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domenica 29 marzo 2026

Abbiamo sempre vissuto nel castello di Shirley Jackson

Due sorelle, Mary Katherine “Merricat” e Constance Blackwood, che vivono
isolate nella loro grande dimora, lontane dagli abitanti “malvagi” del loro piccolo paesino. Un mistero aleggia nell’aria, tanto temibile quanto intrigante. Una triste verità che si delinea scorrendo velocemente una pagina dietro l’altra. “Un ambiente malsano”, perché “una bambina va punita per i suoi sbagli, ma deve continuare a sentirsi amata.” (p. 51). Pensieri malati e paranoie. E non riusciamo più a distinguere cosa è reale e cosa non lo è.
“Mi chiamo Mary Katherine Blackwood. Ho diciott’anni e abito con mia sorella Constance. Ho sempre pensato che con un pizzico di fortuna potevo nascere lupo mannaro, perché ho il medio e l’anulare della stessa lunghezza, ma mi sono dovuta accontentare. Detesto lavarmi, e i cani, e il rumore. Le mie passioni sono mia sorella Constance, Riccardo Cuor di Leone e l’Amanita phalloides, il fungo mortale. Gli altri membri della famiglia sono tutti morti.” - questo l’incipit del romanzo, talmente incisivo che viene riportato anche sulla quarta di copertina: basta un inizio del genere per darci l’idea di cosa ci accingiamo a leggere.
Shirley Jackson era una donna con una mente geniale ed affascinante, afflitta da disturbi mentali a parer mio causati da un’intelligenza superiore alla media. Appare piuttosto evidente che odiasse vivere in quel piccolo villaggio del Vermont, in cui si era dovuta trasferire insieme al marito, e probabilmente pieno degli stessi pettegoli senza cuore che figurano nelle pagine di questo romanzo.
In questo libro non si parla
apertamente di streghe, ma se ne percepisce la costante presenza.
Merricat ritiene infatti di avere dei poteri che acquistano maggiore forza in determinati giorni della settimana; inoltre compie alcuni riti propiziatori che in realtà somigliano molto più alle manie tipiche degli psicotici, piuttosto che a delle magie vere e proprie. Constance invece ha una passione per il suo orto ed il suo giardino, che cura con estrema dedizione. Tutte queste loro peculiarità, insieme all’isolamento che si auto impongono per vivere tranquille, sono esattamente i tratti distintivi che un tempo venivano affibiati alle streghe, o presunte tali.
Queste due sorelle vivono la loro vita fatta di abitudini rassicuranti, scandita da giornate sempre uguali: le colazioni, i pranzi, le cene, i libri presi in prestito alla biblioteca e mai restituiti, i giorni fissi dedicati alla spesa in città. Fin quando giungerà inaspettato un “cambiamento”.
È una lettura che ci avvolge nel suo incantesimo e da cui non ci si vuole staccare. Lo stile è perfetto, come in ogni libro della Jackson, e non ci si stancherebbe mai di leggere, anzi, si arriva alla conclusione del romanzo un pochino tristi di doverlo infine posare. 
Se lo leggerete, ditemi le impressioni che ne trarrete; perché, non so cosa ne pensate voi, ma a me sembra che i pensieri contorti e gli atteggiamenti strampalati di Mary Katherine facciano parte dell’infanzia di molti di noi, ma in pochi si sentiranno di confessarlo, o quantomeno ammetterlo anche solo con se stessi.
Dopo aver terminato questo romanzo, ho voluto provare a guardare anche il film ad esso ispirato ed intitolato Mistero al castello Blackwood,
e ne sono rimasta piacevolmente sorpresa: gli attori scelti risultano azzeccatissimi, ed interpretano i loro personaggi in maniera eccellente. Le modifiche alla storia sono state davvero minime: a volte si riprendono addirittura le stesse battute del libro; soltanto a meno di dieci minuti dalla fine, la storia prenderà una piega diversa rispetto al romanzo, a mio parere non necessaria né funzionale: ritengo che la regista Stacie Passon abbia dato al film la conclusione che avrebbe voluto leggere nel romanzo, o che abbia semplicemente differenziato il film dal libro perché, in effetti, le dinamiche cinematografiche rispondono a dettami diversi da quelli che governano le dinamiche narrative. Leggere un libro ci permette di entrare meglio nella psiche dei protagonisti, e ci fa notare dettagli che di norma sfuggono con la sola visione del film. Quindi vi consiglio di guardarlo solo se prima leggerete questo indiscusso capolavoro della Jackson. Ma dopo averlo letto, prendetevi un’oretta e mezza anche per la pellicola: ne vale la pena.
Au revoir, mes amis! ;-)

