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sabato 18 aprile 2026

Lolly Willowes di Sylvia Townsend Warner

Un tempo si ritenevano streghe le donne intelligenti ed acculturate, che altro non volevano se non essere padrone di se stesse e del proprio destino.
Questo libro inizia in sordina, con la genealogia della famiglia Willowes, e con la dipartita del padre della mite Laura, per tutti “zia Lolly”, la quale, dopo la prematura scomparsa della madre, aveva amorevolmente condiviso la vita sola con lui fino ai suoi ventotto anni.

Nella seconda parte del romanzo vediamo Laura accettare semplicemente la sua nuova vita, in cui viene accudita dai due fratelli maggiori, Henry e James, e dalle cognate, senza mai averlo desiderato e senza che nessuno chiedesse il suo parere. 

Ma nella terza ed ultima parte di questo libro, Laura trasformerà la resilienza che l’ha caratterizzata per tutta la vita in una ribellione silenziosa, un’affermazione del sé molto più potente di qualsiasi altra io abbia mai incontrato in letteratura.

Si potrebbe quindi riassumere come la storia di una donna resiliente, che ad un certo punto decide di prendere in mano la sua vita, e che non vuole nient’altro che essere lasciata in pace e vivere in armonia con la natura, come se fosse un tutt’uno con essa; il fatto che però non riesca così facilmente ad isolarsi dai familiari e che non sia neppure libera di prendere le proprie decisioni in autonomia, la dice lunga sulla condizione delle donne dell’epoca, o forse sulla condizione delle donne in generale. È pur vero che “non c’è niente di impossibile per una donna sola di mezza età con una rendita propria” (p. 78), ma se anche ci si dovesse accorgere che si è sprovvisti di beni mobili ed immobili, Lolly ci insegna che “quando si invecchia è meglio spogliarsi dei propri beni, lasciar cadere le foglie come gli alberi, essere quasi totalmente terra prima di morire.” (p. 80). D’altra parte, “la vita diventa semplice se uno non se ne preoccupa” (p. 85).
Mi sento particolarmente legata a Laura Willowes per più di un motivo, e molti sono così personali che non posso elencarveli qui, ma quando ho letto che il suo anno di nascita era il 1874, ho pensato: “che coincidenza, un secolo ed un anno prima di me”; dopo poche pagine, a pagina 28 per l’esattezza, scopro che è nata il nove di dicembre: un tuffo al cuore, perché condividiamo il compleanno. Chissà se è un caso che verso la fine (p. 150) parli del Paradiso perduto di John Milton, nato anche lui il nove dicembre; o forse non è affatto casuale, dato che nel suddetto poema l’autore racconta della trasformazione di Lucifero in Satana…
A proposito di questo, se siete fermamente credenti e rispettosi delle Sacre Scritture, ritengo corretto sconsigliarvi di leggerlo: d’altro canto, “ Laura non era affatto religiosa. Non lo era nemmeno abbastanza da meditare sull’irreligiosità.“ (p. 43).

Mi è piaciuto leggerlo subito dopo Abbiamo sempre vissuto nel castello di Shirley Jackson, perché entrambe le protagoniste richiamano le vecchie streghe a cui si dava la caccia, ed entrambe parlano di lupi mannari. Ma le somiglianze tra loro finiscono qui. Laura è sicuramente più padrona di sé rispetto a Mary Katherine, ed anche a Constance.

Vorrei infine ringraziare Alessia Amati, autrice di Le falene di Ursula, e che seguo su Instagram come @letture_in_salotto, poiché se non avessi visto i suoi reels sull’argomento (post del 2 ottobre 2025), e non l’avessi sentita parlare con tanta passione del monologo finale di Lolly, mi sarei persa questo capolavoro che in modo così discreto tratta dell’indipendenza femminile. Voglio quindi darvi un assaggio di questo suo appassionato monologo: “Non si diventa streghe per fare del male a questo e quello, e nemmeno per fare del bene come dame di carità a cavallo di una scopa. È proprio per sfuggire a tutto questo… per avere una vita propria e non un’esistenza elemosinata dagli altri” (p. 170).
Ma Laura Willowes riuscirà a fare di meglio, in quanto sarà persino “una strega affrancata dalla custodia del suo Signore” (p. 176). Tanto di cappello, Signorina Willowes!

