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mercoledì 27 maggio 2026

Quel che resta del giorno di Kazuo Ishiguro

Che cosa si intende davvero con il termine “dignità”? 
La dignità è un concetto astratto e non facilmente definibile.
Se pensiamo alla dignità, infatti, troveremo che le accezioni che ne diamo, con le relative sfumature, sono tra le più disparate, a seconda del contesto in cui la poniamo.
Per Mr Stevens, protagonista indiscusso nonché narratore di Quel che resta del giorno scritto dal premio Nobel Kazuo Ishiguro, la dignità è ciò che “distingue un ‘grande’ maggiordomo” (p. 127) dai maggiordomi che posseggono solamente delle ottime competenze nello svolgimento dei loro incarichi. 
Il concetto di dignità risulta così fondamentale in questo romanzo, da comparire subito dopo il prologo per poi divenire una presenza costante e di un certo peso nel corso dell’intera narrazione.
“Si usa dire a volte che i maggiordomi esistono davvero solamente in Inghilterra. Altri paesi, quale che sia il termine effettivamente usato per definirli, hanno unicamente dei domestici. Io sarei propenso a credere che ciò sia vero. Gli europei non sono in grado di fare i maggiordomi, perché come razza non sanno mantenere quel controllo emotivo del quale soltanto la razza inglese è capace. Coloro che vivono sul Continente […] sono di regola in capaci di controllarsi in momenti di forte emozione, e dunque risultano inadatti a mantenere una condotta professionale altro che nelle situazioni meno impegnative. […] In una parola, la ‘dignità’ è qualcosa che trascende simili personaggi. Da questo punto di vista noi inglesi godiamo di un importante vantaggio nei confronti degli stranieri, ed è per questa ragione che ogni qualvolta si pensa ad un grande maggiordomo, costui deve, quasi per definizione, essere inglese.” (p. 50). 
Questa riflessione di Mr Stevens rende evidente che l’essere maggiordomo viene da lui inteso non come una semplice professione, ma anzi come una vocazione. Ritiene infatti di far parte di “[…] una generazione di idealisti per i quali la questione non era semplicemente quella di stabilire con quanta abilità si sapessero mettere in pratica le proprie competenze, bensì a qual fine lo si facesse; ciascuno di noi nutriva il desiderio di offrire il suo piccolo contributo, la creazione di un mondo migliore” (p. 130).
Le considerazioni di Mr Stevens saranno così tante dal finire con l’assomigliare a delle vere e proprie elucubrazioni: “ Ma che senso vi è nel continuare all’infinito a far congetture su che cosa avrebbe potuto accadere se tale o tal’altro momento si fosse risolto in maniera diversa? In questo modo, forse, si può condurre se stessi alla follia.” (p. 198). Trovo quest’ultima frase particolarmente preziosa in quanto, personalmente, mi sono trovata spesso a pensare e pensare, decisamente più del dovuto.
Ma tornando alle dissertazioni sulla dignità, qualità auspicabile per chiunque voglia diventare un grande maggiordomo, noteremo che la percezione che Mr Stevens ha del ruolo che riveste condizionerà profondamente il suo modo di rapportarsi agli altri e di conseguenza anche la sua sfera privata. Si impegnerà quindi al massimo per stare al passo con i toni scherzosi del suo attuale datore di lavoro, Mr Farraday, un americano gioviale incline a fare sovente battute di spirito; non si porrà domande sulla condotta parecchio discutibile del suo precedente datore di lavoro; si troverà in difficoltà a gestire sia il rapporto con la governante della tenuta in cui lavora, sia quello con il padre. 
D’altra parte, un “maggiordomo di un qualche valore deve vedersi come appartenere al ruolo che ricopre, totalmente e completamente; non lo si deve vedere metter da parte quel ruolo ad un certo momento, per tornare ad indossarlo di nuovo il momento successivo quasi non fosse niente altro che un costume da  pantomima.” (p. 187). 
Immaginate quindi la dedizione che un uomo come Mr Stevens mette nel portare a termine in maniera eccellente ogni compito di cui si sente personalmente responsabile. E la domanda che sorge spontanea nel lettore è: davvero esistono professioni per cui è necessario sacrificare a tal punto la propria vita? 

Riuscirà infine il nostro caro Mr Stevens a dismettere i panni di maggiordomo? Leggete questo capolavoro indiscusso della letteratura moderna e lo scoprirete.