sabato 14 marzo 2026

The Love Hypothesis di Ali Hazelwood

Vi ho già parlato della bravissima Ali Hazelwood 
e di quanto benissimo scriva. Ma ve ne riparlo molto volentieri.
Ali Hazelwood è il nome d’arte di una straordinaria neuroscienziata italiana che lavora negli Stati Uniti e che per diletto scrive (in inglese!) romanzi rosa ambientati nell’ambiente che meglio conosce: il mondo accademico delle STEM.
The Love Hypothesis è il suo romanzo d’esordio, che ha avuto un successo strepitoso e a cui ne sono quindi seguiti molti altri.
Olive è una specializzanda che ha “uno specifico quesito di ricerca” per una motivazione molto valida che le “sta a cuore” (p. 7), e che nel frattempo si diverte a formulare ipotesi su come sta procedendo la propria vita. La prima ipotesi che troviamo e che da il via alla storia è formulata in questi termini: “Sulla base delle informazioni disponibili e dei dati raccolti finora, la mia ipotesi è che più sto lontana dall’amore e meglio sto.” (incipit che precede il prologo).
Quando Olive si accorgerà che la sua migliore amica Anh è interessata a Jeremy, con cui lei è uscita un paio di volte, si troverà a fingere di avere un appuntamento con un altro, in modo da permettere ad Anh di approcciarlo senza imbarazzo né sensi di colpa. Perché in effetti è vero che ad Olive non interessa nulla di Jeremy, ma Anh non sembra disposta a crederle. E come prova del nove, Olive, di fronte all’amica, bacerà il primo che passa senza nemmeno guardarlo in faccia; ad una seconda occhiata, Olive comprenderà l’enorme portata del pasticcio che ha combinato: ha appena baciato l’affascinante, nonché temutissimo da tutti, Professor Adam Carlsen. 
Dopo una riluttanza iniziale e lo spauracchio di una denuncia per molestie, Adam si presterà inaspettatamente al gioco della finta relazione, durante il quale, tra una bugia e l’altra, le cose si aggroviglieranno e complicheranno sempre più…
Questo romanzo però non è semplicemente una storia d’amore. La cosa che mi ha entusiasmata fin dall’inizio è che più volte si ripete questo concetto: “Non ho idea se tu sia abbastanza brava. […] Quello che conta è se la tua motivazione per entrare a far parte del mondo accademico è abbastanza buona.” (p. 81). La motivazione è ciò che conta, in tutto ciò che facciamo. Una motivazione forte. La motivazione è, nel mio caso, ciò che mi ha fatto arrivare esattamente dove volevo essere, ed è ciò che consiglio sempre a tutti di trovare per avere la forza e la costanza di realizzare i propri sogni. Un bel messaggio quello che ci viene trasmesso dalla Hazelwood; ma non è l’unico. In questo libro, come anche in Bride che avevo letto la scorsa estate, si parla di amicizie talmente profonde, che arrivano a fare le veci della famiglia, soprattutto se non se ne ha una. Ed infine, un altro grande insegnamento datoci da questa storia è che “era troppo stressante. Troppo difficile. Non valeva la pena mettere a dura prova la salute cardiovascolare e psicofisica. In più, mentire faceva schifo.” (p. 292). Potrebbe sembrare scontato, ma per molti non lo è affatto. Mentire non è eticamente corretto ed inoltre logora. Ricordiamocelo.
Per concludere, decreto Ali Hazelwood nuovamente PROMOSSA a pieni voti, e non solo in ambito scientifico :-D
Au revoir, mes amis! ;-)




