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giovedì 20 giugno 2024

Il Serpente dell’Essex di Sarah Perry

Dopo aver visto, su Apple TV, un paio di puntate della serie Il Serpente dell’Essex, così adorabilmente British, ambientata nella campagna inglese di fine Ottocento, e con attori meravigliosi come Claire Danes, Tom Hiddleston e Clémence Poésy, non ho potuto non precipitarmi in libreria a comprare il libro di Sarah Perry, da cui la serie è stata tratta. E ritengo di aver fatto bene, perché la lettura mi ha svelato alcune cose che non mi erano chiarissime viste in TV.
La storia ruota intorno alla leggenda di un serpente alato che si nasconderebbe nelle acque del Blackwater. E gli abitanti di Aldwinter sono sempre più convinti che sia venuto a punire i peccatori del villaggio. Il reverendo Will non avrà vita facile nel far capire loro la differenza tra religione e superstizione; ed anche Cora Seaborne, protagonista del romanzo, proverà a convincerli, con l’aiuto della scienza, a non farsi sopraffare dalla paura di sciocche credenze infondate. Ma non finisce qui. Infatti, tra le paludi dell’Essex e la nebbia di Londra, vedremo anche storie di passione tormentata, cuori infranti, madri che non si sentono adatte al loro ruolo, ed altre madri che sapranno capire anche i figli altrui.
Ciò che mi ha colpito è stata la quasi ossessione dell’autrice per la bellezza o non bellezza dei personaggi: Cora non è per niente bella, ma affascinante, e tende ad imbruttirsi e a nascondere la propria femminilità tramite vestiti maschili e dimessi; la moglie del reverendo è talmente bella da sembrare una fata e si dispiace per chi non è bello/a come lei; il dottor Garrett ha un aspetto grottesco, oltre ad una statura particolarmente bassa; l’amico del dottore è tutto ciò che lui non è: alto e bello. E questa presunta bellezza o bruttezza viene rimarcata più volte per ciascuno dei protagonisti e dei coprotagonisti, quasi fosse di estrema importanza sottolineare questa loro caratteristica. 
Ovviamente troviamo citati vari serpenti qua e là nel romanzo, non solo quello della leggenda, ma anche altri della religione o della mitologia, tra i quali non poteva mancare il serpente di Asclepio, simbolo della medicina, visto che un personaggio molto importante di questa storia è proprio il dottor Garrett, con la sua determinazione nel voler diventare un medico rinomato in tutto il mondo.
I personaggi sono tutti ben caratterizzati e decisamente umani, nel loro essere ambigui, indecisi, incapaci di comprendere i loro stessi sentimenti, egoisti ed egocentrici, molto attenti alla propria sofferenza, ma incuranti di quella altrui. Ed è per tutto questo che ci appaiono così reali; ed è per tutto questo che spesso non si riesce a stare dalla loro parte. Personalmente ho amato il dottor Garrett, che cerca di rendersi odioso, ma che, grazie alla sua genialità, ha a parer mio il diritto di essere antipatico finché vuole; e ho anche adorato Francis “Frankie” Seaborne, il figlio (autistico?) di Cora che, con le sue strane manie, risulta il personaggio più dolce, interessante e sensibile di tutta la storia.
Infine devo fare i complimenti all’autrice per due motivi: in primis, la minuziosa ricerca storica e scientifica che c’è dietro un libro del genere; ma soprattutto… la scelta dei nomi femminili, quali Cora, Stella, Naomi, così meravigliosamente musicali ed evocativi.

