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domenica 21 giugno 2026

I libri di Kerry: In libreria con Sergio Badino

Al nostro caffè letterario I libri di Kerry, gli appuntamenti in libreria con l’autore piacciono parecchio e potrebbero diventare una tradizione.
Giovedì 4 giugno abbiamo avuto il piacere e l’onore di dialogare con l’autore genovese Sergio Badino, già noto ad alcuni come sceneggiatore di Topolino e Martin Mystère.
Sergio Badino è nel mondo dell’editoria da venticinque anni: “è stato un inizio emozionante
per me, e la prosecuzione è altrettanto emozionante, perché da lettore onnivoro, e anche da lettore di fumetti Disney, approdare dall’altra parte è stato - mi ripeto - emozionante”. Con questa presentazione di sé, il nostro autore ci trasmette il proprio entusiasmo, che dopo così tanti anni non sembra minimamente scemato.

Sergio, a cui non piace mai stare fermo, sia in quanto curioso per carattere, sia perché ritiene che, nel mondo in cui lavora, lo stare fermi potrebbe portare ad inaridirsi, dopo aver iniziato a lavorare a ventidue anni alla Disney, ha cominciato ad ampliare il proprio raggio; è quindi passato alla Bonelli, casa editrice di fumetti che pubblica Tex e Dylan Dog. In particolare, Sergio si è accasato con il personaggio di Martin Mystère che è uno dei fumetti più longevi della Bonelli, pubblicato dal 1982 senza interruzioni.
Per chi non lo conoscesse, Martin Mystère è il ‘detective dell’impossibile’, “una sorta di Alberto Angela” -  come ci spiega lo stesso Badino; “di mestiere fa il divulgatore televisivo, solo che, trattandosi di un personaggio di finzione, le sue avventure vanno un po’ oltre la semplice puntata in TV.” Sergio è stato anche amico del creatore di questo fumetto, Alfredo Castelli, purtroppo scomparso nel 2024, e la sua guida l’ha molto ispirato.

Parallelamente ha lavorato anche nel mondo dell’animazione, collaborando con altri sceneggiatori a serie quali Mostri & pirati.

La sua essenza così eclettica l’ha infine portato anche a scrivere romanzi, ma per farsi strada era fondamentale trovarsi un agente. E pare evidente che il nostro Sergio ci sia riuscito con ottimi risultati.

Il nostro ospite ha risposto in modo esaustivo,
e soprattutto appassionato e coinvolgente, a tutte le domande che a turno noi lettori gli abbiamo posto: cosa l’ha spinto a diventare uno sceneggiatore di fumetti e quale iter ha seguito in questa sua avventura; come è passato poi all’essere un autore di romanzi; quanto del suo lavoro di sceneggiatore ci ha messo nello scrivere Mille Papaveri Rossi; quali libri lo hanno segnato particolarmente.
Sergio ci ha così raccontato davvero molto di sé, partendo dalla sua infanzia e dalle letture che lo hanno appassionato, non solo i fumetti, ma anche i racconti di Sherlock Holmes, Lo strano caso del Dottor Jekyll e del Signor Hyde, e soprattutto La luna e i falò di Cesare Pavese, particolarmente caro a Sergio, in quanto le descrizioni delle Langhe gli ricordavano in qualche modo i luoghi del Monferrato in cui trascorreva ogni estate da bambino.

Badino confessa che il suo lavoro di sceneggiatore è stato prezioso quando ha iniziato a scrivere romanzi, poiché lo sceneggiatore deve scrivere in modo non opprimente, bisogna essere sintetici, ovvero dire tutto, ma con poche parole, così che il regista visualizzi la scena senza sentirsi oppresso. La sua professione è stata quindi un vantaggio nel passare dal disegno alla narrativa; in sostanza, la sceneggiatura insegna la sintesi che nella scrittura si rivela estremamente utile. L’arte della sceneggiatura aiuta ad evitare le troppe e lunghe descrizioni: lo scrittore dà lo spunto e poi il lettore immagina da sé. 
“Da lettore mi piace quando mi fanno entrare nella storia attraverso i cinque sensi”, ed è proprio per questo che il nostro autore utilizza uno stile molto ‘visivo’, evitando quindi una scrittura pesante e prolissa. 
Inoltre prova anche ad immedesimarsi nei personaggi che racconta: per scrivere ciò che dicono, pensa proprio a come parlerebbero.