martedì 3 marzo 2026

I libri di Kerry: La briscola in cinque di Marco Malvaldi

Anni fa un mio carissimo collega mi aveva consigliato di guardare la serie TV I delitti del BarLume,
ma sebbene all’epoca mi interessassi di ben altro tipo di film e serie, mi ero ripromessa di dare ascolto alle sue parole. E da allora ho continuato imperterrita a disattendere questa promessa… Fin quando l’amica più simpatica e divertente che ho, ha deciso di regalarmi La briscola in cinque di Marco Malvaldi, spiegandomi che è il primo volume della serie dei delitti del BarLume. E a tutt’ora non ho ancora visto il programma televisivo, ma almeno ho letto il libro; e vi dirò di più: mi è pure piaciuto moltissimo. Forse dovrei davvero dare ascolto anche al mio vecchio collega…
Sebbene questo non sia affatto il mio genere, questo romanzo mi ha divertita tantissimo (come fa sempre anche la mia amica). 
Si tratta sostanzialmente di un giallo, in cui i poliziotti non ci acchiappano per niente, mentre il barista, o meglio il “barrista” (per dirla alla pisana come Malvaldi) di Pineta, ha delle intuizioni a dir poco brillanti. E così, tra un caffè non servito perché fa troppo caldo, tra una reprimenda al nonno perché mangia troppi gelati, tra belle donne che ancheggiano come top model e qualche briscola in cinque coi quattro vecchietti del paese, ci troviamo a risolvere omicidi insieme a Massimo, il “barrista” appunto, dispiacendoci per la sventurata vittima, ma ridendo come matti per le elucubrazioni ad alta voce del protagonista e per l’accento pisano che quasi sembra di sentire ad ogni pagina, sebbene si stia leggendo.
Malvaldi ha davvero un bel modo di scrivere. La storia è breve e scorre velocissima, e l’impianto narrativo è decisamente ben congegnato.
Le edizioni Sellerio poi sono sempre una garanzia.
Mi sa che mi procurerò anche gli altri volumi ed inizierò la serie TV ;-)

Au revoir, mes amis! :-D



sabato 28 febbraio 2026

I libri di Kerry: un tè a Chaverton House di Alessia Gazzola

Un tè a Chaverton House: ed anche questo romanzo di Alessia Gazzola mi ha incantata,
come già aveva fatto il primo volume della serie di Miss Be (Miss Bee e il cadavere in biblioteca).
Frequentare i club del libro si rivela davvero utile, oltre che divertente e rilassante: all’ultimo a cui ho partecipato, per cui avevamo letto proprio il primo romanzo di Miss Bee, la mia dolcissima amica nonché lettrice furiosa, mi ha guardata e ha dichiarato: “se la Gazzola ti è piaciuta così tanto, allora dovresti provare a leggere anche Un tè a Chaverton House; ti piacerebbe sicuramente.” Detto, fatto. Anzi, consigliato, acquistato.
E in effetti ho constatato, con grande felicità, che è proprio il libro per me, “il libro coccola” di cui sono sempre alla ricerca. La protagonista, Angelica Bentivegna, un’insegnante d’inglese al momento in pausa, decide di partire per l’Inghilterra, sia per cercare notizie del suo bisnonno, sia per prendersi tempo per riflettere sulla propria vita.