Piccola curiosità: vi sorprenderà scoprire l’identità dell’amoroso cacciatore…
Au revoir, mes amis! ;-D




venerdì 3 aprile 2026

I libri di Kerry: In libreria con Samantha Garbero

Giovedì 2 aprile al caffè letterario
I libri di Kerry, che come ormai sapete si tiene mensilmente alla Mondadori di Acqui Terme, abbiamo avuto l’onore ed il piacere di ospitare Samantha Garbero, autrice di L’Origine del Male, A Luci Soffuse e Sussurri oltre il Velo.
Ci siamo quindi divertiti ad intervistarla, ponendole varie domande sul suo primo romanzo e sul suo modo di approcciarsi alla scrittura, a cui Samantha ha risposto in modo paziente ed esaustivo come al solito.



1) Quando e come ti è venuta l’idea per L’Origine del Male?
S: “L’idea mi è balenata nella mente all’improvviso come un fulmine a ciel sereno,
in una notte autunnale in cui mio figlio non riusciva a dormire, e sentivo la pioggia scrosciare e si alternavano momenti di tranquillità a momenti del pianto del bambino; ad un certo punto c’è stato un fulmine seguito da un tuono: da lì mi è immediatamente nata l’idea per il prologo del mio romanzo, in cui vi è una donna rinchiusa in una cella che sente il ticchettio della pioggia. All’inizio non avevo idea di dove la storia sarebbe andata a parare, avevo semplicemente visto la scena iniziale, e da lì ho studiato e ho trattato un mito fantasioso, che per me è molto importante e l’ho riadattato.”

2) Nei tuoi libri c’è una predilezione per l’occulto: come mai?
S: “Perché sono un’amante
dell’horror in tutte le sue forme: sia di quello psicologico, sia di quello reale, in cui si analizzano le zone d’ombra di noi esseri umani; amo anche quella parte oscura e ignota per cui non si trovano spiegazioni. Avendo questo amore viscerale per l’horror, lo metto in ogni mio scritto”.

3) Quanto tempo hai impiegato per scrivere questo tuo primo romanzo?
S: “Un anno e mezzo, in cui l’ho scritto di getto, senza un progetto iniziale. Sono poi stata contattata da una casa editrice dopo averlo pubblicato prima su Wattpad. Le storie successive hanno invece avuto una fase di progettazione iniziale, ma per questo primo romanzo ho dato sfogo al mio bisogno impellente di scrivere.”

4) Qual è il tuo metodo di scrittura?
S: “Scrivo di notte. Scrivere è un piacere nella fase creativa, mentre preferisco fare l’editing di giorno; mi annoto le idee su un quadernino e poi le sviluppo.”

5) Qual è il tuo personaggio preferito in L’Origine del Male
S: “La protagonista, perché è una fanciulla dall’animo tormentato, però è buona e in lei avverà una rinascita.”

6) Per i tuoi personaggi hai preso ispirazione da persone reali? 
S: 
“Elizabeth sono io (questa affermazione fa molto Flaubert, ndr); tra l’altro mia sorella si chiama proprio Elisabetta. Elizabeth è restia all’imposizione, è un animo libero. Il protagonista maschile è invece ispirato ad un mito e quando l’ho creato avevo in mente Lestat di Intervista col Vampiro. I personaggi sono sicuramente irreali, ma sebbene sia un dark fantasy, ritengo che l’ambientazione debba sempre essere reale.”

