Dopo aver letto il romanticissimo Sotto la Porta dei Sussurri, a distanza di un anno si è deciso, in uno dei gruppi di lettura che frequento, di riprendere il nostro amato TJ Klune e leggere il romanzo che gli ha regalato una fama mondiale, ovvero La Casa sul Mare Celeste.
Il protagonista di questa storia è Linus Baker, un assistente sociale che lavora per il DIMAM, il Dipartimento della Magia Minorile, e il suo compito consiste nell’accertarsi delle buone condizioni degli orfanotrofi in cui crescono i bambini magici, assicurarsi “che i bambini stiano bene […], controllare che ci si occupi di loro. Delle loro necessità. E che siano protetti, da loro stessi e dagli altri.” (p. 60). Per dirla con le sue parole, Linus si occupa “esclusivamente del benessere dei bambini, nient’altro” (p. 12).
Il Signor Baker, che da subito mostra un’empatia non richiesta dal suo incarico, e non comune tra i colleghi, non sembra però occuparsi del proprio benessere, dato che l’unica vacanza che si concede è rimirare “il tappetino del mouse, con sopra la fotografia sbiadita di una spiaggia bianca e del mare più azzurro del mondo” con sopra la scritta “NON VORRESTI ESSERE QUI?” (p. 19).
Questa frase, “non vorresti essere qui?”, diventa un Leitmotiv dell’intera narrazione, ricordandoci che dovremmo in effetti stare dove realmente vorremmo essere. D’altra parte, come puntualizza la piccola Talia citando le parole di Arthur Parnassus, “dobbiamo dedicare del tempo anche alle cose che ci piacciono […] altrimenti rischiamo di dimenticare come si fa a essere felici.” (p. 107).
Parnassus, altro elemento chiave della storia, gestisce un particolare orfanotrofio sull’isola di Marsyas, che da tempo ha attirato l’attenzione del DIMAM. Linus sarà incaricato di controllare, verificare, indagare. Ma nello svolgere questo suo compito segretissimo, si renderà conto che la verità potrebbe essere ben diversa da quel comodo grigiore che spesso ci ostiniamo a perseguire.
Ciò che davvero ho apprezzato è il modo in cui si affronta il tema del diverso. Nella società attuale in cui troppi fanno a gara per mostrare quanto sono bravi ad accogliere la diversità, qui se ne parla invece senza falsa ipocrisia. È infatti normale rimanere spiazzati di fronte a ciò che non conosciamo, ma anziché restare sulle proprie posizioni scettiche, è doveroso provare a capire l’altro, che inizialmente potrebbe spaventarci, per poi arrivare invece ad amarlo profondamente. Uno scetticismo iniziale non può considerarsi una colpa: il problema sta nel non voler nemmeno provare a cambiare i nostri schemi mentali. “Trovo che la nostra percezione delle cose subisca l’influenza di quanto ci è stato insegnato. Fin da quando siamo bambini ci viene detto che il mondo è fatto in un certo modo, e ci sono delle regole.” (p. 235). “Il cambiamento avviene quando lo si desidera abbastanza intensamente.” (p. 276). Proprio così.
Sebbene i temi affrontati non siano propriamente leggeri, la narrazione scorre veloce e ogni cosa viene trattata con la giusta delicatezza. Lo stile è molto cinematografico: in alcuni momenti ci sembra quasi di essere dentro la storia e di vedere le scene dal vivo. Gli spunti di riflessione sono davvero tanti, ma non mancano anche molti momenti di comicità e altrettanti di pura tenerezza.
Sia in questo libro che in Sotto la Porta dei Sussuri, Klune racconta l’omosessualità con una naturalezza per nulla scontata, nemmeno ai giorni nostri. Quello che da molti viene definito “diverso”, diventa qui semplicemente “ordinario” (aggettivo per cui ringrazio due mie carissime amiche lettrici).
Vorrei tuttavia fare un appunto, in quanto c’è una frase ricorrente, “chi non denuncia è complice”, che dimostra il controllo ossessivo del governo sugli esseri magici; ma la stessa frase può in realtà avere un significato estremamente positivo, soprattutto nel nostro Paese, dove tutti conosciamo il significato di “omertà”: concetto talmente avulso alle altre culture, che spesso non hanno nemmeno una parola con cui esprimerlo (in inglese, ad esempio, viene tradotto con una perifrasi). A onor del vero, bisogna riconoscere che lo slogan va sicuramente contestualizzato in questa storia semi-distopica, e comunque nel testo originale suona diverso: “ if you see something, say something” (“se vedi qualcosa, dillo”). Il merito di aver colto questo cavillo va alla mia cuginetta cui nulla sfugge ;-)
Ma a parte questa puntualizzazione sulla traduzione, alcune frasi mi sono rimaste nel cuore:
- “Casa è il posto dove possiamo essere noi stessi”. (p. 108).
E soprattutto, la mia preferita in assoluto e che tanto mia aiuta a vivere meglio:
- “… il sole splendeva. Era una giornata talmente bella. Sarebbe stato un vero peccato rovinarla con le parole di un ignorante fanatico.” (p. 169).
Ebbene sì, sono già pronta a leggere il seguito :-D
PS: Arthur Parnassus fa ufficialmente parte delle mie crush 2026 ;-D
Au revoir, mes amis! :-D

































