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martedì 19 luglio 2016

Pippa Middleton is engaged: congrats!

Leggo da ieri sui vari link facebookiani delle mie riviste inglesi preferite (Vogue British, Grazia UK, Daily Mail, Hello), che Pippa Middleton, sorella della nostra beneamata Kate, si è ufficialmente fidanzata con  il milionario James Matthew lo scorso 17 luglio.
 Il matrimonio avrà luogo nel 2017 e tutti scommettono che la damigella d'onore sarà proprio la Duchessa di Cambridge. Nessuno crede invece che un tale importantissimo ruolo potrebbe essere affidato a me? Del resto sono Kerry DeBritGirl, la LovingEverythingBritish blogger per eccellenza. 
Ancora mi rammarico di aver saputo troppo tardi del matrimonio più cool del 2016, che ha visto unirsi due mostri sacri per il patrimonio "artistico" inglese quali Jerry Hall e Rupert Murdoch (lei è in realtà texana, ma è stata sposata nientemeno che con il leader dei Rolling Stones, Mick Jagger; lui è un magnate della televisione e dei mass media in genere, australiano naturalizzato statunitense, che ha ampliato notevolmente la sua fortuna grazie a riviste e canali televisivi diffusi anche nel Regno Unito). Ebbene sì, i due sono convolati a nozze il 5 marzo di quest'anno, ma io l'ho scoperto soltanto il 21 giugno mentre stavo leggendo Marie Claire UK.

Ci sono rimasta malissimo in quanto, tutta presa dal mio anno di prova per il passaggio al ruolo, non mi accorgevo minimamente di ciò che stava accadendo intorno a me. Però un biglietto d'invito avrebbero potuto mandarmelo! E non si stupiscano poi se, quando il principe Harry chiederà la mia mano, non li inviterò alle nostre nozze. Potrei fare un'eccezione per Georgia May, giusto per l'amicizia che la lega a Cara Delevingne e in quanto collega di Kate Moss per la Rimmel London. E per non incorrere nello stesso errore, stavolta seguirò in diretta, passo passo, tutti gli sviluppi di questo neonato fidanzamento fino ad arrivare al momento del fatidico sì. Anche se vi prego di lasciarmi dissentire sulla scelta che James ha fatto per l'anello di fidanzamento: 

Io lo trovo eccessivo, troppo grosso e leggermente pacchiano, e mal s'incastra nello stile sempre impeccabile della affascinante Philippa. Ma del resto, de gustibus non disputandum est. Vi sembro troppo severa nell'opinione che sto esprimendo al proposito? Aspetto allora di sentire la vostra. E anche in questo caso non mi resta che dirvi: Stay tuned!
Au revoir, mes amis! ;-)

British style - disinvolte per le calde serate estive

Ed eccomi qui pronta a mostrarvi il mio primo outfit: very informal, adattissimo per un'apericena estiva in città insieme alle vostre amiche più care.
Il collage di foto risale a sabato 2 luglio e sono state scattate dalla mia dolcissima amica Miranda. Questo tipo di look lo sfrutto sempre molto all'inizio dell'estate e, come al solito, l'ho creato senza ispirarmi a nessuna style icon, ma semplicemente affidandomi al mio estro creativo. Quella sera non faceva ancora molto caldo ed io, presissima dal lavoro, non avevo ancora avuto tempo di abbronzarmi. Quindi, non potendo scoprirmi troppo, ho optato per una t-shirt accollata della Heach Dolls, leggings Intimissimi, sandali con ornamento floreale Tiurai, pochette Twin-Set e giubbotto in ecopelle Mayoral Chic (vi confesso che Silvian Heach e Mayoral sono marche di abbigliamento per bambini, ma io compro le taglie tra i 14 e 18 anni e mi trovo benissimo - e le acquisto entrambe da Mamma Giò ad Acqui Terme). Anche gli accessori sono importanti,
e in quella occasione ho indossato alcuni pezzi di bigiotteria: una collana blu, creazione di una mia amica, portata a mo' di sciarpina; un bracciale nero con fiocco che mi è stato regalato lo scorso Natale; un anello con petalo di rosa al suo interno. I capelli sono volutamente in stile British, con quel mosso spettinato a regola d'arte che tanto impazza tra le star inglesi e americane del momento. Dopo aver trascorso una piacevolissima serata con Miranda, ho googlato le mie British It Girls preferite per avere dei riscontri se il mio look fosse abbastanza British. E guardate cosa ho trovato: 
La mia amata Alexa Chung a spasso in città, proprio con capelli finto-spettinati, giubbotto di pelle o ecopelle, t-shirt accollata, pochette, leggings e sandali. Anche la bellissima modella Edie Campbell ha posato con lo stesso look: unica differenza, le scarpe. Io stessa ero indecisa se mettere delle decolleté a punta con tacco a spillo, ma l'occasione era davvero troppo informale e ho ritenuto che il sandalo floreale fosse la scelta più appropriata. E per quanto riguarda la bigiotteria, vi mostro che anche la regina di stile Kate Moss non disdegna le lunghe collane colorate. 
Stella McCartney e Kate Moss alla première di Absolutely Fabulous: The Movie, tenutasi lo scorso giugno a Londra