7) Come ti è venuta l’idea di scrivere in generale? 
S: “Ho sempre letto tantissimo.
Leggevo Piccoli Brividi quando ero bambina, e mi ritrovavo a viaggiare in molti mondi diversi, e ho pensato: questo posso farlo anch’io! 
E quando seppi che una mia compagna di scuola non credeva a Babbo Natale, ho trovato lo spunto per scrivere il mio primo racconto.”

8) L’ambientazione: perché proprio Cuba? 
S: “Ho immaginato un bel fusto tipo Raz Degan in Sorellina e il Principe del Sogno, l’ho immaginato abbronzato e ho pensato che Cuba fosse il setting ideale per la mia storia.”

9) Ci hai rivelato che questo libro è stato scritto come un flusso, ma ci sono anche tanti colpi di scena, e la storia è piuttosto intricata: ti sei quindi mai incastrata nella trama?
S: “No, ma è stata una fortuna, perché ora mi rendo conto che la progettazione iniziale è importante; meglio fare prima una scaletta e poi raccontare la storia. Ho solo dovuto rivedere qualche data, ma per il resto fortunatamente il racconto fluiva da sé, senza incontrare intoppi.”

10) Hai un’immagine nella tua testa dei personaggi che crei o prendono forma piano piano? 
S: “Sì, li vedo. Alcuni li formo, per altri mi ispiro ad attori o persone che ho visto e/o conosciuto.”

Tra le domande a Samantha e varie risate, il pomeriggio è volato in allegria. Leggere un libro e poi poter rivolgere all’autrice i nostri quesiti, è stata un’esperienza coinvolgente.
Ringraziando ancora la nostra Samantha Garbero, concludo qui con le parole che lei stessa ci ha scritto dopo l’incontro in libreria: “ il vostro entusiasmo mi hai emozionata molto e le vostre domande sono state una più interessante dell’altra! È stato un vero piacere condividere questo momento insieme.”