Dulcis in fundo, gli ho chiesto di parlarmi del suo ultimo romanzo, scritto insieme a Sergio Rossi, ovvero Sotto il segno dell’atomo, che racconta la storia di Enrico Fermi e dei ragazzi di via Panisperna. Badino si è interessato in special modo alla parte storica e alla parte etica della scienza, in quanto questi ragazzi non si sono minimamente preoccupati che stava creando la bomba atomica in un momento storico piuttosto particolare.
E, amici miei, cosa ve lo dico a fare?
Con queste meravigliose premesse e con la grande simpatia dimostrata da Sergio per tutta la durata della nostra ‘intervista’, non soltanto gli ho chiesto di autografare la mia copia di Mille Papaveri Rossi, ma ho ovviamente acquistato anche Sotto il segno dell’atomo, che mi ha altrettanto gentilmente autografato.

Grazie, Sergio, per averci dedicato il tuo tempo e per averci fatto trascorrere un pomeriggio davvero piacevolissimo. 
Ci auguriamo vivamente di poter replicare con te quanto prima :-)

Au revoir, mes amis! :-D




mercoledì 27 maggio 2026

Quel che resta del giorno di Kazuo Ishiguro

Che cosa si intende davvero con il termine “dignità”? 
La dignità è un concetto astratto e non facilmente definibile.
Se pensiamo alla dignità, infatti, troveremo che le accezioni che ne diamo, con le relative sfumature, sono tra le più disparate, a seconda del contesto in cui la poniamo.
Per Mr Stevens, protagonista indiscusso nonché narratore di Quel che resta del giorno scritto dal premio Nobel Kazuo Ishiguro, la dignità è ciò che “distingue un ‘grande’ maggiordomo” (p. 127) dai maggiordomi che posseggono solamente delle ottime competenze nello svolgimento dei loro incarichi. 
Il concetto di dignità risulta così fondamentale in questo romanzo, da comparire subito dopo il prologo per poi divenire una presenza costante e di un certo peso nel corso dell’intera narrazione.
“Si usa dire a volte che i maggiordomi esistono davvero solamente in Inghilterra. Altri paesi, quale che sia il termine effettivamente usato per definirli, hanno unicamente dei domestici. Io sarei propenso a credere che ciò sia vero. Gli europei non sono in grado di fare i maggiordomi, perché come razza non sanno mantenere quel controllo emotivo del quale soltanto la razza inglese è capace. Coloro che vivono sul Continente […] sono di regola in capaci di controllarsi in momenti di forte emozione, e dunque risultano inadatti a mantenere una condotta professionale altro che nelle situazioni meno impegnative. […] In una parola, la ‘dignità’ è qualcosa che trascende simili personaggi. Da questo punto di vista noi inglesi godiamo di un importante vantaggio nei confronti degli stranieri, ed è per questa ragione che ogni qualvolta si pensa ad un grande maggiordomo, costui deve, quasi per definizione, essere inglese.” (p. 50). 
Questa riflessione di Mr Stevens rende evidente che l’essere maggiordomo viene da lui inteso non come una semplice professione, ma anzi come una vocazione. Ritiene infatti di far parte di “[…] una generazione di idealisti per i quali la questione non era semplicemente quella di stabilire con quanta abilità si sapessero mettere in pratica le proprie competenze, bensì a qual fine lo si facesse; ciascuno di noi nutriva il desiderio di offrire il suo piccolo contributo, la creazione di un mondo migliore” (p. 130).
Le considerazioni di Mr Stevens saranno così tante dal finire con l’assomigliare a delle vere e proprie elucubrazioni: “ Ma che senso vi è nel continuare all’infinito a far congetture su che cosa avrebbe potuto accadere se tale o tal’altro momento si fosse risolto in maniera diversa? In questo modo, forse, si può condurre se stessi alla follia.” (p. 198). Trovo quest’ultima frase particolarmente preziosa in quanto, personalmente, mi sono trovata spesso a pensare e pensare, decisamente più del dovuto.
Ma tornando alle dissertazioni sulla dignità, qualità auspicabile per chiunque voglia diventare un grande maggiordomo, noteremo che la percezione che Mr Stevens ha del ruolo che riveste condizionerà profondamente il suo modo di rapportarsi agli altri e di conseguenza anche la sua sfera privata. Si impegnerà quindi al massimo per stare al passo con i toni scherzosi del suo attuale datore di lavoro, Mr Farraday, un americano gioviale incline a fare sovente battute di spirito; non si porrà domande sulla condotta parecchio discutibile del suo precedente datore di lavoro; si troverà in difficoltà a gestire sia il rapporto con la governante della tenuta in cui lavora, sia quello con il padre. 
D’altra parte, un “maggiordomo di un qualche valore deve vedersi come appartenere al ruolo che ricopre, totalmente e completamente; non lo si deve vedere metter da parte quel ruolo ad un certo momento, per tornare ad indossarlo di nuovo il momento successivo quasi non fosse niente altro che un costume da  pantomima.” (p. 187). 
Immaginate quindi la dedizione che un uomo come Mr Stevens mette nel portare a termine in maniera eccellente ogni compito di cui si sente personalmente responsabile. E la domanda che sorge spontanea nel lettore è: davvero esistono professioni per cui è necessario sacrificare a tal punto la propria vita? 