Nel complesso, un libro senza infamia e senza lode.
Vi consiglio di leggerlo come ho fatto io, guardando anche la serie TV in contemporanea: vi servirà ad avere un quadro più completo della storia e a rendere il tutto più piacevole.
Se lo leggerete, fatemi sapere cosa ne pensate. Au revoir, mes amis! ;-)


mercoledì 29 maggio 2024

Stella Meravigliosa di Yukio Mishima

Sicuramente un romanzo che spiazza. Un romanzo che sorprende dall’inizio alla fine. Un romanzo che svela la sofferenza dell’autore, che non perde occasione per parlare di campi di concentramento e di bombe atomiche. 
Stella meravigliosa narra le vicende della famiglia Osugi, i cui componenti hanno da poco scoperto di non essere dei terrestri, bensì di appartenere a quattro diversi pianeti: il padre, Juichiro, sarebbe un marziano, la madre proverrebbe da Giove, il figlio maggiore, Kazuo, da Mercurio, mentre la bellissima e fredda Akiko sarebbe una venusiana.
Credevo di avere tra le mani uno strano romanzo di fantascienza, ma mi sbagliavo. La storia è incentrata sulla missione di questa famiglia di voler salvare l’umanità dalle guerre e dalle brutture del mondo. Ma purtroppo dovranno scontrarsi con chi si approfitta della loro buona fede (come politici e sciupa femmine), ed anche con altri extraterrestri che, altrettanto desiderosi di rendere la Terra una stella meravigliosa, credono però che il modo migliore per farlo sia quello di annientare l’intera umanità.
È un libro che va letto, ma fa male. Tante volte ho sofferto nel leggere come l’autore descrive, con amara ironia, le tragedie correlate alla Seconda Guerra Mondiale. Ma questo ci dimostra quanto lui stesso fosse atterrito dalle atrocità di quel triste periodo. 
I quattro protagonisti sono tutti piuttosto strani, ma alla fine quello per cui ho provato più tenerezza e simpatia è stato sicuramente Juichiro, con il suo zelo nel voler salvare la razza umana, e, proprio come un novello Messia, anche a costo di un eventuale sacrificio finale.
Ci sono stati momenti in cui ho dubitato della loro natura aliena, e non capivo se fossero solo quattro svitati egocentrici e megalomani o se davvero avessero visto nel cielo quei dischi volanti che avrebbero rivelato loro la loro vera identità.
Mi ha stupito inoltre l’attenzione che Mishima mostra per le nazioni europee e la sua conoscenza delle culture e religioni occidentali, di cui mi è parso di scorgere alcuni richiami. 
Il mio consiglio, anche stavolta, è quello di leggere questo capolavoro della letteratura giapponese, ma fatelo in un periodo in cui siete sereni e ben disposti d’animo, o rischierete di non sopportare il dolore che alcune immagini usate dall’autore possono evocare.
Ad ogni modo Yukio Mishima è riuscito ad incuriosirmi parecchio e ho già pronto il suo prossimo libro da leggere :-)
Au revoir, mes amis ;-)