Au revoir, mes amis! ;-D




domenica 29 marzo 2026

Abbiamo sempre vissuto nel castello di Shirley Jackson

Due sorelle, Mary Katherine “Merricat” e Constance Blackwood, che vivono
isolate nella loro grande dimora, lontane dagli abitanti “malvagi” del loro piccolo paesino. Un mistero aleggia nell’aria, tanto temibile quanto intrigante. Una triste verità che si delinea scorrendo velocemente una pagina dietro l’altra. “Un ambiente malsano”, perché “una bambina va punita per i suoi sbagli, ma deve continuare a sentirsi amata.” (p. 51). Pensieri malati e paranoie. E non riusciamo più a distinguere cosa è reale e cosa non lo è.
“Mi chiamo Mary Katherine Blackwood. Ho diciott’anni e abito con mia sorella Constance. Ho sempre pensato che con un pizzico di fortuna potevo nascere lupo mannaro, perché ho il medio e l’anulare della stessa lunghezza, ma mi sono dovuta accontentare. Detesto lavarmi, e i cani, e il rumore. Le mie passioni sono mia sorella Constance, Riccardo Cuor di Leone e l’Amanita phalloides, il fungo mortale. Gli altri membri della famiglia sono tutti morti.” - questo l’incipit del romanzo, talmente incisivo che viene riportato anche sulla quarta di copertina: basta un inizio del genere per darci l’idea di cosa ci accingiamo a leggere.
Shirley Jackson era una donna con una mente geniale ed affascinante, afflitta da disturbi mentali a parer mio causati da un’intelligenza superiore alla media. Appare piuttosto evidente che odiasse vivere in quel piccolo villaggio del Vermont, in cui si era dovuta trasferire insieme al marito, e probabilmente pieno degli stessi pettegoli senza cuore che figurano nelle pagine di questo romanzo.
In questo libro non si parla
apertamente di streghe, ma se ne percepisce la costante presenza.
Merricat ritiene infatti di avere dei poteri che acquistano maggiore forza in determinati giorni della settimana; inoltre compie alcuni riti propiziatori che in realtà somigliano molto più alle manie tipiche degli psicotici, piuttosto che a delle magie vere e proprie. Constance invece ha una passione per il suo orto ed il suo giardino, che cura con estrema dedizione. Tutte queste loro peculiarità, insieme all’isolamento che si auto impongono per vivere tranquille, sono esattamente i tratti distintivi che un tempo venivano affibiati alle streghe, o presunte tali.
Queste due sorelle vivono la loro vita fatta di abitudini rassicuranti, scandita da giornate sempre uguali: le colazioni, i pranzi, le cene, i libri presi in prestito alla biblioteca e mai restituiti, i giorni fissi dedicati alla spesa in città. Fin quando giungerà inaspettato un “cambiamento”.
È una lettura che ci avvolge nel suo incantesimo e da cui non ci si vuole staccare. Lo stile è perfetto, come in ogni libro della Jackson, e non ci si stancherebbe mai di leggere, anzi, si arriva alla conclusione del romanzo un pochino tristi di doverlo infine posare. 
Se lo leggerete, ditemi le impressioni che ne trarrete; perché, non so cosa ne pensate voi, ma a me sembra che i pensieri contorti e gli atteggiamenti strampalati di Mary Katherine facciano parte dell’infanzia di molti di noi, ma in pochi si sentiranno di confessarlo, o quantomeno ammetterlo anche solo con se stessi.
Dopo aver terminato questo romanzo, ho voluto provare a guardare anche il film ad esso ispirato ed intitolato Mistero al castello Blackwood,
e ne sono rimasta piacevolmente sorpresa: gli attori scelti risultano azzeccatissimi, ed interpretano i loro personaggi in maniera eccellente. Le modifiche alla storia sono state davvero minime: a volte si riprendono addirittura le stesse battute del libro; soltanto a meno di dieci minuti dalla fine, la storia prenderà una piega diversa rispetto al romanzo, a mio parere non necessaria né funzionale: ritengo che la regista Stacie Passon abbia dato al film la conclusione che avrebbe voluto leggere nel romanzo, o che abbia semplicemente differenziato il film dal libro perché, in effetti, le dinamiche cinematografiche rispondono a dettami diversi da quelli che governano le dinamiche narrative. Leggere un libro ci permette di entrare meglio nella psiche dei protagonisti, e ci fa notare dettagli che di norma sfuggono con la sola visione del film. Quindi vi consiglio di guardarlo solo se prima leggerete questo indiscusso capolavoro della Jackson. Ma dopo averlo letto, prendetevi un’oretta e mezza anche per la pellicola: ne vale la pena.
Au revoir, mes amis! ;-)