Riuscirà infine il nostro caro Mr Stevens a dismettere i panni di maggiordomo? Leggete questo capolavoro indiscusso della letteratura moderna e lo scoprirete.

Post Scriptum: avete mai visto il film del 1993 con Anthony Hopkins ed Emma Thompson? O avete intenzione di guardarlo? Ecco, sebbene questa pellicola di James Ivory sia assolutamente perfetta ed estremamente fedele al libro, porrà però l’accento della scelta di vita di Mr Stevens su un aspetto che nel romanzo non ho colto. Libera interpretazione? Se vi capita di leggere questo libro e subito dopo guardare il film, come ho fatto io, fatemi saper cosa ne pensate :-)

Secondo Post Scriptum:
quando a marzo di quest’anno ho comprato questo libro, stavo leggendo La briscola in cinque di Marco Malvaldi, e guarda caso ad un certo punto si vede il suo protagonista leggere proprio Quel che resta del giorno, di cui dice: “bel libro ma leggetelo in un periodo in cui siete allegri altrimenti vi gettate sotto un tram” (p. 120). E no, non sono d’accordo: è una storia sofferta, ma scritta con la tipica delicatezza di questo meraviglioso autore che sempre sa leggere nel profondo dei nostri cuori.

Au revoir, mes amis! :-)

domenica 17 maggio 2026

La Casa sul Mare Celeste di TJ Klune

Dopo aver letto il romanticissimo Sotto la Porta dei Sussurri, a distanza di un anno si è deciso, in uno dei gruppi di lettura che frequento, di riprendere il nostro amato TJ Klune e leggere il romanzo che gli ha regalato una fama mondiale, ovvero La Casa sul Mare Celeste.
Il protagonista di questa storia è Linus Baker, un assistente sociale che lavora per il DIMAM, il Dipartimento della Magia Minorile, e il suo compito consiste nell’accertarsi  delle buone condizioni degli orfanotrofi in cui crescono i bambini magici, assicurarsi “che i bambini stiano bene […], controllare che ci si occupi di loro. Delle loro necessità. E che siano protetti, da loro stessi e dagli altri.” (p. 60). Per dirla con le sue parole, Linus si occupa “esclusivamente del benessere dei bambini, nient’altro” (p. 12). 
Il Signor Baker, che da subito mostra un’empatia non richiesta dal suo incarico, e non comune tra i colleghi, non sembra però occuparsi del proprio benessere, dato che l’unica vacanza che si concede è rimirare “il tappetino del mouse, con sopra la fotografia sbiadita di una spiaggia bianca e del mare più azzurro del mondo” con sopra la scritta “NON VORRESTI ESSERE QUI?” (p. 19).

Questa frase, “non vorresti essere qui?”, diventa un Leitmotiv dell’intera narrazione, ricordandoci che dovremmo in effetti stare dove realmente vorremmo essere. D’altra parte, come puntualizza la piccola Talia citando le parole di Arthur Parnassus, “dobbiamo dedicare del tempo anche alle cose che ci piacciono […] altrimenti rischiamo di dimenticare come si fa a essere felici.” (p. 107).