domenica 26 maggio 2024

Equal Rites di Terry Pratchett

Equal Rites (L’arte della magia in Italiano) è il terzo libro della saga del Mondo Disco (Discworld). Su questo bizzarro pianeta piatto (ne saranno lieti i terrepiattisti), che viaggia nell’universo trasportato da quattro elefanti ritti sul dorso della Grande A’Tuin (una gigantesca tartaruga spaziale), si susseguono le avventure di maghi inetti e strampalati che “fumano, come tutti sanno” (Il Colore della Magia), di streghe che ci terrorizzano con il loro sguardo severo da tate arrabbiate, di eroi da strapazzo e molti altri. Qui nel Mondo Disco il numero otto è decisamente ricorrente ed importante: l’ottarino è infatti il colore della magia nonché l’ottavo colore dello spettro, “l’indiscusso pigmento dell’immaginazione” (Il Colore della Magia); inoltre diventa mago solo l’ottavo figlio maschio di un ottavo figlio maschio, motivo per cui i maghi non possono sposarsi o si rischia di avere un ottavo figlio di un ottavo figlio di un ottavo figlio, ovvero “un mago al quadrato. Una fonte di magia. Uno stregone” (Stregoneria). Ed è proprio nel numero otto l’inghippo di Equal Rites: il mago Drum Billet, ormai morente, si reca nel villaggio di Bad Ass per incontrare il fabbro Gordo Smith, un ottavo figlio, padre di sette figli, la cui moglie sta per partorire. Appena Granny Weatherwax, strega ed ostetrica del villaggio, entra nella stanza con il bebè in braccio, Drum Billet si avvicina per consegnare il proprio bastone da mago al bambino… o meglio, alla BAMBINA. Ma si sa, solo gli uomini possono ambire alla carriera di maghi, mentre le donne possono aspirare soltanto a diventare streghe. Eskarina Smith, per tutti Esk, raggiunta l’età di otto anni ed avuto un assaggio dei propri poteri, non si troverà d’accordo con questa regola sessista. Istruita nelle arti magiche da Granny (addestrata perciò ad una magia più concreta, da strega, e non a quella più astratta, da mago), farà di tutto per trovare l’Unseen University, o Università Invisibile, ed esserne accettata di diritto come studentessa, avendo ricevuto alla nascita il bastone ed essendo quindi lei stessa un mago a tutti gli effetti. Dopo rocambolesche avventure tipiche del genere fantasy-comico di cui Pratchett è stato maestro indiscusso, scopriremo chi avrà ragione, se i maghi e le streghe che vogliono tenere ben separati i loro ruoli o l’intraprendente Esk. Ovviamente non vi spoilero nulla. Vi svelo però che Terry Pratchett è l’autore che più di ogni altro mi da felicità. Leggo i suoi libri e mi immergo totalmente nel mondo da lui creato per sentirmi allegra e spensierata, e per ridere, ridere, e ridere. Ho letto i suoi libri non sempre in ordine cronologico, anche perché spesso non è necessario, ed in tutti ho apprezzato sia la sua comicità, sia la sua sensibilità ed il grande cuore che ci mette nel descrivere personaggi, situazioni e finali sempre meravigliosi. Se leggerete i suoi libri in inglese (personalmente ne ho letti alcuni in inglese e altri in italiano), vi potrete godere maggiormente i giochi di parole che ogni tanto usa: già il titolo di Equal Rites, “riti uguali”, si pronuncia esattamente come equal rights, “pari diritti”, ed infatti si parla proprio dei diritti delle donne a studiare all’università della magia, invece che occuparsi solo di una magia molto più pratica e, per così dire, meno magica.
Il consiglio che posso darvi è di entrare anche voi a far parte al più presto del Mondo Disco. Questo è il terzo romanzo della saga, ma il primo del ciclo delle streghe, ecco perché partire da qui potrebbe essere un modo per appassionarvi a questo strano, magico mondo :-)
Au revoir, mes amis! ;-)