Al solito attendo i vostri commenti, e preparatevi perché nel prossimo post sul British style si parlerà di make-up. Stay tuned!
Au revoir, mes amis! ;-)

venerdì 15 luglio 2016

British style - consigli per uno stile perfetto

Come preannunciato nel precedente post Non tutti i mali vengono per nuocere, inizio da oggi la mia serie di articoli sul British style. Spero di riuscire a darvi consigli utili, spunti interessanti ed attendo i vostri commenti positivi o negativi sul mio stile  e su ciò che avrò da dirvi. Ho letto vari articoli sul web in cui si parla del British style come di uno stile bon ton con capi e tessuti tradizionali inglesi, gallesi e scozzesi, come ad esempio il trench, il tartan ed i colori pastello, cappellini e scarpe stringate. Però guardando le mie favourite style icons posso affermare che il British style odierno non è solo quello appena descritto. Ciò che davvero è essenziale per essere British al giorno d'oggi è non aver paura di osare, fare accostamenti che riterremmo improbabili, mescolare gli stili e le tendenze. Partiamo dalla più chiacchierata del momento: la sempre sorprendentemente bellissima Cara Delevingne. 
 
Lei è perfetta per illustrarvi al meglio ciò che vi stavo dicendo. Guardate come mixa tranquillamente capi che sembrerebbero non c'entrare niente l'uno con l'altro. Cara non si fa forte della propria bellezza innata o della fama; il suo segreto è che indossa tutto con la massima disinvoltura. Vi garantisco che per le strade di Londra ho visto altre ragazze osare tanto. Prendete la foto al centro ad esempio: chi di noi metterebbe un giubbotto sopra l'altro? chi abbinerebbe dei pantaloni non sportivi a delle sneakers e ad una t-shirt? E il tocco finale è il suo immancabile berretto grunge. Provate anche voi a fare questo tipo di abbinamenti senza sentirvi ridicole, ed ecco che tutti ammireranno il vostro look trasgressivo, innovativo e così "British".
E adesso passiamo alla mia amatissima Alexa Chung. 
 