Parnassus, altro elemento chiave della storia, gestisce un particolare orfanotrofio sull’isola di Marsyas, che da tempo ha attirato l’attenzione del DIMAM. Linus sarà incaricato di controllare, verificare, indagare. Ma nello svolgere questo suo compito segretissimo, si renderà conto che la verità potrebbe essere ben diversa da quel comodo grigiore che spesso ci ostiniamo a perseguire.
Ciò che davvero ho apprezzato è il modo in cui si affronta il tema del diverso. Nella società attuale in cui troppi fanno a gara per mostrare quanto sono bravi ad accogliere la diversità, qui se ne parla invece senza falsa ipocrisia. È infatti normale rimanere spiazzati di fronte a ciò che non conosciamo, ma anziché restare sulle proprie posizioni scettiche, è doveroso provare a capire l’altro, che inizialmente potrebbe spaventarci, per poi arrivare invece ad amarlo profondamente. Uno scetticismo iniziale non può considerarsi una colpa: il problema sta nel non voler nemmeno provare a cambiare i nostri schemi mentali. “Trovo che la nostra percezione delle cose subisca l’influenza di quanto ci è stato insegnato. Fin da quando siamo bambini ci viene detto che il mondo è fatto in un certo modo, e ci sono delle regole.” (p. 235). “Il cambiamento avviene quando lo si desidera abbastanza intensamente.” (p. 276). Proprio così.
Sebbene i temi affrontati non siano propriamente leggeri, la narrazione scorre veloce e ogni cosa viene trattata con la giusta delicatezza. Lo stile è molto cinematografico: in alcuni momenti ci sembra quasi di essere dentro la storia e di vedere le scene dal vivo. Gli spunti di riflessione sono davvero tanti, ma non mancano anche molti momenti di comicità e altrettanti di pura tenerezza.

Sia in questo libro che in Sotto la Porta dei Sussuri, Klune racconta l’omosessualità con una naturalezza per nulla scontata, nemmeno ai giorni nostri. Quello che da molti viene definito “diverso”, diventa qui  semplicemente “ordinario” (aggettivo per cui ringrazio due mie carissime amiche lettrici).

Vorrei tuttavia fare un appunto, in quanto c’è una frase ricorrente, “chi non denuncia è complice”, che dimostra il controllo ossessivo del governo sugli esseri magici; ma la stessa frase può in realtà avere un significato estremamente positivo, soprattutto nel nostro Paese, dove tutti conosciamo il significato di “omertà”: concetto talmente avulso alle altre culture, che spesso non hanno nemmeno una parola con cui esprimerlo (in inglese, ad esempio, viene tradotto con una perifrasi). A onor del vero, bisogna riconoscere che lo slogan va sicuramente contestualizzato in questa storia semi-distopica, e comunque nel testo originale suona diverso: “ if you see something, say something” (“se vedi qualcosa, dillo”). Il merito di aver colto questo cavillo va alla mia cuginetta cui nulla sfugge ;-)

Ma a parte questa puntualizzazione sulla traduzione, alcune frasi mi sono rimaste nel cuore:
- “Casa è il posto dove possiamo essere noi stessi”. (p. 108).
E soprattutto, la mia preferita in assoluto e che tanto mia aiuta a vivere meglio:
- “… il sole splendeva. Era una giornata talmente bella. Sarebbe stato un vero peccato rovinarla con le parole di un ignorante fanatico.” (p. 169).

Ebbene sì, sono già pronta a leggere il seguito :-D

PS: Arthur Parnassus fa ufficialmente parte delle mie crush 2026 ;-D

Au revoir, mes amis! :-D



martedì 12 maggio 2026

I libri di Kerry: L’enciclopedia delle fate di Emily Wilde

Da tanto desideravo di perdermi tra le pagine di L’enciclopedia delle fate di Emily Wilde 
di Heather Fawcett, e nonostante provassi tale desiderio da parecchio, questo cozy fantasy è riuscito comunque a superare di gran lunga le mie aspettative. 
Emily Wilde non è una ragazzina, bensì una ricercatrice dell’università di Cambridge, e il suo campo di ricerca è costituito dalle fate. Badate bene, il mondo di Emily è in tutto e per tutto uguale al nostro, tranne che per un particolare: nessuno mette in dubbio l’esistenza delle creature fatate. Dimenticatevi della fata turchina o della fata madrina, con i loro cappelli a punta, le lunghe vesti e un’espressione bonaria e condiscendente sempre stampata sul volto: qui si tratta invece delle fate del folklore, quelle di cui si dovrebbe aver paura se le si fa arrabbiare. 