martedì 7 maggio 2024

Klara e il sole di Kazuo Ishiguro

 “Prima di vedere quella coppia non mi era mai passato per la mente che un AA potesse stare con un bambino che lo detestava e che non lo voleva più, e che potessero comunque rimanere insieme”. Questa la saggia considerazione che Klara fa nella prima parte di Klara e il sole. E chi di noi può dire di non essersi riconosciuto almeno una volta in una situazione del genere? Attraverso il racconto in prima persona di tutta la sua vita, Klara ci fa riflettere su molti aspetti delle relazioni interpersonali.
Klara non è una semplice bambina, ma un AA, ovvero un robot che si nutre di energia solare. È un AA decisamente sofisticato, sebbene non il più sofisticato che si possa trovare in commercio, eppure ha qualcosa di diverso dagli altri; esattamente come succede ai bambini, anche gli AA possono avere qualità peculiari che li distinguono, e Klara ha una sensibilità speciale ed una notevole capacità di osservazione.
Fin dai tempi di Blade Runner, ed anche prima, ci siamo posti il quesito di quanto un androide, una “macchina”, possa nutrire sentimenti e provare emozioni, ma anche stavolta Ishiguro va oltre (d’altra parte non si prende il Nobel per caso), e le sue domande non si fermano qui. 
“Ciò che mi diventava ogni giorno più chiaro era fino a che punto gli umani, pur di evitare di sentirsi soli, potessero compiere manovre molto complesse e pressoché incomprensibili”: ed in effetti da sempre cerchiamo di evitare la solitudine e la paura del vuoto, da sempre quindi ci aggrappiamo alla speranza, alla religione, alla filosofia, all’amicizia, all’amore. E se lo facciamo noi, perché non dovrebbe farlo un essere creato a nostra immagine e somiglianza? Ecco quindi che Klara osserva le persone, osserva ciò che ha intorno, osserva tutto, perché ogni cosa può essere fondamentale per comprendere le persone che la circondano, così da non recare loro danno, e addirittura poter fare il meglio per loro, così da concedere loro la giusta privacy quando si rende necessario (e privacy è un termine che viene ripetuto spessissimo da Klara, proprio perché per lei è importantissima la discrezione). 
Persino io, che fin da bambina sono sempre stata terrorizzata dai robot umanoidi, desidererei tantissimo avere una Klara in casa, come migliore amica con cui ridere e confidarmi, o come spalla su cui piangere. Perché Klara saprebbe sempre cosa dirmi e come comportarsi.
Klara stessa è bisognosa d’amore, ma preferisce elargirlo più che riceverlo; ed è pronta a sacrificare parte di sé per chi ama. Klara impara a pregare il suo dio, senza averlo visto fare da nessuno, senza che nessuno glielo insegni, perché evidentemente è ciò che sente in fondo al suo cuore o nella sua anima. Questo non ce lo suggerisce apertamente l’autore, ma la riflessione nasce spontanea durante la narrazione, e per quel che mi riguarda chi spera e si rifugia nelle preghiere, non può che avere un cuore ed un’anima. 
Vi cito una frase che ho apprezzato tantissimo e che avevo un gran bisogno di leggere, e ringrazio la dolce Klara per averla condivisa con noi lettori: “[…] avevo anche cominciato a capire che […] la gente sentiva il bisogno di predisporre un aspetto di sé da mostrare ai passanti - come avrebbe fatto nella vetrina di un negozio - e che non era il caso di prendere troppo sul serio quel lato esibito, una volta passato il momento”.
Appena chiuso il libro, avrei

tanto desiderato avere il numero di telefono di Ishiguro per condividere con lui i miei pensieri e per tempestarlo di domande. 
E con questo romanzo, Kazuo Ishiguro si conferma uno degli scrittori che preferisco in assoluto. Va da sé che vi consiglio vivamente di leggerlo. E vorrei qui ringraziare la mia carissima amica e collega che alcuni mesi fa, col suo meraviglioso sorriso e lo sguardo sempre sognante quando parla di libri, mi aveva detto: “ho letto Klara e il sole di Ishiguro, ti ho proprio pensata, perché è scorrevole e delicato, ti piacerebbe.”
Mi raccomando, se lo leggerete, scrivetemi e ditemi le vostre opinioni :-)
Au revoir, mes amis! ;-)


lunedì 22 aprile 2024

Le strane storie di Fukiage

A volte ci capita di leggere dei libri quasi per caso, come è successo a me con Le strane storie di Fukiage di Banana Yoshimoto. L’ho preso perché c’era una promozione della Universale Economica Feltrinelli, due libri a soli 9,90 €, e siccome non c’era nient’altro che non avessi già, ho optato per la Yoshimoto che, mi sono detta, quanto meno è giapponese. I suoi libri non mi avevano mai attirata perché avevo il pregiudizio che fossero melensi. Ed in effetti bisogna sempre ascoltare l’intuito. 
La trama di questo romanzo è di per sé accattivante, infatti parla di alieni nel senso originario del termine, ovvero di “altro da noi”, abitanti di altri pianeti o altre dimensioni.
Il problema, a mio avviso, è che l’autrice ci mette davvero troppo ad arrivare al punto cruciale della storia: a pochissime pagine dalla fine ancora non avevo ben chiare un’infinità di situazioni, e soprattutto non capivo di che tipo di alieni e di che “altri” luoghi si trattasse. 
Il tutto inizia con la protagonista, Mimi,