Arriva quindi a Chaverton House, nella bellissima regione del Dorset, e qui troverà un po’ di conforto e, chissà, forse l’amore, complice anche lo scenario quasi magico dell’incantevole tenuta immersa nella tranquillità del parco naturale che la circonda.
Questa storia “è stata scritta in trenta giorni durante il lockdown.” (p, 6): ogni giorno l’autrice mandava via mail un capitolo ad un ristrettissimo gruppo di lettura. Ecco, già questa informazione mi ha commossa e mi ha messa nello spirito giusto per iniziare la lettura.
Credo di aver avuto stampato sulla faccia un sorriso intenerito ogni volta che avevo in mano questo romanzo.
I capitoli sono in effetti ventinove più un brevissimo prologo, e sono ovviamente tutti molto corti. A me è capitato di imbattermi in un’edizione economica di soli 5,90 €; così, in un momento in cui avevo giurato e spergiurato che non avrei comprato libri per un bel po’, mi sono detta: “il prezzo vale ampiamente la spesa, le pagine sono poche e si leggerà in fretta, è esattamente il tipo di libro che cercavo; insomma, che male mi può fare? Anzi, non potrò che trarne giovamento.” E mai previsione fu più azzeccata! Se poi ci aggiungiamo i preziosi insegnamenti sparsi tra le varie pagine, va da sé che vi consiglio caldamente di leggerlo. 
Ve ne cito alcuni: 
- “Ma in quel vuoto che […] ha lasciato […] non sento più freddo né afflizione, anzi, non è più neanche un vuoto. È spazio per me.” (p. 33). 
- “ Non sappiamo mai cosa si cela realmente dietro un gesto che può apparire scortese e non dovremmo giungere a conclusioni affrettate.” (p. 52).
- “Io voglio una vita piena di piccole cose belle.” (p. 57).
- “Non esistono mai le realtà oggettive, bensì solo il punto di vista di chi guarda.” (p.90).
- “La serenità è anche accettazione dell’inevitabile amarezza della vita.” (p. 94).
Ma come si fa a resistere a un libro con così tante e meravigliose perle di saggezza?
Tra l’altro vi confesso che per me ha avuto un potente effetto curativo: chi mi conosce saprà il perché. Ma sono certa che potrebbe svolgere la stessa funzione per molte delle persone che conosco: è una storia semplice, molto veritiera, soprattutto per come vengono vissuti i sentimenti (e per i dialoghi! Sembra proprio di essere presenti nelle varie scene). Sicuramente molti di voi troveranno qualcosa di sé tra le pagine di questo romanzo.
Una curiosità: tra gli svariati personaggi ho notato una preponderanza di nomi che iniziano con la lettera “A”. Sarà un caso o dipende dal fatto che l’autrice del libro si chiami Alessia? Chissà se avremo mai la risposta :-)
Che dite? Glielo chiedo? Ci provo! ;-)
Au revoir, mes amis! :-D




venerdì 27 febbraio 2026

I libri di Kerry: Finché il caffè è caldo di Toshikazu Kawaguchi

Finché il caffè è caldo è il primo volume della “saga del caffè” di Toshikazu Kawaguchi.
La storia narrata si svolge interamente in questo caffè d’epoca, in cui fa sempre fresco, anche d’estate, nonostante sia sprovvisto di un impianto di aria condizionata.
È un locale a conduzione familiare, piuttosto intimo in quanto molto piccolo, con pochissimi tavoli al suo interno.
Ma ciò che lo rende particolare non è dato dagli arredi o dalla frescura di cui si può godere nella sala, bensì dalla possibilità che dà a chiunque entri di viaggiare nel tempo.
In questo misterioso caffè c’è infatti una sedia, un’unica sedia, che ci permette di ritornare nel passato e di incontrare solo chi è già stato in questo locale, e solo per il tempo in cui beviamo una tazza di caffè; attenzione però: una regola fondamentale ci impone di tornare al presente prima che il caffè si raffreddi, altrimenti le conseguenze saranno catastrofiche.