E questi esseri fatati hanno un aspetto raccapricciante o una bellezza intera e meravigliosa, a seconda della specie di cui fanno parte. I tipi di fate sono infatti davvero moltissimi, e di loro si sa ancora ben poco. Motivo per cui Emily Wilde vuole essere la prima  a catalogarle e stilarne un enciclopedia. 
E come spesso mi sono ritrovata dire, parlandone con le mie amiche del caffè letterario I libri di Kerry, questo romanzo ha un taglio quasi scientifico, che personalmente non mi ha annoiata, ma anzi ho trovato interessante approfondire le mie conoscenze sulle creature magiche del folklore europeo.
La “driadologia”, ovvero lo studio delle creature fatate, sembra infatti essere una scienza vera e propria, e come tale viene vista per tutta la narrazione.

Emily è una donna intelligente e preparata, senza risultare, a mio avviso, mai pedante o troppo perfetta. La simpatia non è certo la sua caratteristica principale, sebbene non sia nemmeno antipatica; eppure è riuscita a farmi ridere più volte, con i suoi commenti onesti e diretti, ma mai pronunciati ad alta voce per buona educazione, come quando ripete, per almeno tre volte, che i cibi e le bevande che assaggia a Ljosland sono buoni, ma dal sapore affumicato (p. 21-22). Oppure quando si domanda fra sé: “ perché ogni volta che cerco di rimediare a una gaffe riesco sempre a fare di peggio?” (p. 226).


Ho amato la saggezza di questa meticolosa ricercatrice che sostiene di avere “pochissima pazienza quando si tratta di faccende domestiche […] Una casa è solo un tetto sulla testa.” (p. 31). E come non essere d’accordo con lei quando confessa di apprezzare le persone schiette? “La schiettezza elimina il lavoro di interpretazione delle conversazioni”, (p. 44). Allo stesso modo ho adorato la sua descrizione della prevedibilità del suo ex Leopold: “Non capisco perché alla gente dovrebbe dare fastidio: è molto rilassante sapere cosa stanno per fare gli altri.” (p. 257).

Credetemi: ho veramente vissuto la lettura di questo libro come una boccata di aria fresca.
Infine vi svelo un mio personalissimo segreto: sono anch’io rimasta, come tutti, super affascinata dal suo unico amico, Wendell Bambleby, i cui occhi “non sono veramente neri, ma del verde di una foresta al crepuscolo”, (p. 75), e che se ne esce con frasi adorabilmente ciniche, quali: “Quest’assurdità della filantropia potrebbe cominciare a piacermi.” (p. 252). 
Brambleby è uno degli svariati motivi per cui vale la pena leggere questo particolarissimo trattato… pardon!, romanzo.

Una cosa (utile? forse addirittura preziosa?) che ho imparato leggendo questo libro: le creature fatate sono estremamente volubili, e “sono tutte mancine, senza eccezioni” (p. 32).

Au revoir, mes amis! :-D








sabato 25 aprile 2026

Mezzanotte a Parigi di Felicia Kingsley

Siamo al secondo prequel delle mirabolanti avventure del nostro istrionico Nick Montecristo, che qui torna a svelare un altro mistero legato all’arte: se ne L’Amante perduta di Shakespeare si trattava di arte letteraria, qui troviamo invece l’arte come tutti la intendiamo, ovvero quella esposta nei musei quali il Louvre o il Museo d’Orsay; anche se, proseguendo nella lettura, impareremo qualcosa in più anche sull’arte della danza…
Ma facciamo un passo indietro. Chi è Nick Montecristo?

Allerta spoiler: se non volete sapere assolutamente niente della trama e/o della caratterizzazione dei personaggi, evitate di leggere da qui in poi.