I primi due outfit a partire da sinistra rispecchiano esattamente la mia idea di British style odierno. Mentre l'ultimo è ciò che definirei "osa, senza remore, e sarai perfetta".
Prendiamo invece Dawn O'Porter, di cui da anni seguo mensilmente la rubrica Honestly su GLAMOUR British.
Lei si avvicina moltissimo alla concezione che ho delle British ladies più classiche, però con un tocco di estro in più: notate infatti i colori sgargianti delle fantasie di gonna e vestito. Ciò che ammiro in Dawn, scozzese per nascita, ma cresciuta a Guernsey, un'isola in mezzo alla Manica, è il fatto che sia probabilmente rimasta fedele al suo look di sempre, senza provare ad emulare lo stile londinese.
Una British It Girl che mi piace tantissimo è Ashley Madekwe, attrice di serie televisive quali "Diario di una squillo perbene", nonché fashion-blogger. Per me che sono una profana nel mondo della moda (faccio l'insegnante d'inglese in una scuola superiore, non sono una stilista, né tanto meno scrivo su riviste quali Vogue o Marie Claire), il suo stile risulta decisamente Londoner.
Ashley, come ogni ragazza londinese che si rispetti, fa un largo uso di shorts e minigonne per mettere in mostra le gambe anche nei periodi più freddi. I suoi abbinamenti non sono particolarmente azzardati, ma decisamente molto trendy.
Penultima in questa carrellata di Brit style icons è colei che io considero la regina dello street style, Sienna Miller.
Il suo meraviglioso stile fatto di vestitini e booties, si commenta da solo.
And last but not least, è lei, il mio idolo indiscusso da decenni, Kate Moss.
La sua classe innata, la passione per l'animalier, il suo stile classico, ma al contempo innovativo, le sue mise intramontabili, il suo essere sempre impeccabile, tutti questi elementi insieme la rendono semplicemente PERFETTA.
Spero di avervi dato abbastanza spunti per creare il vostro British style personale, e per commentare il mio con cognizione di causa.
Au revoir, mes amis! ;-)

domenica 10 luglio 2016

Non tutti i mali vengono per nuocere - #haveigotabritishstyle #amibritishenough

"Anche dall'esperienza più tremenda può nascere qualcosa di bello": questo è uno dei motti che mi ripeto da quando sono nata. Perché fa bene alla mia anima trovare un elemento di positività anche nella situazione più negativa. E' così che ho sempre affrontato i problemi della mia vita, grandi o piccoli che fossero. Perché capita che ci scopriamo coraggiosissimi in situazioni che non avremmo mai creduto, e poi però ci disperiamo per sciocchezze, rischiando di annegare in un bicchier d'acqua.
Ultimamente mi trovavo nella seconda condizione: tutto mi sembrava un ostacolo insormontabile e non sapevo più come uscirne. Due settimane fa ho dovuto collaborare ad una traduzione scientifica col mio collega e pseudo-amico Ricky il sociopatico. Sì, proprio lui, il mio co-protagonista nell'articolo Parla come mangi! - sociopatia. L'idea di vederlo e lavorarci a stretto contatto per ore non mi ha resa felice, anzi, mi ha procurato la nausea, perché in questo momento l'ultima cosa di cui ho bisogno è circondarmi di gente negativa come lui. Riccardo è un narciso iper complessato. Vi pare un ossimoro? Non lo è. Spesso i narcisi peggiori sono proprio quelli pieni di complessi che vogliono dimostrare la propria superiorità ad ogni costo. Ricky ad esempio si piange sempre addosso, stile Calimero, senza però essere altrettanto tenero.
Calimero
 Fa di tutto per piacere agli altri, al punto da risultare viscido. E' geniale nel suo lavoro: parla il tedesco e l'inglese come fosse madrelingua, e traduce qualsiasi tipo di testo in un lampo, senza commettere errori. Purtroppo è cerebralmente piatto in tutto il resto. Ma questo non gli impedisce di essere arrogante, spocchioso e talvolta persino cafone. 

