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giovedì 16 luglio 2026

Storie della tua vita e altri racconti di Ted Chiang

Storie della tua vita e altri racconti di Ted Chiang è un libro assolutamente fuori dagli schemi. 
Viene catalogato come fantascienza, ma, se siete scettici sul genere, non pensate alle astronavi e ai robottoni. Questa è quella che io definisco “fantascienza filosofica”, perché ci invita a continuare a riflettere e a farci più domande di quante già ce ne poniamo. Le storie narrate sono otto e variano per argomento e per lunghezza: alcune sono lunghe tre pagine, altre più di sessanta. Si tratta della torre di Babele, di intelligenze sovrannaturali, di alieni, di golem, di catastrofi angeliche e di quanto la bellezza e l’apparenza possano risultare fuorvianti. Tra gli altri compare anche Storia della tua vita, da cui Denis Villeneuve ha tratto il film Arrival. La brevità dei racconti permette di arrivare al punto, trascinando il lettore in un climax sempre più ascendente, senza indugiare in un’attesa snervante. Affermare che i protagonisti di questi racconti siano dotati di una spiccata intelligenza, sarebbe riduttivo. Anche definirli ‘geniali’ non renderebbe giustizia alle loro facoltà.
Incappiamo quindi in individui che si ritrovano improvvisamente plusdotati, così come in matematici e linguisti che vedono ben oltre le scienze che studiano.
Eppure le loro incredibili facoltà non li salveranno da eventuali sofferenze. Ci sono momenti infatti in cui ci si accanisce così tanto a dimostrare l’impossibile da non vedere poi, o non voler vedere, l’ovvio davanti ai nostri occhi, come ad esempio un grande amore finito troppo presto.
Mi sono chiesta più volte, leggendo, quanto debba essersi documentato questo incredibile autore per padroneggiare con tanta maestria nozioni di ingegneria babilonese, informatica, matematica e linguistica. Ad esempio ho letto con entusiasmo Storia della tua vita, in cui la dottoressa Louise Banks fornisce spiegazioni estremamente accurate e che a me interessano al punto che ci sguazzo, tipo: “ con la dovuta pratica, potremmo arrivare a percepire la differenza fra i loro fonemi, ma è possibile che le nostre orecchie non riuscirebbero a cogliere distinzioni che loro considerano significative. […] l’unico modo per apprendere una lingua sconosciuta e interagire con un madrelingua”.  (p. 128)
Procedendo nella lettura, mi sono imbattuta in tantissime perle di saggezza, quelle piccole ed ovvie verità che, come ormai avrete capito, ogni volta di più mi illuminano d’immenso e mi aprono infinite porte verso altri mondi. Al solito, ve ne cito qualcuna: 
- “Yahweh potrebbe anche non punirci, ma potrebbe lasciare che ci si condanni per nostra mano.” (p. 33);
- parlando di una donna la quale, in un momento di depressione acuta, aveva cercato sostegno in un amico, anziché nella migliore amica: “La risposta era semplice: stava nella differenza tra la comprensione e l’empatia.” (p. 118);
- pensando ai figli: “Quello che penserò è che indubbiamente, per quanto trovi la cosa esasperante, tu non sei me. Mi ricorderà, una volta di più, che non puoi essere un mio clone. Puoi essere una meraviglia, una gioia quotidiana, ma non sarai mai qualcuno che ho creato a mia immagine.” (p. 144);
- riflettendo sui misteri della Fede: “sarebbe stato preferibile vivere in una favola dove i giusti venivano ricompensati e i peccatori puniti, piuttosto che in una realtà priva di giustizia.” (p. 279).
Ritengo decisamente attuale e pieno di spunti di riflessione l'ultimo racconto, Apprezzare ciò che vedi: un documentario: “Il problema sociale più profondo è il lookismo. Da decenni si parla con disinvoltura di razzismo e sessismo, ma c’è ancora una certa riluttanza a parlare di lookismo. Eppure, il pregiudizio nei confronti delle persone poco attraenti è sempre più dilagante. La gente lo esprime senza che qualcuno glielo abbia nemmeno inculcato, il che è già piuttosto grave, ma invece di combattere questa tendenza, la società moderna non fa che incoraggiarla.” (p. 298). Da qui la nascita di una nuova tecnologia, chiamata calliagnosia, che inibisce il riconoscimento della bellezza nei volti; eppure c’è chi non si trova d’accordo con questo nuovo strumento, in quanto “giudicare le persone in base al loro aspetto è sbagliato, ma questa specie di ‘cecità’ non è la risposta. La risposta è l’educazione.” (p. 309). 
Le note finali, una su ciascun racconto, chiudono il cerchio e rendono chiarissime le intenzioni dell’autore.
L’edizione Ne/oN, un imprint di Edizioni e/o, è davvero ben curata, come sempre; ho trovato particolarmente efficace la scelta di vocaboli della traduttrice Marinella Magrì.
Non credo di dover aggiungere altro per convincervi a comprare questo splendido libro :-)
Au revoir, mes amis! ;-D

domenica 10 settembre 2023

Ma gli androidi sognano pecore elettriche?

Mi è capitato almeno un paio di volte in questo blog di parlarvi, perlomeno trasversalmente, di Blade Runner (Amami come Vincent ama Irene e Andrea). È un film che adoro, l’ho visto più volte con i diversi finali, ed è tutta colpa del mio insegnante di filosofia del liceo che me ne aveva fatto innamorare. Proprio lui ci aveva anche parlato del romanzo a cui il film è liberamente ispirato, Do androids dream of electric sheep?, in italiano tradotto prima con Il cacciatore di androidi, e poi pubblicato con il titolo originale Ma gli androidi sognano pecore elettriche?