Nick è il protagonista assoluto di una nuova saga letteraria: “bella scoperta”, direte voi; ma vi stupirò, perché l’autore di questa saga non è Felicia Kingsley, bensì Blake Avery, ovvero il protagonista maschile di Due cuori in affitto. Proprio così: la serie mistery-romance di Nick, altro non è che un esperimento meta-letterario della Kingsley, che, tra l’altro, le sta chiaramente riuscendo benissimo.
In questo nuovo episodio impariamo a conoscere meglio Nick: sapremo qualcosa in più sulla sua vita prima del carcere, vedremo scorci della sua infanzia, le aspirazioni che lo hanno portato a studiare storia dell’arte a Oxford e soprattutto leggeremo proprio di questa sua esperienza universitaria che, come per molti di noi, avrà un’incidenza determinante sul resto della sua vita.
Ma non voglio svelarvi troppo. Quindi ora vi espongo semplicemente le mie opinioni.
Cosa mi è piaciuto di questo libro? Che l’ho letto tutto d’un fiato, nonostante fossi in un periodo di blocco. Grazie, Felicia, che mi rendi sempre una lettrice decisamente più veloce di quanto non sia :-D
Cosa mi è piaciuto di Nick Montecristo? Per i miei gusti è troppo perfetto, e non scherzo: eccessivamente bello, incredibilmente affascinante, appare sicuro di sé, con un’intelligenza ed una cultura ampiamente al di sopra della media, simpatico, spiritoso, brillante e sa sempre cosa fare, in ogni dannatissima situazione. Quindi no, usando il gergo dei giovani, non può essere la mia crush. Eppure, sebbene non mi abbia catturata in quel senso, ho di certo apprezzato il suo “rimanere umano”, a differenza dei protagonisti maschili di altri romanzi, talmente meravigliosi da suscitarmi un velo di nausea; invece Nick resta un bel tipo coi piedi per terra, che si può persino incontrare nella vita reale (non che sia impresa così facile…); è un tipo simpatico, e nonostante le donne gli cadano letteralmente ai piedi, lui “non prende a cuor leggero” e basta, e anzi, spesso diventa in qualche modo l’angelo custode di queste ragazze, anziché il loro principe azzurro. Mi è piaciuto tantissimo il rapporto che ha con l’algida Camille, e come cerchi di capirla e aiutarla psicologicamente affinché possa un giorno trovare la propria strada.
Chi mi ricorda Nick? Non so se la Kingsley si sia ispirata a qualcuno in particolare, ma a me Nick Montecristo ricorda un pochino Neal Caffarel della serie TV White Collar, sia fisicamente sia per le sue molte e varie qualità brillanti.
E come al solito, vi lascio almeno una citazione che mi ha colpita:  “Amo voi francesi […], la protesta vi scorre nel sangue e non avete paura di manifestare quando volete cambiare qualcosa.” (p. 49). È esattamente ciò che dico sempre anch’io. Ci capiamo, Nick! ;-)
Curiosità: alla fine del romanzo troverete i ringraziamenti di Blake Avery :-D e subito dopo anche quelli di Felicia Kingsley, che, così come Blake ringrazia l’amico Dwight Faraday, parla invece della sua carissima amica, nonché scrittrice che io stessa adoro, Alessia Gazzola (!!!) :-D
C’è davvero altro da aggiungere???

PS: ringrazio una giovane lettrice facente parte del nostro caffè letterario I libri di Kerry, che non aveva voluto anticiparmi la sorpresa finale, ma mi aveva assicurato che l’avrei gradita tantissimo. 
C’è evidentemente chi mi conosce molto bene ;-)
Au revoir, mes amis! ;-)

sabato 18 aprile 2026

Lolly Willowes di Sylvia Townsend Warner

Un tempo si ritenevano streghe le donne intelligenti ed acculturate, che altro non volevano se non essere padrone di se stesse e del proprio destino.
Questo libro inizia in sordina, con la genealogia della famiglia Willowes, e con la dipartita del padre della mite Laura, per tutti “zia Lolly”, la quale, dopo la prematura scomparsa della madre, aveva amorevolmente condiviso la vita sola con lui fino ai suoi ventotto anni.

Nella seconda parte del romanzo vediamo Laura accettare semplicemente la sua nuova vita, in cui viene accudita dai due fratelli maggiori, Henry e James, e dalle cognate, senza mai averlo desiderato e senza che nessuno chiedesse il suo parere. 

Ma nella terza ed ultima parte di questo libro, Laura trasformerà la resilienza che l’ha caratterizzata per tutta la vita in una ribellione silenziosa, un’affermazione del sé molto più potente di qualsiasi altra io abbia mai incontrato in letteratura.