che consulta due sorelle indovine per ritrovare la propria gemella scomparsa, Kodachi. L’indovina con cui dialoga le riversa addosso una quantità enorme di informazioni che fatico a ricordare nel momento stesso in cui le leggo; infatti, quando alcune premonizioni sembrano avverarsi, non riesco ad esultare perché nemmeno me ne accorgo, se non per il fatto che è la protagonista stessa ad accorgersene e a farcelo notare (cosa che mi ha fatta tornare indietro di alcune pagine per rivedere dove fossero state presagite). Ho trovato questa parte iniziale decisamente lunga (più di trenta pagine di premonizioni non sempre comprensibili), a tratti noiosa e piuttosto stucchevole. E da lì in poi sarà tutto un susseguirsi di frasi sdolcinate sui legami familiari, sulla bellezza della vita, sulla meraviglia della natura, dei colori del tramonto e quant’altro. Anche a me piacciono le frasi che ci fanno riflettere, ma le noto di più quando arrivano al momento giusto, anziché quando sono disseminate in ogni pagina del libro in questione. Inoltre, leggendolo, si continua ad avere la sensazione che non accada mai nulla di concreto. Insomma, si butta tanta carne al fuoco senza arrivare al dunque; e questo me lo aspetterei da un romanzo in stile stream of consciousness, tipo quelli di James Joyce o di Virginia Woolf, e non certo da una storia che si propone come un misto tra un giallo, un fantasy e un libro di fantascienza. 
Personaggi che mi hanno colpito? Nessuno. Sono tutte persone positive e sicuramente buone, eppure tutti mi hanno lasciata perplessa, come se non mi venisse voglia di conoscere nessuno di loro. Forse, opinione personalissima, la più carina e simpatica è proprio Kodachi, la ragazza scomparsa, che mi ricorda un piccolo folletto dei boschi.
Devo però ammettere che arrivata ad un certo punto, ho notevolmente aumentato il mio ritmo di lettura perché ero curiosa di sapere come si sarebbe risolto il tutto. D’altro canto lo stile di Banana Yoshimoto è piuttosto grazioso e assolutamente non pesante o ricercato, quindi non ci si stanca sicuramente di leggere anche molte pagine di fila. E vi confesso che adesso, nonostante i punti per me deboli che vi ho appena elencato, sono piuttosto curiosa di sapere cosa succederà nel suo seguito intitolato Ciotole di Riso, che quindi mi toccherà comprare e leggere quanto prima.
E poi mi è successa una cosa particolare che mi riguarda personalmente e che me l’ha fatto amare un po’ di più. Ho l’abitudine di leggere almeno due o tre libri contemporaneamente, e tre giorni fa ne avevo in borsa due: questo della Yoshimoto appunto, ed un altro di Yukio Mishima, intitolato Stella Meravigliosa. Inizio il libro di Mishima proprio quel giorno, incuriosita dal fatto che si parlasse di extraterrestri che abitano sul nostro pianeta (è un tema che mi affascina da sempre) e ritenendo che si sposasse bene con la trama di Le strane storie di Fukiage che invece racconta di alieni di altre dimensioni. Dopo aver letto alcune pagine del romanzo di Mishima, decido come mio costume di chiudere e di prendere l’altro libro, di cui ero arrivata circa a metà. E sapete cosa scrive la Yoshimoto nella prima pagina che leggo quel giorno? “Ci eravamo ritrovati di fronte un piccolo UFO - proprio come nel romanzo di Mishima Yukio”. Questa coincidenza mi ha fatto sorridere, e non ho potuto evitare di essere estremamente contenta dei due libri che avevo scelto.
Consiglio: se vi piacciono i gialli fantastici e pieni di buoni sentimenti, questo libro fa sicuramente al caso vostro. E poi, diciamocelo, la Yoshimoto ha un faccino che suscita simpatia, e già solo per questo mi viene voglia di leggere ancora i suoi libri per sapere che altro ha da raccontarci.
Au revoir, mes amis! ;-)