sabato 14 marzo 2026

The Love Hypothesis di Ali Hazelwood

Vi ho già parlato della bravissima Ali Hazelwood 
e di quanto benissimo scriva. Ma ve ne riparlo molto volentieri.
Ali Hazelwood è il nome d’arte di una straordinaria neuroscienziata italiana che lavora negli Stati Uniti e che per diletto scrive (in inglese!) romanzi rosa ambientati nell’ambiente che meglio conosce: il mondo accademico delle STEM.
The Love Hypothesis è il suo romanzo d’esordio, che ha avuto un successo strepitoso e a cui ne sono quindi seguiti molti altri.
Olive è una specializzanda che ha “uno specifico quesito di ricerca” per una motivazione molto valida che le “sta a cuore” (p. 7), e che nel frattempo si diverte a formulare ipotesi su come sta procedendo la propria vita. La prima ipotesi che troviamo e che da il via alla storia è formulata in questi termini: “Sulla base delle informazioni disponibili e dei dati raccolti finora, la mia ipotesi è che più sto lontana dall’amore e meglio sto.” (incipit che precede il prologo).
Quando Olive si accorgerà che la sua migliore amica Anh è interessata a Jeremy, con cui lei è uscita un paio di volte, si troverà a fingere di avere un appuntamento con un altro, in modo da permettere ad Anh di approcciarlo senza imbarazzo né sensi di colpa. Perché in effetti è vero che ad Olive non interessa nulla di Jeremy, ma Anh non sembra disposta a crederle. E come prova del nove, Olive, di fronte all’amica, bacerà il primo che passa senza nemmeno guardarlo in faccia; ad una seconda occhiata, Olive comprenderà l’enorme portata del pasticcio che ha combinato: ha appena baciato l’affascinante, nonché temutissimo da tutti, Professor Adam Carlsen. 
Dopo una riluttanza iniziale e lo spauracchio di una denuncia per molestie, Adam si presterà inaspettatamente al gioco della finta relazione, durante il quale, tra una bugia e l’altra, le cose si aggroviglieranno e complicheranno sempre più…
Questo romanzo però non è semplicemente una storia d’amore. La cosa che mi ha entusiasmata fin dall’inizio è che più volte si ripete questo concetto: “Non ho idea se tu sia abbastanza brava. […] Quello che conta è se la tua motivazione per entrare a far parte del mondo accademico è abbastanza buona.” (p. 81). La motivazione è ciò che conta, in tutto ciò che facciamo. Una motivazione forte. La motivazione è, nel mio caso, ciò che mi ha fatto arrivare esattamente dove volevo essere, ed è ciò che consiglio sempre a tutti di trovare per avere la forza e la costanza di realizzare i propri sogni. Un bel messaggio quello che ci viene trasmesso dalla Hazelwood; ma non è l’unico. In questo libro, come anche in Bride che avevo letto la scorsa estate, si parla di amicizie talmente profonde, che arrivano a fare le veci della famiglia, soprattutto se non se ne ha una. Ed infine, un altro grande insegnamento datoci da questa storia è che “era troppo stressante. Troppo difficile. Non valeva la pena mettere a dura prova la salute cardiovascolare e psicofisica. In più, mentire faceva schifo.” (p. 292). Potrebbe sembrare scontato, ma per molti non lo è affatto. Mentire non è eticamente corretto ed inoltre logora. Ricordiamocelo.
Per concludere, decreto Ali Hazelwood nuovamente PROMOSSA a pieni voti, e non solo in ambito scientifico :-D
Au revoir, mes amis! ;-)




martedì 3 marzo 2026

I libri di Kerry: La briscola in cinque di Marco Malvaldi

Anni fa un mio carissimo collega mi aveva consigliato di guardare la serie TV I delitti del BarLume,
ma sebbene all’epoca mi interessassi di ben altro tipo di film e serie, mi ero ripromessa di dare ascolto alle sue parole. E da allora ho continuato imperterrita a disattendere questa promessa… Fin quando l’amica più simpatica e divertente che ho, ha deciso di regalarmi La briscola in cinque di Marco Malvaldi, spiegandomi che è il primo volume della serie dei delitti del BarLume. E a tutt’ora non ho ancora visto il programma televisivo, ma almeno ho letto il libro; e vi dirò di più: mi è pure piaciuto moltissimo. Forse dovrei davvero dare ascolto anche al mio vecchio collega…
Sebbene questo non sia affatto il mio genere, questo romanzo mi ha divertita tantissimo (come fa sempre anche la mia amica). 
Si tratta sostanzialmente di un giallo, in cui i poliziotti non ci acchiappano per niente, mentre il barista, o meglio il “barrista” (per dirla alla pisana come Malvaldi) di Pineta, ha delle intuizioni a dir poco brillanti. E così, tra un caffè non servito perché fa troppo caldo, tra una reprimenda al nonno perché mangia troppi gelati, tra belle donne che ancheggiano come top model e qualche briscola in cinque coi quattro vecchietti del paese, ci troviamo a risolvere omicidi insieme a Massimo, il “barrista” appunto, dispiacendoci per la sventurata vittima, ma ridendo come matti per le elucubrazioni ad alta voce del protagonista e per l’accento pisano che quasi sembra di sentire ad ogni pagina, sebbene si stia leggendo.
Malvaldi ha davvero un bel modo di scrivere. La storia è breve e scorre velocissima, e l’impianto narrativo è decisamente ben congegnato.
Le edizioni Sellerio poi sono sempre una garanzia.
Mi sa che mi procurerò anche gli altri volumi ed inizierò la serie TV ;-)