Lo invito quindi malvolentieri a casa mia per lavorare e appena entra mi squadra dalla testa ai piedi con un sorrisetto ironico: "sei bellissima", esordisce. Lo guardo incredula: "scusami?" E ripete convinto: "sei bellissima. Ma non sopporto il tuo perenne stile British". La domanda mi sorge spontanea: "stile British? in cosa lo noti?" ed ecco la sua tipica risposta da cerebralmente piatto in tutto ciò che non riguarda il suo lavoro: "Non lo so in cosa lo noto. Lo noto. E non lo sopporto in nessuno, non solo in te. Mi urta e lo detesto".
A quel punto tutta la mia negatività era scomparsa. Riccardo mi aveva fatto uno dei più bei complimenti che io avessi mai ricevuto in vita mia. No, non mi riferisco al fatto che mi veda bellissima, quanto piuttosto che abbia sottolineato che detesti il mio stile British. Quindi ho davvero uno stile British? E lì, mentre lavoravo alacremente alla traduzione insieme a Ricky, ho partorito nella mia testa l'idea per una serie di articoli. Da mesi avevo intenzione di scrivere posts about my favourite British style icons (l'ho scritto in inglese perché suona meglio; in italiano viene lunga: "articoli sulle mie icone di stile preferite britanniche"). Ma fare una serie di post biografici e modaioli mi sembrava sterile e banale. Così ho invece pensato che ogni tanto potrei sottoporvi ad un'analisi critica dei miei outfit, del mio make-up e degli accessori, chiedendovi se sono abbastanza British secondo la vostra opinione e facendo un confronto con le suddette style icons. Il tutto sarà corredato da varie foto sui social con gli hashtag #haveigotabritishstyle #amibritishenough. Intanto guardate qua,
 nel luglio 2015 ho anticipato ciò che la mia icona di stile preferita Alexa Chung avrebbe fatto un mese dopo per lanciare la propria linea di manicure. E adesso ditemi: chi è che detta la moda?
E dopo questo sfoggio di superbia, vi ricordo che la vita amorosa e amicale raccontata in questo blog è di Kerry (con persone e fatti inventati di sana pianta), mentre i consigli fashion e di bellezza sono sia di Kerry che di Debby. E con questa crisi di identità, in cui il mio alter ego prevale occupandone i due terzi, vi saluto e scappo a prenotare una visita psichiatrica.
Au revoir, mes amis! ;-)
Kerry/Debby #haveigotabritishstyle #amibritishenough



sabato 25 giugno 2016

Consigli di bellezza: la sinergia degli oli cosmetici

Ragazze, questo post è soprattutto per voi. Oggi mi sento frivola e voglio tornare ad elargire i miei tanto amati consigli di bellezza. Partiamo dall'antefatto: ultimamente ho combinato un gran pasticcio alla mia pelle, che ormai è quasi del tutto risolto. Ho comprato delle gustosissime caramelle all'echinacea. Sulla scatola c'è scritto a caratteri cubitali di assumerne due o quattro al giorno. Ma sono così buone! Così rosa ed invitanti che ne mangiavo quattro per volta, dieci volte al giorno, tutti i giorni. Questa è una cosa che un soggetto allergico come me non dovrebbe fare MAI. Infatti i miei occhi hanno iniziato a lacrimare senza sosta e in viso mi si è sfogata prepotentemente un'odiosa dermatite a cui non ero più abituata. Disastro disastrorum! Ho subito smesso di mangiarle, ma ormai il danno era fatto. Assumere per via orale l'olio di borragine, as usual, non è stato sufficiente. Perché questo è il metodo migliore e più duraturo per combattere la dermatite, ma agisce su tempi lunghi; ed io non potevo certo permettermi di uscire con quella faccia. Così ho sperimentato la sinergia degli oli cosmetici. 
Al mattino, prima del trucco, davo una crema viso agli oli di Argan, Oenothera, Borragine e burro di Karité (Linea del Deserto - Crema Viso - Montherm Bio: euro 15,00 / 16,00), tutti alleati preziosissimi per la salute della pelle, soprattutto per chi, come me, soffre di dermatite atopica, o anche per chi semplicemente vuole mantenere la propria pelle giovane ed elastica più a lungo. 
Durante la giornata spalmavo all'occorrenza (ovvero quando il fastidio della dermatite si faceva più intenso), e solo nei punti critici, gocce di olio di Rosa Mosqueta, o di olio di Karité, o di olio di Mandorle, a seconda di come ero ispirata. Questi prodotti potete trovarli in erboristeria, farmacia, parafarmacia o al supermercato, di diverse marche e prezzi differenti. CONSIGLIO: non applicate mai nessun tipo di olio intorno agli occhi prima di uscire e soprattutto prima del trucco; dopo poche ore gli oli inizieranno a colare magicamente e se avete il mascara, l'eyeliner o quant'altro, potete facilmente immaginare il risultato...
Alla sera invece, dopo essermi struccata e prima di coricarmi, mi beavo spalmando sul viso olio di Argan del Marocco puro al 100% (dr. Organic - Organic Moroccan Argan Oil - Liquid Gold - 100% Pure Oil: euro 18,00 circa): quest'olio non soltanto dà un sollievo immediato ai disturbi della dermatite, ma rende la pelle decisamente più luminosa e delizia anche l'olfatto e la mente grazie al suo sottile profumo dal potere rilassante (non so se sia una cosa certificata, ma a me fa decisamente questo effetto: provare per credere).
Tutto questo trattamento era coadiuvato quotidianamente dall'assunzione per via orale di due capsule di olio di Borragine prima di colazione e due capsule di olio di Oenothera prima di cena. 
I risultati sono stati a dir poco sorprendenti. Ovviamente non ho smesso di usare questi prodotti oleosi, essendo io soggetta alla dermatite, ma li uso soltanto al mattino e alla sera. Vi consiglio di fare altrettanto, anche nel caso in cui non abbiate alcun problema dermatologico; e anzi, vi invito a provare anche altri oli efficacissimi, quali ad esempio l'olio di Cocco e l'olio di Fico. Scegliete quello che più vi aggrada e rendetelo il vostro inseparabile alleato di bellezza.
Au revoir, mes amis! ;-)