martedì 16 aprile 2024

Gli Occhiali d’Oro di Giorgio Bassani

Sono tanti i motivi per cui vale la pena leggere un libro di Giorgio Bassani: uno di questi è certamente la lingua, il lessico forbito d’altri tempi che ci aiuta ad arricchire il nostro vocabolario con parole non ancora desuete, ma comunque sperdute in quest’epoca in cui la lingua che utilizziamo è spesso spiccia ed usata in modo scorretto. Un altro motivo è il contesto in cui si svolge la storia, con quelle atmosfere che ancora portano con sé il fascino della Belle Époque e che ancora non sono state sporcate dalle famigerate leggi razziali. Fondamentale per me è anche la sensibilità dell’autore che ci introduce a personaggi meravigliosi come Athos Fadigati. 
Sembra pazzesco, ma in questo periodo storico in cui “crediamo” di aver abbattuto le barriere del pregiudizio, le vicende del dottor Fadigati risultano comunque attuali: il povero dottore si presta quasi con gioia a subire le angherie del suo carnefice, pur di farlo contento; se è vero che al giorno d’oggi non si riderebbe della presunta omosessualità di qualcuno, e probabilmente neppure ci si farebbe molto caso, è pur vero però che anche oggi come allora, la società disprezza e rifiuta chi si lascia calpestare. Ancora oggi vincono coloro che, senza scrupoli, usano la loro avvenenza ed il loro fascino per schiacciare chi invece si mostra buono, onesto e sensibile con tutti.
Ancora oggi vincono i narcisisti. 
Quanto l’animo umano possa ridursi alla grettezza più bieca, non è l’unico tema affrontato in questo romanzo. Anche qui, come in altri libri di Bassani, si tocca un argomento spinoso che è giusto non dimenticare: quello dell’ “israelita” che vede avanzare lentamente la propria rovina dopo che il Duce ha stretto alleanza con la Germania nazista. Ed ecco quindi che una città in pieno fermento culturale, con famiglie nelle quali e tra le quali si discorre di arte, poesia e letteratura classica o talvolta anche di politica (con rammarico di chi preferirebbe solo argomenti culturali) sulla spiaggia così come all’ora di pranzo, ecco quindi che questa città così ricca su ogni piano si trova di colpo divisa. Gli “amici” non si preoccupano di ferire chi è in una posizione più scomoda, e ci si volta le spalle gli uni con gli altri senza quasi rendersene conto.
Una chicca: verso la fine del libro si cita anche la famiglia Finzi-Contini già protagonista di un altro romanzo di Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini appunto, che avevo avuto il piacere di leggere durante l’università per un esame di Letteratura Italiana.
Vi segnalo inoltre il film con lo stesso titolo di questo libro, Gli Occhiali d’Oro, con protagonista il bravissimo Philippe Noiret, che ricordo di aver apprezzato enormemente, nonostante, ve lo confesso, avessi deciso di guardare il film solo perché da ragazza ero super innamorata di Rupert Everett (complice la mia mania per Dylan Dog).
Ed anche questa volta il mio consiglio è: leggetelo! 
Au revoir, mes amis! ;-)