Era da parecchio tempo che avevo voglia di assaporare le atmosfere di questo romanzo, perché mi sembrava il tipico libro che fa bene al cuore. E poi la copertina stessa è piuttosto invitante e infonde già serenità. 
Ebbene, forse ho davvero procrastinato troppo il momento in cui leggerlo e le mie aspettative erano probabilmente diventate estremamente alte. 
La prosa mi ha un po’ annoiata e faticavo ad andare avanti nella lettura. 
Le persone che in questo primo volume vanno nel passato hanno quasi tutte delle motivazioni talmente tristi, che,  anziché farmi bene al cuore, mi hanno demoralizzata. I personaggi non mi hanno convinta, anche se l’unico motivo per cui andrei avanti a leggere gli altri è sapere che fine fa Kazu, la cameriera che serve il caffè con aria solenne, ma che nasconde un animo da artista: è stata davvero l’unica ad avermi affascinata. 
Un punto a favore di questa storia, che me l’ha resa decisamente più interessante e piacevole, è che il passato non può essere cambiato: “allora a cosa serve tornare indietro?”, penserete voi. In realtà ciò che si evince fin dall’inizio è che è molto più importante fare pace con il nostro passato, anziché modificarlo. Non è il passato che ci serve cambiare, ma la prospettiva da cui lo guardiamo, e questo, forse, ci aiuterà a cambiare addirittura noi stessi.
L’idea di fondo aveva quindi un suo perché, ma avrebbe potuto essere sviluppata meglio; non mi sono divertita né commossa e nemmeno immedesimata: nel complesso questa lettura non mi ha lasciato molto.
Eppure so che tra i miei amici e colleghi sono in molti ad averlo apprezzato e persino amato; e sono tutte persone che stimo e di cui mi interessa ascoltare l’opinione.
Sono quindi curiosa di vederli al prossimo incontro de I libri di Kerry per conoscere meglio il loro parere e per scoprire se riusciranno a convincermi a leggere i seguiti.
Vi terrò aggiornati nel prossimo articolo.
Au revoir, mes amis! :-)








sabato 21 febbraio 2026

Sussurri oltre il velo di Samantha Garbero


Samantha Garbero, scrittrice acquese che ho scoperto per caso poco più di un anno fa, mentre promuoveva i suoi libri nella mia libreria di fiducia,
e già autrice dei dark fantasy L’origine del male e A luci soffuse, torna a sorprenderci con il suo nuovissimo Sussurri oltre il velo.

Sussurri oltre il velo non è un dark romance, né un fantasy o un gotico, non è nemmeno un romanzo: è un diario vero, in cui la protagonista mette per iscritto le esperienze da lei vissute in case “infestate”. “Si tratta quindi di un paranormal”, penserete voi; e invece, no. Perché i fatti realmente esperiti da qualcuno e poi trascritti su carta, per quanto paranormali, non possono, a parer mio, davvero essere etichettati. Non credo sia possibile, e neanche corretto, affibbiare etichette di generi letterari alle vite di persone esistenti o esistite.