Alcuni dei prodotti da me utilizzati.


sabato 18 giugno 2016

L'auto-distruzione del serpente a tre teste

Partiamo in medias res: ve lo ricordate il mio post sui serpenti a tre teste? Bene, vi rinfresco la memoria, e per chi non l'avesse letto, vi invito a leggerlo prima di addentrarvi nei meandri di questo complesso articolo. Ed eccovi il link: la maledizione del serpente a tre teste. Questo articolo, scritto all'incirca un anno fa, descriveva questi serpentelli tricapiti quasi come dei vampiri, sempre pronti a succhiarci linfa vitale, consapevoli di esercitare su molti di noi un fascino a cui è quasi impossibile resistere. Concludevo poi il tutto con queste parole: "...non sperate di poterli sconfiggere, perché non hanno nessun punto debole". Ma davvero? Ne siamo ancora sicuri? Assolutamente NO. Il punto debole ce l'hanno eccome: annegano lentamente nel loro stesso veleno; distruggono la loro vita con le proprie mani, e sono totalmente incapaci di fermarsi, sebbene se ne rendano perfettamente conto. L'odore di marcio di cui parlavo un anno fa, che emanano costantemente e che io fiuto a distanza, è la putrefazione che essi stessi innescano, quasi ad auto-punirsi di tutte le loro malefatte. Sarebbe quasi normale gioire di questa loro auto-distruzione dopo il male che ci hanno fatto; ma personalmente non ci riesco mai. Li vedo soffrire terribilmente, e poi di colpo riprendersi, come se la flagellazione che si impongono non li avesse scalfitti minimamente. Ma non è vero. Dopo molti anni i risultati si vedono, soprattutto per chi li conosce bene, e questi risultati non sono mai confortanti. E perché non è facile gioire della loro sorte disperata? Perché sappiamo che non è tutta colpa loro se ci hanno ferito; siamo noi, proprio noi che ogni sera lasciamo le finestre aperte per far entrare tali vampiri. Perché ci piace farci sedurre e succhiare il sangue. Perché noi stessi non siamo del tutto tranquilli ed equilibrati: siamo degli irrisolti. Se così non fosse, non accoglieremmo i nostri aguzzini a braccia aperte. Ma c'è di più.
Pochi giorni fa un mio amico ha condiviso su un social network una citazione di Mark Twain, che mi ha fatto molto riflettere: "...chi prega per Satana? Chi in diciotto secoli ha avuto l'umanità di pregare per quel peccatore che più ne aveva bisogno...?" 