Si potrebbe quindi riassumere come la storia di una donna resiliente, che ad un certo punto decide di prendere in mano la sua vita, e che non vuole nient’altro che essere lasciata in pace e vivere in armonia con la natura, come se fosse un tutt’uno con essa; il fatto che però non riesca così facilmente ad isolarsi dai familiari e che non sia neppure libera di prendere le proprie decisioni in autonomia, la dice lunga sulla condizione delle donne dell’epoca, o forse sulla condizione delle donne in generale. È pur vero che “non c’è niente di impossibile per una donna sola di mezza età con una rendita propria” (p. 78), ma se anche ci si dovesse accorgere che si è sprovvisti di beni mobili ed immobili, Lolly ci insegna che “quando si invecchia è meglio spogliarsi dei propri beni, lasciar cadere le foglie come gli alberi, essere quasi totalmente terra prima di morire.” (p. 80). D’altra parte, “la vita diventa semplice se uno non se ne preoccupa” (p. 85).
Mi sento particolarmente legata a Laura Willowes per più di un motivo, e molti sono così personali che non posso elencarveli qui, ma quando ho letto che il suo anno di nascita era il 1874, ho pensato: “che coincidenza, un secolo ed un anno prima di me”; dopo poche pagine, a pagina 28 per l’esattezza, scopro che è nata il nove di dicembre: un tuffo al cuore, perché condividiamo il compleanno. Chissà se è un caso che verso la fine (p. 150) parli del Paradiso perduto di John Milton, nato anche lui il nove dicembre; o forse non è affatto casuale, dato che nel suddetto poema l’autore racconta della trasformazione di Lucifero in Satana…
A proposito di questo, se siete fermamente credenti e rispettosi delle Sacre Scritture, ritengo corretto sconsigliarvi di leggerlo: d’altro canto, “ Laura non era affatto religiosa. Non lo era nemmeno abbastanza da meditare sull’irreligiosità.“ (p. 43).

Mi è piaciuto leggerlo subito dopo Abbiamo sempre vissuto nel castello di Shirley Jackson, perché entrambe le protagoniste richiamano le vecchie streghe a cui si dava la caccia, ed entrambe parlano di lupi mannari. Ma le somiglianze tra loro finiscono qui. Laura è sicuramente più padrona di sé rispetto a Mary Katherine, ed anche a Constance.

Vorrei infine ringraziare Alessia Amati, autrice di Le falene di Ursula, e che seguo su Instagram come @letture_in_salotto, poiché se non avessi visto i suoi reels sull’argomento (post del 2 ottobre 2025), e non l’avessi sentita parlare con tanta passione del monologo finale di Lolly, mi sarei persa questo capolavoro che in modo così discreto tratta dell’indipendenza femminile. Voglio quindi darvi un assaggio di questo suo appassionato monologo: “Non si diventa streghe per fare del male a questo e quello, e nemmeno per fare del bene come dame di carità a cavallo di una scopa. È proprio per sfuggire a tutto questo… per avere una vita propria e non un’esistenza elemosinata dagli altri” (p. 170).
Ma Laura Willowes riuscirà a fare di meglio, in quanto sarà persino “una strega affrancata dalla custodia del suo Signore” (p. 176). Tanto di cappello, Signorina Willowes!

Piccola curiosità: vi sorprenderà scoprire l’identità dell’amoroso cacciatore…
Au revoir, mes amis! ;-D




venerdì 3 aprile 2026

I libri di Kerry: In libreria con Samantha Garbero

Giovedì 2 aprile al caffè letterario
I libri di Kerry, che come ormai sapete si tiene mensilmente alla Mondadori di Acqui Terme, abbiamo avuto l’onore ed il piacere di ospitare Samantha Garbero, autrice di L’Origine del Male, A Luci Soffuse e Sussurri oltre il Velo.
Ci siamo quindi divertiti ad intervistarla, ponendole varie domande sul suo primo romanzo e sul suo modo di approcciarsi alla scrittura, a cui Samantha ha risposto in modo paziente ed esaustivo come al solito.