Post Scriptum: avete mai visto il film del 1993 con Anthony Hopkins ed Emma Thompson? O avete intenzione di guardarlo? Ecco, sebbene questa pellicola di James Ivory sia assolutamente perfetta ed estremamente fedele al libro, porrà però l’accento della scelta di vita di Mr Stevens su un aspetto che nel romanzo non ho colto. Libera interpretazione? Se vi capita di leggere questo libro e subito dopo guardare il film, come ho fatto io, fatemi saper cosa ne pensate :-)

Secondo Post Scriptum:
quando a marzo di quest’anno ho comprato questo libro, stavo leggendo La briscola in cinque di Marco Malvaldi, e guarda caso ad un certo punto si vede il suo protagonista leggere proprio Quel che resta del giorno, di cui dice: “bel libro ma leggetelo in un periodo in cui siete allegri altrimenti vi gettate sotto un tram” (p. 120). E no, non sono d’accordo: è una storia sofferta, ma scritta con la tipica delicatezza di questo meraviglioso autore che sempre sa leggere nel profondo dei nostri cuori.

Au revoir, mes amis! :-)

domenica 17 maggio 2026

La Casa sul Mare Celeste di TJ Klune

Dopo aver letto il romanticissimo Sotto la Porta dei Sussurri, a distanza di un anno si è deciso, in uno dei gruppi di lettura che frequento, di riprendere il nostro amato TJ Klune e leggere il romanzo che gli ha regalato una fama mondiale, ovvero La Casa sul Mare Celeste.
Il protagonista di questa storia è Linus Baker, un assistente sociale che lavora per il DIMAM, il Dipartimento della Magia Minorile, e il suo compito consiste nell’accertarsi  delle buone condizioni degli orfanotrofi in cui crescono i bambini magici, assicurarsi “che i bambini stiano bene […], controllare che ci si occupi di loro. Delle loro necessità. E che siano protetti, da loro stessi e dagli altri.” (p. 60). Per dirla con le sue parole, Linus si occupa “esclusivamente del benessere dei bambini, nient’altro” (p. 12). 
Il Signor Baker, che da subito mostra un’empatia non richiesta dal suo incarico, e non comune tra i colleghi, non sembra però occuparsi del proprio benessere, dato che l’unica vacanza che si concede è rimirare “il tappetino del mouse, con sopra la fotografia sbiadita di una spiaggia bianca e del mare più azzurro del mondo” con sopra la scritta “NON VORRESTI ESSERE QUI?” (p. 19).

Questa frase, “non vorresti essere qui?”, diventa un Leitmotiv dell’intera narrazione, ricordandoci che dovremmo in effetti stare dove realmente vorremmo essere. D’altra parte, come puntualizza la piccola Talia citando le parole di Arthur Parnassus, “dobbiamo dedicare del tempo anche alle cose che ci piacciono […] altrimenti rischiamo di dimenticare come si fa a essere felici.” (p. 107).

Parnassus, altro elemento chiave della storia, gestisce un particolare orfanotrofio sull’isola di Marsyas, che da tempo ha attirato l’attenzione del DIMAM. Linus sarà incaricato di controllare, verificare, indagare. Ma nello svolgere questo suo compito segretissimo, si renderà conto che la verità potrebbe essere ben diversa da quel comodo grigiore che spesso ci ostiniamo a perseguire.
Ciò che davvero ho apprezzato è il modo in cui si affronta il tema del diverso. Nella società attuale in cui troppi fanno a gara per mostrare quanto sono bravi ad accogliere la diversità, qui se ne parla invece senza falsa ipocrisia. È infatti normale rimanere spiazzati di fronte a ciò che non conosciamo, ma anziché restare sulle proprie posizioni scettiche, è doveroso provare a capire l’altro, che inizialmente potrebbe spaventarci, per poi arrivare invece ad amarlo profondamente. Uno scetticismo iniziale non può considerarsi una colpa: il problema sta nel non voler nemmeno provare a cambiare i nostri schemi mentali. “Trovo che la nostra percezione delle cose subisca l’influenza di quanto ci è stato insegnato. Fin da quando siamo bambini ci viene detto che il mondo è fatto in un certo modo, e ci sono delle regole.” (p. 235). “Il cambiamento avviene quando lo si desidera abbastanza intensamente.” (p. 276). Proprio così.
Sebbene i temi affrontati non siano propriamente leggeri, la narrazione scorre veloce e ogni cosa viene trattata con la giusta delicatezza. Lo stile è molto cinematografico: in alcuni momenti ci sembra quasi di essere dentro la storia e di vedere le scene dal vivo. Gli spunti di riflessione sono davvero tanti, ma non mancano anche molti momenti di comicità e altrettanti di pura tenerezza.

Sia in questo libro che in Sotto la Porta dei Sussuri, Klune racconta l’omosessualità con una naturalezza per nulla scontata, nemmeno ai giorni nostri. Quello che da molti viene definito “diverso”, diventa qui  semplicemente “ordinario” (aggettivo per cui ringrazio due mie carissime amiche lettrici).