Non voglio passare qui per la satanista di turno, e non starò nemmeno a raccontarvi se seguo una fede religiosa (cristiana, musulmana, ebraica o quant'altro), se sono atea od agnostica. Però Twain ci fa notare che, mentre sulla carta quasi tutte le religioni, e spesso anche la moralità comune, ci invitano ad avere pietà per chiunque, specialmente per le persone all'apparenza peggiori, non è poi davvero quello che facciamo. Condannare senza appello Satana, senza neanche ascoltare la sua versione, stride parecchio con la carità cristiana che Gesù insegna nei Vangeli. Perché semmai, sono proprio i peccatori più grandi che maggiormente necessitano delle nostre preghiere (se siamo religiosi) e della nostra compassione. Quindi, se può essere sbagliato accanirsi su una figura tanto controversa quanto quella di Satana, come potremmo gioire della miseria e dell'infelicità degli "umanissimi" serpenti a tre teste?
E questi rettili che si insinuano tra noi e nelle nostre menti, sono davvero il male? Forse li incontriamo sul nostro cammino per uno scopo, ad esempio imparare una lezione. Per quel che mi riguarda, io cado sempre preda dei loro giochetti, rimango da sempre impigliata nella loro rete, ma ogni volta ne esco più forte e consapevole. E nonostante tutto non riesco proprio ad odiarli. Proprio in questo momento mi vengono in mente donne e uomini che conosco con tali fattezze. Alcuni di loro stanno invecchiando e sono irriconoscibili: senza più un briciolo del loro fascino ammaliatore, sono ormai lo spettro di quel che erano un tempo. Una sorta di ritratto imbruttito e tumefatto di Dorian Gray. 
Vi viene davvero così facile ridere di un spettacolo tanto triste? Io proprio non riesco. Non posso far altro che avere pietà della loro anima; e se l'anima non esiste, avrò compassione della loro miserabile vita. Non sperate di poterli aiutare: fiduciosi della loro presunta invincibilità, non vi lasceranno tender loro la mano, e sprofonderanno lentamente nella palude che si sono costruiti negli anni...
Au revoir, mes amis...

giovedì 21 aprile 2016

Words, words, words.