Mi sento quindi di affermare che questo diario non è per tutti, ma ritengo che tutti dovrebbero leggerlo. Questo assioma a prima vista contraddittorio, in realtà non lo è: non è per tutti perché la stragrande maggioranza delle persone non crede, o non vuole credere, ai fenomeni paranormali, e potrebbe percepire un senso disagio leggendolo; ritengo però che tutti dovrebbero leggerlo perché questo senso di disagio va superato, capito e tenuto in considerazione. Perché se proviamo questa sottile paura, significa che in fondo al nostro cuore crediamo: tutti da piccoli temevamo i luoghi bui e l’oscurità, e sentivamo che le nostre paure non erano del tutto infondate. Crescendo ci siamo poi convinti che fosse solo suggestione. E se invece i bambini, ancora privi di giudizio, semplicemente vedono e/o sentono ciò che crescendo ci imponiamo di non percepire più?
Leggetelo quindi, anche se non credete, ma sospendete il giudizio, per rispetto verso chi l’ha scritto in prima persona, e per l’autrice che l’ha pubblicato.
Questo diario è stato scritto dalla nonna di Samantha, e poi da lei rivisto e corretto, ma senza modificarne i contenuti né lo spirito.
La nonna, fin da bambina, ha sempre “avvertito” delle presenze: questo succede grazie alla sua capacità di “scorgere oltre il velo”.
Tale capacità si è poi tramandata a figlie e nipoti. A volte si trattava di semplici oggetti spostati, altre volte di nomi sussurrati, oppure di colpi e rumori inaspettati, fino ad arrivare ad apparizioni vere e proprie, condivise anche da chi era presente in quel momento con lei.

Una tale testimonianza mi ha emozionata enormemente e vi dirò di più: per quanto sia piccolo e breve, non sono riuscita a leggerlo in una serata, perché mi sono immedesimata e mi sono dovuta fermare più volte per le emozioni intense e la tensione che stavo provando. Mi ha fatto, sebbene per motivi diversi, l’effetto che già mi aveva fatto leggere Cosa si prova? di Sophie Kinsella, perché leggere di esperienze reali e dolorose non può che travolgerci, e ci serve un momento per elaborare; eppure considero questo tipo di libri delle letture edificanti, persino catartiche. Sono delle potenti sberle in faccia, che riescono pur tuttavia a farci bene al cuore. Tra l’altro, come la Kinsella, anche Samantha ha uno stile narrativo eccezionale. Già avevo apprezzato enormemente gli altri suoi libri, ma stavolta si è davvero superata.

Impossibile non fare anche il paragone con Emily Brontë, soprattutto leggendo il capitolo Presenze in campagna, in cui si legge che, durante un temporale estivo, “qualcuno, o qualcosa, stesse cercando di farsi sentire, di violare quel fragile confine […]” (p. 88).

Un plauso va anche alla splendida edizione di questo volume, pubblicata da Youcanprint, iper curatissima, suggestiva al punto da richiamare atmosfere antiche.

E soprattutto, grazie allo splendido lavoro di Samantha e al diario della nonna: non solo mi avete regalato emozioni indescrivibili, ma mi avete fatto sentire meno sola, capita, e, lasciatemelo scrivere, anche un po’ meno pazzerella. :-D

Au revoir, mea amis! ;-)















sabato 14 febbraio 2026

Bridgerton - Il duca e io di Julia Quinn

Dearest Gentle Reader,
this author non ha potuto esimersi dal leggere il primo libro della serie Bridgerton, intitolato Il duca e io, dopo aver visto tutta d’un fiato la serie su Netflix, attualmente composta da tre stagioni e mezza, più lo spin-off sulla Regina Carlotta.

Se anche voi come me avete apprezzato la serie TV e vi accingete a leggere il primo romanzo della saga della famiglia Bridgerton, scritto da Julia Quinn, vi accorgerete di alcune notevoli differenze, ma anche di moltissimi punti in comune che mantengono, a mio avviso, inalterato lo spirito della storia.

Per chi di voi non sa di cosa sto parlando, Bridgerton è una saga familiare, che narra, appunto, le vicende amorose dei Bridgerton: ogni libro, così come ogni stagione della serie TV, è dedicato a uno degli otto figli di Violet, ovvero Anthony, Benedict, Colin, Daphne, Eloise, Francesca, Gregory e Hyacinth (sì, avete visto giusto, i nomi sono stati dati in ordine alfabetico, anche se le storie non seguono quest’ordine).