giovedì 11 aprile 2024

Solo bagaglio a mano di Gabriele Romagnoli

Non mi aspettavo di leggere ciò che ho appena finito di leggere. Mi piace comprare i libri in base al titolo o alla copertina, senza avere la minima idea di cosa parlino; stessa cosa faccio con i film. E Solo bagaglio a mano di Gabriele Romagnoli mi ha lasciata a bocca aperta dal momento in cui l’ho iniziato: mai più mi sarei immaginata l’argomento trattato. Non è un romanzo, non è un saggio. Sono semplici considerazioni sulla vita. 
Romagnoli è scrittore e giornalista, estremamente bravo a scrivere e parecchio coinvolgente, ed altrettanto incredibilmente bravo nel ricordarsi notizie e fatti di cronaca, di cui ci sono svariati esempi in questo libro. 
Per anni ho letto Vanity Fair, e la prima cosa che facevo appena lo compravo, era andare a cercare i suoi articoli, perché riusciva sempre a stupirmi e a farmi ridere, nonostante gli intenti non fossero propriamente comici, ma sottilmente ironici. E mi fa ancora questo effetto. Ho l’abitudine di leggere al bar. E con questo libro è stato un disastro. Ci sono state frasi per cui non ho potuto reprimere una fragorosa risata, e mi sono subito guardata intorno, con un lieve imbarazzo, per vedere chi se ne fosse accorto. E un paio di pagine dopo, mentre l’autore rievoca fatti di cronaca nera che non conoscevo o a cui non pensavo da tempo, non ho potuto trattenere le lacrime, e di nuovo mi sono guardata attorno. Eppure Gabriele Romagnoli li racconta con una tale semplicità ed onestà che fa ancora più male leggerli.
Vi starete forse chiedendo a che pro Romagnoli citi queste vecchie notizie da telegiornale: lo fa per spiegare meglio queste sue considerazioni sulla vita di cui vi parlavo prima, che altro non sono che un inno all’essenzialità.
Questo libro ci fa riflettere su chi e su cosa è veramente importante e necessario portare con noi nel viaggio della nostra vita, e serve sicuramente ai molti di noi che, sebbene si vestano ormai senza fronzoli e non soffrano più di shopping compulsivo, ancora non riescono a liberarsi delle zavorre accumulate negli anni, di quegli oggetti inutili che teniamo per ricordo (ma ricordo di che? non ci basta la nostra memoria?), come le bomboniere o le agendine regalateci dai rappresentanti e mai utilizzate e che forse ci torneranno utili in futuro (e quando? quando si ripresenterà l’anno in corso con esattamente le stesse date?). Zavorre sono anche tutte quelle foto e quelle informazioni di cui riempiamo le nostre memorie digitali, quando ci basterebbero i ricordi che abbiamo nel cuore e nella mente. Zavorre sono anche le persone che chiamano amici, ma che in realtà sono solo conoscenze, perché i veri amici sono meno delle dita di una mano. Questo è ciò che ci insegna Gabriele Romagnoli con il suo libro, senza la pretesa di diventare un guru od un santone, lui che di certo non è interessato a nessun tipo di spiritualismo e non sembra quindi avere tali velleità. Ed è un libro che capita sempre nel momento giusto, per apprezzare ciò che si ha anziché disperarsi per ciò che non si ha, per saper lasciare andare quegli “amici” o quegli “amori” che tali non erano e saperci circondare solo di quelle poche persone che ci vogliono davvero e che davvero meritano le nostre attenzioni e la nostra presenza. E presenza è sicuramente un concetto chiave di queste considerazioni. Vivere in presenza. O meglio vivere nel presente. Sbarazzandosi dell’ingombrante bagaglio del passato e delle aspettative ansiogene del futuro. E ci tengo a sottolineare che non ho fatto citazioni dal libro né ho riguardato le pagine con le frasi che più mi hanno colpita, perché ho preferito affidarmi alla memoria, così come consiglia Romagnoli.
E di Romagnoli invece non voglio proprio disfarmi, quindi continuerò imperterrita a leggere i suoi libri. Magari chissà, troverò il coraggio di buttarli dopo averli letti, ma di sicuro mi resteranno nel cuore e nella memoria.
Au revoir, mes amis ;-)