C'è qualcosa che si possa scrivere su Shakespeare che non sia già stato scritto? Sì. Ovvero ciò che io provo per lui: lo amo, da sempre, profondamente.
Perché mi accingo a scrivere questo articolo? Perché, per chi non lo sapesse, il 23 aprile 2016 è #Shakespeare400, il quattrocentesimo anniversario della morte del nostro caro William. Doveroso commemorarlo, soprattutto per una britgirl come me.
Nato nel 1564, vissuto a cavallo tra i regni di Elizabeth I e James I, e morto nel 1616, William Shakespeare è stato indubbiamente il più grande drammaturgo di tutti i tempi.
Sarò banale, ma se penso alle sue opere, le prime che mi vengono in mente sono le più classiche, quelle che anche i profani conoscono: Romeo and Juliet, Hamlet, Macbeth.
Quante volte i suoi drammi mi hanno fatto piangere? Ricordo quando dovevo preparare l'esame al primo anno di università: leggevo Romeo and Juliet, arrivavo sempre allo stesso punto ed ero costretta a fermarmi, interrotta nella mia lettura dalle lacrime che non volevano smettere di scendere: "thy lips are warm", le tue labbra sono ancora calde. Persino mentre sto scrivendo questo articolo piango. Juliet ha appena scoperto che Romeo è morto; senza esitazione cerca il veleno nella coppa che lui ha in mano. Ma lo ha bevuto tutto, non ne ha lasciato neanche una goccia per la sua amata. Allora lei lo rimprovera per il suo egoismo; lo bacia sulla bocca sperando vi sia rimasto almeno un poco di quel veleno letale. E capisce dalle sue labbra calde che Romeo è morto da pochi istanti. Destino infame! Ed ecco la potenza di Shakespeare nel creare emozioni. Ogni volta imploro Romeo di non suicidarsi perché Juliet si sta per svegliare. Ogni volta non mi capacito che questi due adolescenti muoiano a pochi attimi di distanza l'uno dell'altra e senza nemmeno sapere il perché. In ogni tragedia i protagonisti muoiono consapevoli di ciò che sta loro accadendo. Ma qui no. Romeo non sa che Juliet è in realtà viva. E Juliet non immagina neanche lontanamente la ragione per cui il suo amato ha compiuto quel gesto estremo. Ma non le importa. L'importante è seguirlo nel suo destino.
E quante volte i protagonisti dei drammi shakespeariani mi hanno fatto venire il nervoso? Hamlet, perché tratti male Ophelia solo per la tua sete di vendetta nei confronti di tuo zio? Macbeth, ma ti rendi conto di che razza di casino hai intavolato per avidità? Othello, ma ancora non hai capito che devi credere a quella santa donna di Desdemona che ti sopporta, e non a quel pazzo invidioso di Iago? Ma che avete tutti in quelle teste? Ed ecco che ogni volta mi fanno arrabbiare. Eppure non riesco a smettere di amarli, proprio Hamlet ad esempio, che si finge pazzo per i suoi scopi, ma che in realtà pazzo è davvero, e soffre; Macbeth e Lady Macbeth, malvagi, tremendi, eppur così pieni di amore e passione l'uno verso l'altra, che è quasi impossibile non restare affascinati dalla loro relazione.
Ma Shakespeare non è solo pianti e sofferenza. Shakespeare sa farci ridere di gusto: come accade seguendo i dispetti e i pasticci che combina il folletto Puck in A Midsummer Night's Dream; ma è anche capace di farci riflettere sull'antisemitismo di cui è vittima l'ebreo Shylock in The Merchant of Venice.
Una delle cose che più adoro nell'opera shakespeariana è l'attualità delle sue storie. Proprio così, questi drammi potrebbero essere ambientati in qualsiasi tempo perché i temi e i personaggi presenti in essi, con le loro sfaccettature, sono adattabilissimi ad ogni epoca, passata e futura. Vi sarà forse capitato di vedere Hamlet di Kenneth Branagh, che si svolge in uno scenario simil-ottocentesco; oppure Hamlet 2000, ambientato, come già suggerisce il titolo, nella New York contemporanea; o ancora Richard III, con Ian McKellen, che porta la storia negli anni Trenta del secolo scorso, in un'immaginaria Inghilterra nazi-fascista. Pare d'obbligo qui citare il famosissimo William Shakespeare's Romeo + Juliet di Baz Luhrmann, con Leonardo DiCaprio e Claire Danes, ambientato in una modernissima Verona Beach (probabile calco di Venice Beach), sebbene il finale non sia propriamente shakespeariano (e non me ne voglia Mr Luhrmann che è tra l'altro uno dei miei registi preferiti).
E che dire ancora della presenza di Shakespeare e del suo variegato universo in canzoni (da Bob Dylan ai Dire Straits) ed episodi di serie TV (tra cui i miei amatissimi Doctor Who, Star Trek e persino i Simpson)? Insomma, William Shakespeare è dovunque, impossibile che non lo conosciate, anche solo trasversalmente; e credetemi, è impossibile che non lo amiate.
C'è anche chi sostiene che non sia mai esistito, o che le sue opere siano addirittura state scritte dal suo eterno rivale Christopher Marlowe. Ma tutto questo è davvero importante? Trovate il tempo se possibile di guardarle a teatro, o di leggerle direttamente, o anche di vederle in qualche trasposizione cinematografica o televisiva. Sono sicura che vi appassioneranno, nel caso in cui non l'abbiano già fatto. E poi fatemi sapere. Mentre aspetto i vostri commenti, pubblici o privati, passerò il tempo guardando l'ultimo Macbeth, quello con Michael Fassbender, che ho acquistato giusto oggi in blu-ray. Così, tanto da bearmi per l'ennesima volta dei dialoghi e monologhi shakespeariani. E poi, come dicevo, c'è Fassbender: di già mi delizio anche gli occhietti...
PS: come al solito ho parlato tantissimo, spero non troppo, ma del resto in questo mio blog è normale leggere parole, parole, parole, "words, words, words", come diceva il mio amato Hamlet a quell'insulso e viscido di Polonius.
Au revoir, mes amis! ;-)