Questo titolo mi aveva affascinato da subito ai tempi del liceo, lo trovavo geniale, e mi ero ripromessa di leggere il libro prima o poi. All’epoca leggevo soprattutto i grandi classici della letteratura, oppure quando volevo rilassarmi leggevo fumetti italiani o manga. Ora però leggo di tutto, narrativa di ogni tipo e persino saggistica, quindi è finalmente arrivato il momento degli androidi di Philip K. Dick.
Sono una lettrice lenta, ma costante, come mi ha definito una mia collega, e di solito non leggo autori americani perché li trovo pesanti. Ma questo romanzo è risultato scorrevole persino per me: l’ho letto in pochissimi giorni. 
Per chi come me è un cultore del film, noterà parecchie differenze: Deckard è decisamente meno eroico e più inetto nel libro, e a questa apatia contribuisce non poco la depressione a cui si obbliga la moglie Iran, totalmente assente nel film; J.F. Sebastian, progettatore genetico impiegato dalla Tyrell Corporation, è in realtà J.R. Isidore, uno “speciale” con cervello di gallina, che essendo stato contaminato dalle radiazioni dell’Ultima Guerra Mondiale, mai citata nel film, non può emigrare su altri pianeti né ha il permesso di riprodursi; Rachael, che appare dolcissima e indifesa nel film, e non possiamo che simpatizzare con lei, è invece fredda e calcolatrice nel libro. E le differenze non si fermano qui.
La San Francisco polverosa e piena di “palta” (i rifiuti organici ed inorganici che secondo Isidore si riproducono per una sorta di legge universale) si trasforma in una Los Angeles cupa e continuamente bagnata da piogge acide.
Una precisazione in particolare va fatta sugli androidi: nel mio vecchio post Andrea li descrivevo come “robot con fattezze umane dotati di un’intelligenza propria”, a differenza dei replicanti del film Blade Runner che erano invece “costituiti interamente di tessuto biologico creato in laboratorio”. Non sembra essere così nel libro in questione, perché se è vero che qui si trovano gli androidi anziché i replicanti, è pur vero che questi droidi, che vengono spesso definiti “macchine” dal cacciatore di taglie Deckard, necessitano però di un esame del midollo osseo una volta “ritirati” (ovvero uccisi) per accertarsi che siano realmente androidi e non esseri umani. Quindi? Sono anche loro composti da tessuti organici come i replicanti? E perché vengono visti come macchine se non hanno nulla di meccanico? Solo perché sono creati artificialmente?
La cosa non mi è chiara. Ma mi è assolutamente chiaro il modo in cui Dick ci sfida mettendo in dubbio le nostre convinzioni. Deckard infatti si sente tranquillo e con la coscienza a posto perché non ritiene di essere un assassino, ma solo un poliziotto che fa il suo dovere “ritirando” droidi. La moglie Iran invece lo qualifica, fin dalle prime pagine, come un vero e proprio assassino. E più si va avanti, più Deckard si accorge che sua moglie non ha torto; d’altra parte l’unica colpa di questi androidi è di voler vivere una vita degna e da persone libere, smettendo di essere schiavi degli umani su pianeti lontani ed invivibili come Marte. Altra grande differenza con il film: la cricca di Roy Batty era invece approdata sulla Terra per sapere dal loro creatore quanto tempo ancora restava loro da vivere.
L’empatia è la grande assente dal film e  l’indiscussa protagonista del libro. È l’empatia, secondo le stesse parole di Deckard, che distingue gli umani dagli animali predatori nonché dagli stessi androidi. Ma è qui che sorgono i problemi di natura esistenziale e filosofica: i sociopatici sono per definizione  privi di empatia, potrebbero quindi essere “ritirati” per errore? E capita a volte che non solo a loro manchi l’empatia, ma anche a chi per lavoro termina vite artificiali senza pensarci due volte… E alcuni droidi si mostrano più sensibili di molti umani (si veda anche nel film lo stesso Roy Batty che si rivela migliore del suo cacciatore). Mi ha colpito Isidore, il cervello di gallina, che agli inizi fa delle riflessioni notevoli sulle proprie capacità empatiche, decisamente più sviluppate che in molti altri umani, e si chiede se siano date dalla sua condizione di “speciale”.
Così come l’empatia, anche il Mercerianesimo, simil religione, fondamentale per alcuni aspetti della trama del romanzo, non è presente nel film.
Non vi spoilero le situazioni di due personaggi cosi diverse rispetto al film, al punto che quando le ho lette mi hanno fatto esclamare: “Oh! Ma no!” (Se poi volete sapere, scrivetemi in privato, as usual). Però vi cito le due frasi che più mi hanno colpito: “la maggior parte degli androidi che ho conosciuto hanno più vitalità e desiderio di vivere di mia moglie. Non ha nulla da darmi” (Deckard) e “solo perché tu sei una persona di elevati principi morali. Io, invece, no. Io non giudico nessuno, neanche me stesso” (Mercer rivolto a Isidore).
E con questo chiudo la mia recensione e vi consiglio: leggetelo. Ma se riuscite, guardate prima il film :) 
Au revoir, mes amis! ;-)