbiamo fatto sia il giro su le Petit Train de Strasbourg, sia la visita in battello, Strasburgo 20 secoli di storia, con Batorama. 












Il giorno dopo invece, dopo lo shopping sfrenato nelle meravigliose librerie del centro, abbiamo visitato il museo archeologico e il museo delle belle arti che si trovano proprio di fronte alla cattedrale, situati entrambi all’interno di Palais Rohan. Nel primo si attraversano gli anni della preistoria dell’Alsazia fin al primo Medioevo; nel secondo si possono ammirare, tra gli altri, dipinti di Giotto, Raffaello, Botticelli, Canaletto, Tiepolo e vari pittori fiamminghi.


Una curiosità: forse come me, non sapevate che il tedesco Gutenberg, inventore della stampa a caratteri mobili, ha vissuto per alcuni anni anche a Strasburgo, motivo per cui è molto celebrato in città.



Ed infine l’ultimo giorno a Strasburgo, prima di partire per Friburgo in Germania, abbiamo passeggiato per la coloratissima Petite France, quartiere di Strasburgo tipicamente alsaziano, fino ad arrivare alla terrazza panoramica.









Prima di pranzo siamo partiti per Friburgo in Brisgovia. Ci vuole soltanto un quarto d’ora per entrare in Germania e circa un’oretta per raggiungere Friburgo. L’albergo era un Novotel come quello di Strasburgo, altrettanto bello ed elegante, e nuovamente con parcheggio sottostante, ma non incluso (20 € al giorno): https://all.accor.com/hotel/5383/index.it.shtml?utm_campaign=seo+maps&utm_medium=seo+maps&utm_source=google+Maps

E udite udite, i negozi in Germania sono aperti anche a Ferragosto! Yippee!! Così perlomeno ho potuto fare shopping compulsivo di vasetti vari di burro di arachidi e crema di anacardi e salvarmi la colazione del giorno dopo (comprare libri in Germania sarebbe per me inutile, non conoscendo il tedesco).
Ciò che ho trovato particolarissimo sono i canaletti in cui scorre l’acqua pulita del fiume Dreisam, vera attrazione per i più piccoli che ci giocano divertendosi un mondo, ma anche per i grandi che si siedono sul marciapiede e immergono i piedi mentre consumano l’aperitivo ordinato al bar di fianco o una merenda portata da casa.


Incantevole anche la piazza principale con la sontuosa cattedrale e l’antico palazzo del commercio dall’inconfondibile colore rosso scuro. Inutile dire che le foto scattate al tramonto risultano ottime, cariche di una luce meravigliosamente romantica.




Siamo quindi arrivati alla fine del nostro viaggio insieme. Il mattino dopo ci siamo messi in marcia per il rientro a casa. Partiti alle undici e un quarto siamo arrivati a destinazione esattamente sei ore dopo, con una sola lunga sosta per il pranzo.
Siamo tornati stanchi, ma stra felici, soddisfatti della vacanza, decisamente più ricchi in spirito, conoscenze e cultura, e persino speranzosi di tornarci al più presto, magari in un diverso periodo dell’anno, a Natale per esempio, quando quei posti pullulano di mercatini e diventano, se possibile, ancora più fiabeschi.
Andateci.
E regalandovi altre foto di Friburgo, concludo quest’avventura. Se volete chiarimenti o delucidazioni o consigli o anche solo fare due chiacchiere, lasciatemi un commento qui sotto o scrivetemi in privato. Vi risponderò con molto piacere :-)
Au revoir, mes amis! :-)