Au revoir, mes amis! :-D



sabato 28 febbraio 2026

I libri di Kerry: un tè a Chaverton House di Alessia Gazzola

Un tè a Chaverton House: ed anche questo romanzo di Alessia Gazzola mi ha incantata,
come già aveva fatto il primo volume della serie di Miss Be (Miss Bee e il cadavere in biblioteca).
Frequentare i club del libro si rivela davvero utile, oltre che divertente e rilassante: all’ultimo a cui ho partecipato, per cui avevamo letto proprio il primo romanzo di Miss Bee, la mia dolcissima amica nonché lettrice furiosa, mi ha guardata e ha dichiarato: “se la Gazzola ti è piaciuta così tanto, allora dovresti provare a leggere anche Un tè a Chaverton House; ti piacerebbe sicuramente.” Detto, fatto. Anzi, consigliato, acquistato.
E in effetti ho constatato, con grande felicità, che è proprio il libro per me, “il libro coccola” di cui sono sempre alla ricerca. La protagonista, Angelica Bentivegna, un’insegnante d’inglese al momento in pausa, decide di partire per l’Inghilterra, sia per cercare notizie del suo bisnonno, sia per prendersi tempo per riflettere sulla propria vita.

Arriva quindi a Chaverton House, nella bellissima regione del Dorset, e qui troverà un po’ di conforto e, chissà, forse l’amore, complice anche lo scenario quasi magico dell’incantevole tenuta immersa nella tranquillità del parco naturale che la circonda.
Questa storia “è stata scritta in trenta giorni durante il lockdown.” (p, 6): ogni giorno l’autrice mandava via mail un capitolo ad un ristrettissimo gruppo di lettura. Ecco, già questa informazione mi ha commossa e mi ha messa nello spirito giusto per iniziare la lettura.
Credo di aver avuto stampato sulla faccia un sorriso intenerito ogni volta che avevo in mano questo romanzo.
I capitoli sono in effetti ventinove più un brevissimo prologo, e sono ovviamente tutti molto corti. A me è capitato di imbattermi in un’edizione economica di soli 5,90 €; così, in un momento in cui avevo giurato e spergiurato che non avrei comprato libri per un bel po’, mi sono detta: “il prezzo vale ampiamente la spesa, le pagine sono poche e si leggerà in fretta, è esattamente il tipo di libro che cercavo; insomma, che male mi può fare? Anzi, non potrò che trarne giovamento.” E mai previsione fu più azzeccata! Se poi ci aggiungiamo i preziosi insegnamenti sparsi tra le varie pagine, va da sé che vi consiglio caldamente di leggerlo. 
Ve ne cito alcuni: 
- “Ma in quel vuoto che […] ha lasciato […] non sento più freddo né afflizione, anzi, non è più neanche un vuoto. È spazio per me.” (p. 33). 
- “ Non sappiamo mai cosa si cela realmente dietro un gesto che può apparire scortese e non dovremmo giungere a conclusioni affrettate.” (p. 52).
- “Io voglio una vita piena di piccole cose belle.” (p. 57).
- “Non esistono mai le realtà oggettive, bensì solo il punto di vista di chi guarda.” (p.90).
- “La serenità è anche accettazione dell’inevitabile amarezza della vita.” (p. 94).
Ma come si fa a resistere a un libro con così tante e meravigliose perle di saggezza?
Tra l’altro vi confesso che per me ha avuto un potente effetto curativo: chi mi conosce saprà il perché. Ma sono certa che potrebbe svolgere la stessa funzione per molte delle persone che conosco: è una storia semplice, molto veritiera, soprattutto per come vengono vissuti i sentimenti (e per i dialoghi! Sembra proprio di essere presenti nelle varie scene). Sicuramente molti di voi troveranno qualcosa di sé tra le pagine di questo romanzo.
Una curiosità: tra gli svariati personaggi ho notato una preponderanza di nomi che iniziano con la lettera “A”. Sarà un caso o dipende dal fatto che l’autrice del libro si chiami Alessia? Chissà se avremo mai la risposta :-)
Che dite? Glielo chiedo? Ci provo! ;-)
Au revoir, mes amis! :-D