Il duca e io s’incentra sulla storia d’amore di Daphne e Simon Basset, nuovo duca di Hastings, già conte di Clyvedon. 
I due decidono di comune accordo di fingersi interessati l’uno all’altra, così da allontanare le pretendenti che l’uno non vuole e ad attirare i corteggiatori che l’altra desidera. 
Ma, come si suol dire, a scherzare col fuoco, si rischia di scottarsi, e il fuoco della passione alimenterà presto le proprie fiamme…

A proposito invece delle differenze e delle somiglianze tra libro e serie televisiva a cui ho accennato poc’anzi, si noterà subito che il libro può giustamente essere definito un romanzo storico, essendo ambientato in Inghilterra durante l’Età della Reggenza; la serie TV mostra invece, volutamente, ben poca accuratezza storica, introducendo, ad ogni ballo, canzoni pop attualissime, riarrangiate però in stile classico e suonate dagli archi in versione orchestra. 
Inoltre, sono presenti molti personaggi di colore, molti indiani e orientali, che sicuramente non erano così frequenti nelle corti europei dell’epoca.
Ma Shonda Rhimes, la produttrice, ha voluto evidentemente essere provocatoria, raccontandoci “che cosa sarebbe successo se…”
È pur vero che, a dispetto dei cambiamenti delle caratteristiche fisiche di alcuni personaggi nel passaggio dalla carta stampata al piccolo schermo, restano inalterati l’essenza e persino le peculiarità di ognuno di loro; vedremo quindi anche in TV la tipica alzata di sopracciglia del duca Simon, così come i modi da fatina spensierata di Daphne.

Ma vorrei ora tornare al romanzo e raccontarvi cosa ho trovato divertente e interessante.
A Julia Quinn piacciono sicuramente i giochi di parole, che mette in bocca ai protagonisti mentre scherzano tra di loro (“ducale scostumatezza” / “scostumata duchezza”, p. 56; “tremendamente cortese o squisitamente scortese”, p. 95). Riesce a strapparci parecchi sorrisi con frasi quali: “Nessuno dei figli sembrava aver scoperto i suoi trucchetti. Era sufficiente blaterare su un argomento qualsiasi per liberarsi di ognuno di loro in un baleno.” (p. 91). Noterete anche che alcune citazioni che ricorrono nella serie TV, sono prese pari pari dal testo scritto: “I mascalzoni capaci di ravvedersi si rivelano i mariti migliori.” (p. 102). 
Se abbiamo anche solo una vaga conoscenza dell’opera di Jane Austen, allora sapremo quanto le donne dell’epoca, quand’anche facoltose, non avessero minimamente gli stessi diritti degli uomini, e ce lo ricorda con ironia austeniana, la stessa Quinn: 
- “È stata una madre ragionevole finché non hai raggiunto l’età da marito.” (p. 32).
- “Gli scapoli sono una sfida, le zitelle invece sono soltanto patetiche”. (p. 32).

- “Sono sicura che anch’io potrei laurearmi con il massimo dei voti, se soltanto le donne fossero ammesse a Oxford, scherzò Daphne.” (p. 24).

Nelle nuove edizioni è compreso anche il secondo epilogo, che originariamente faceva parte di un nono libro: vi consiglio di leggere questo secondo epilogo alla fine degli otto libri se volete evitarvi spoiler. Nel mio caso l’ho letto subito, e posso affermare che non mi ha assolutamente rovinato nulla. 
Concludo quindi con una citazione dal sapore decisamente austeniano, tratta dal primo epilogo:
“è una verità universalmente riconosciuta che un uomo sposato in possesso di un’ampia fortuna debba avere bisogno di un figlio maschio.” (p. 307) - da “Le cronache mondane di Lady Whistledown”.
Come dite? Ho dimenticato di parlarvi di Lady Whistledown, il personaggio misterioso dai pettegolezzi cattivelli, la cui presenza aleggia minacciosa su tutta la serie? Ebbene, miei cari lettori, non vi resta altro da fare che iniziare subito a leggere Il duca e io di Julia Quinn.

Au revoir, mes amis! ;-D