La storia narrata si svolge interamente in questo caffè d’epoca, in cui fa sempre fresco, anche d’estate, nonostante sia sprovvisto di un impianto di aria condizionata.
È un locale a conduzione familiare, piuttosto intimo in quanto molto piccolo, con pochissimi tavoli al suo interno.
Ma ciò che lo rende particolare non è dato dagli arredi o dalla frescura di cui si può godere nella sala, bensì dalla possibilità che dà a chiunque entri di viaggiare nel tempo.
In questo misterioso caffè c’è infatti una sedia, un’unica sedia, che ci permette di ritornare nel passato e di incontrare solo chi è già stato in questo locale, e solo per il tempo in cui beviamo una tazza di caffè; attenzione però: una regola fondamentale ci impone di tornare al presente prima che il caffè si raffreddi, altrimenti le conseguenze saranno catastrofiche.
Era da parecchio tempo che avevo voglia di assaporare le atmosfere di questo romanzo, perché mi sembrava il tipico libro che fa bene al cuore. E poi la copertina stessa è piuttosto invitante e infonde già serenità.
Ebbene, forse ho davvero procrastinato troppo il momento in cui leggerlo e le mie aspettative erano probabilmente diventate estremamente alte.
La prosa mi ha un po’ annoiata e faticavo ad andare avanti nella lettura.
Le persone che in questo primo volume vanno nel passato hanno quasi tutte delle motivazioni talmente tristi, che, anziché farmi bene al cuore, mi hanno demoralizzata. I personaggi non mi hanno convinta, anche se l’unico motivo per cui andrei avanti a leggere gli altri è sapere che fine fa Kazu, la cameriera che serve il caffè con aria solenne, ma che nasconde un animo da artista: è stata davvero l’unica ad avermi affascinata.
Un punto a favore di questa storia, che me l’ha resa decisamente più interessante e piacevole, è che il passato non può essere cambiato: “allora a cosa serve tornare indietro?”, penserete voi. In realtà ciò che si evince fin dall’inizio è che è molto più importante fare pace con il nostro passato, anziché modificarlo. Non è il passato che ci serve cambiare, ma la prospettiva da cui lo guardiamo, e questo, forse, ci aiuterà a cambiare addirittura noi stessi.
L’idea di fondo aveva quindi un suo perché, ma avrebbe potuto essere sviluppata meglio; non mi sono divertita né commossa e nemmeno immedesimata: nel complesso questa lettura non mi ha lasciato molto.
Eppure so che tra i miei amici e colleghi sono in molti ad averlo apprezzato e persino amato; e sono tutte persone che stimo e di cui mi interessa ascoltare l’opinione.
Sono quindi curiosa di vederli al prossimo incontro de I libri di Kerry per conoscere meglio il loro parere e per scoprire se riusciranno a convincermi a leggere i seguiti.
Vi terrò aggiornati nel prossimo articolo.
Au revoir, mes amis! :-)




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