venerdì 27 febbraio 2026

I libri di Kerry: Finché il caffè è caldo di Toshikazu Kawaguchi

Finché il caffè è caldo è il primo volume della “saga del caffè” di Toshikazu Kawaguchi.
La storia narrata si svolge interamente in questo caffè d’epoca, in cui fa sempre fresco, anche d’estate, nonostante sia sprovvisto di un impianto di aria condizionata.
È un locale a conduzione familiare, piuttosto intimo in quanto molto piccolo, con pochissimi tavoli al suo interno.
Ma ciò che lo rende particolare non è dato dagli arredi o dalla frescura di cui si può godere nella sala, bensì dalla possibilità che dà a chiunque entri di viaggiare nel tempo.
In questo misterioso caffè c’è infatti una sedia, un’unica sedia, che ci permette di ritornare nel passato e di incontrare solo chi è già stato in questo locale, e solo per il tempo in cui beviamo una tazza di caffè; attenzione però: una regola fondamentale ci impone di tornare al presente prima che il caffè si raffreddi, altrimenti le conseguenze saranno catastrofiche.


Era da parecchio tempo che avevo voglia di assaporare le atmosfere di questo romanzo, perché mi sembrava il tipico libro che fa bene al cuore. E poi la copertina stessa è piuttosto invitante e infonde già serenità. 
Ebbene, forse ho davvero procrastinato troppo il momento in cui leggerlo e le mie aspettative erano probabilmente diventate estremamente alte. 
La prosa mi ha un po’ annoiata e faticavo ad andare avanti nella lettura. 
Le persone che in questo primo volume vanno nel passato hanno quasi tutte delle motivazioni talmente tristi, che,  anziché farmi bene al cuore, mi hanno demoralizzata. I personaggi non mi hanno convinta, anche se l’unico motivo per cui andrei avanti a leggere gli altri è sapere che fine fa Kazu, la cameriera che serve il caffè con aria solenne, ma che nasconde un animo da artista: è stata davvero l’unica ad avermi affascinata. 
Un punto a favore di questa storia, che me l’ha resa decisamente più interessante e piacevole, è che il passato non può essere cambiato: “allora a cosa serve tornare indietro?”, penserete voi. In realtà ciò che si evince fin dall’inizio è che è molto più importante fare pace con il nostro passato, anziché modificarlo. Non è il passato che ci serve cambiare, ma la prospettiva da cui lo guardiamo, e questo, forse, ci aiuterà a cambiare addirittura noi stessi.
L’idea di fondo aveva quindi un suo perché, ma avrebbe potuto essere sviluppata meglio; non mi sono divertita né commossa e nemmeno immedesimata: nel complesso questa lettura non mi ha lasciato molto.
Eppure so che tra i miei amici e colleghi sono in molti ad averlo apprezzato e persino amato; e sono tutte persone che stimo e di cui mi interessa ascoltare l’opinione.
Sono quindi curiosa di vederli al prossimo incontro de I libri di Kerry per conoscere meglio il loro parere e per scoprire se riusciranno a convincermi a leggere i seguiti.
Vi terrò aggiornati nel prossimo articolo.
Au revoir, mes amis! :-)