1) Quando e come ti è venuta l’idea per L’Origine del Male?
S: “L’idea mi è balenata nella mente all’improvviso come un fulmine a ciel sereno,
in una notte autunnale in cui mio figlio non riusciva a dormire, e sentivo la pioggia scrosciare e si alternavano momenti di tranquillità a momenti del pianto del bambino; ad un certo punto c’è stato un fulmine seguito da un tuono: da lì mi è immediatamente nata l’idea per il prologo del mio romanzo, in cui vi è una donna rinchiusa in una cella che sente il ticchettio della pioggia. All’inizio non avevo idea di dove la storia sarebbe andata a parare, avevo semplicemente visto la scena iniziale, e da lì ho studiato e ho trattato un mito fantasioso, che per me è molto importante e l’ho riadattato.”

2) Nei tuoi libri c’è una predilezione per l’occulto: come mai?
S: “Perché sono un’amante
dell’horror in tutte le sue forme: sia di quello psicologico, sia di quello reale, in cui si analizzano le zone d’ombra di noi esseri umani; amo anche quella parte oscura e ignota per cui non si trovano spiegazioni. Avendo questo amore viscerale per l’horror, lo metto in ogni mio scritto”.

3) Quanto tempo hai impiegato per scrivere questo tuo primo romanzo?
S: “Un anno e mezzo, in cui l’ho scritto di getto, senza un progetto iniziale. Sono poi stata contattata da una casa editrice dopo averlo pubblicato prima su Wattpad. Le storie successive hanno invece avuto una fase di progettazione iniziale, ma per questo primo romanzo ho dato sfogo al mio bisogno impellente di scrivere.”

4) Qual è il tuo metodo di scrittura?
S: “Scrivo di notte. Scrivere è un piacere nella fase creativa, mentre preferisco fare l’editing di giorno; mi annoto le idee su un quadernino e poi le sviluppo.”

5) Qual è il tuo personaggio preferito in L’Origine del Male
S: “La protagonista, perché è una fanciulla dall’animo tormentato, però è buona e in lei avverà una rinascita.”

6) Per i tuoi personaggi hai preso ispirazione da persone reali? 
S: 
“Elizabeth sono io (questa affermazione fa molto Flaubert, ndr); tra l’altro mia sorella si chiama proprio Elisabetta. Elizabeth è restia all’imposizione, è un animo libero. Il protagonista maschile è invece ispirato ad un mito e quando l’ho creato avevo in mente Lestat di Intervista col Vampiro. I personaggi sono sicuramente irreali, ma sebbene sia un dark fantasy, ritengo che l’ambientazione debba sempre essere reale.”

7) Come ti è venuta l’idea di scrivere in generale? 
S: “Ho sempre letto tantissimo.
Leggevo Piccoli Brividi quando ero bambina, e mi ritrovavo a viaggiare in molti mondi diversi, e ho pensato: questo posso farlo anch’io! 
E quando seppi che una mia compagna di scuola non credeva a Babbo Natale, ho trovato lo spunto per scrivere il mio primo racconto.”

8) L’ambientazione: perché proprio Cuba? 
S: “Ho immaginato un bel fusto tipo Raz Degan in Sorellina e il Principe del Sogno, l’ho immaginato abbronzato e ho pensato che Cuba fosse il setting ideale per la mia storia.”

9) Ci hai rivelato che questo libro è stato scritto come un flusso, ma ci sono anche tanti colpi di scena, e la storia è piuttosto intricata: ti sei quindi mai incastrata nella trama?
S: “No, ma è stata una fortuna, perché ora mi rendo conto che la progettazione iniziale è importante; meglio fare prima una scaletta e poi raccontare la storia. Ho solo dovuto rivedere qualche data, ma per il resto fortunatamente il racconto fluiva da sé, senza incontrare intoppi.”

10) Hai un’immagine nella tua testa dei personaggi che crei o prendono forma piano piano? 
S: “Sì, li vedo. Alcuni li formo, per altri mi ispiro ad attori o persone che ho visto e/o conosciuto.”

Tra le domande a Samantha e varie risate, il pomeriggio è volato in allegria. Leggere un libro e poi poter rivolgere all’autrice i nostri quesiti, è stata un’esperienza coinvolgente.
Ringraziando ancora la nostra Samantha Garbero, concludo qui con le parole che lei stessa ci ha scritto dopo l’incontro in libreria: “ il vostro entusiasmo mi hai emozionata molto e le vostre domande sono state una più interessante dell’altra! È stato un vero piacere condividere questo momento insieme.”

Au revoir, mes amis! ;-D