Vorrei tuttavia fare un appunto, in quanto c’è una frase ricorrente, “chi non denuncia è complice”, che dimostra il controllo ossessivo del governo sugli esseri magici; ma la stessa frase può in realtà avere un significato estremamente positivo, soprattutto nel nostro Paese, dove tutti conosciamo il significato di “omertà”: concetto talmente avulso alle altre culture, che spesso non hanno nemmeno una parola con cui esprimerlo (in inglese, ad esempio, viene tradotto con una perifrasi). A onor del vero, bisogna riconoscere che lo slogan va sicuramente contestualizzato in questa storia semi-distopica, e comunque nel testo originale suona diverso: “ if you see something, say something” (“se vedi qualcosa, dillo”). Il merito di aver colto questo cavillo va alla mia cuginetta cui nulla sfugge ;-)

Ma a parte questa puntualizzazione sulla traduzione, alcune frasi mi sono rimaste nel cuore:
- “Casa è il posto dove possiamo essere noi stessi”. (p. 108).
E soprattutto, la mia preferita in assoluto e che tanto mia aiuta a vivere meglio:
- “… il sole splendeva. Era una giornata talmente bella. Sarebbe stato un vero peccato rovinarla con le parole di un ignorante fanatico.” (p. 169).

Ebbene sì, sono già pronta a leggere il seguito :-D

PS: Arthur Parnassus fa ufficialmente parte delle mie crush 2026 ;-D

Au revoir, mes amis! :-D



martedì 12 maggio 2026

I libri di Kerry: L’enciclopedia delle fate di Emily Wilde

Da tanto desideravo di perdermi tra le pagine di L’enciclopedia delle fate di Emily Wilde 
di Heather Fawcett, e nonostante provassi tale desiderio da parecchio, questo cozy fantasy è riuscito comunque a superare di gran lunga le mie aspettative. 
Emily Wilde non è una ragazzina, bensì una ricercatrice dell’università di Cambridge, e il suo campo di ricerca è costituito dalle fate. Badate bene, il mondo di Emily è in tutto e per tutto uguale al nostro, tranne che per un particolare: nessuno mette in dubbio l’esistenza delle creature fatate. Dimenticatevi della fata turchina o della fata madrina, con i loro cappelli a punta, le lunghe vesti e un’espressione bonaria e condiscendente sempre stampata sul volto: qui si tratta invece delle fate del folklore, quelle di cui si dovrebbe aver paura se le si fa arrabbiare. 

E questi esseri fatati hanno un aspetto raccapricciante o una bellezza intera e meravigliosa, a seconda della specie di cui fanno parte. I tipi di fate sono infatti davvero moltissimi, e di loro si sa ancora ben poco. Motivo per cui Emily Wilde vuole essere la prima  a catalogarle e stilarne un enciclopedia. 
E come spesso mi sono ritrovata dire, parlandone con le mie amiche del caffè letterario I libri di Kerry, questo romanzo ha un taglio quasi scientifico, che personalmente non mi ha annoiata, ma anzi ho trovato interessante approfondire le mie conoscenze sulle creature magiche del folklore europeo.
La “driadologia”, ovvero lo studio delle creature fatate, sembra infatti essere una scienza vera e propria, e come tale viene vista per tutta la narrazione.

Emily è una donna intelligente e preparata, senza risultare, a mio avviso, mai pedante o troppo perfetta. La simpatia non è certo la sua caratteristica principale, sebbene non sia nemmeno antipatica; eppure è riuscita a farmi ridere più volte, con i suoi commenti onesti e diretti, ma mai pronunciati ad alta voce per buona educazione, come quando ripete, per almeno tre volte, che i cibi e le bevande che assaggia a Ljosland sono buoni, ma dal sapore affumicato (p. 21-22). Oppure quando si domanda fra sé: “ perché ogni volta che cerco di rimediare a una gaffe riesco sempre a fare di peggio?” (p. 226).


Ho amato la saggezza di questa meticolosa ricercatrice che sostiene di avere “pochissima pazienza quando si tratta di faccende domestiche […] Una casa è solo un tetto sulla testa.” (p. 31). E come non essere d’accordo con lei quando confessa di apprezzare le persone schiette? “La schiettezza elimina il lavoro di interpretazione delle conversazioni”, (p. 44). Allo stesso modo ho adorato la sua descrizione della prevedibilità del suo ex Leopold: “Non capisco perché alla gente dovrebbe dare fastidio: è molto rilassante sapere cosa stanno per fare gli altri.” (p. 257).

Credetemi: ho veramente vissuto la lettura di questo libro come una boccata di aria fresca.
Infine vi svelo un mio personalissimo segreto: sono anch’io rimasta, come tutti, super affascinata dal suo unico amico, Wendell Bambleby, i cui occhi “non sono veramente neri, ma del verde di una foresta al crepuscolo”, (p. 75), e che se ne esce con frasi adorabilmente ciniche, quali: “Quest’assurdità della filantropia potrebbe cominciare a piacermi.” (p. 252). 
Brambleby è uno degli svariati motivi per cui vale la pena leggere questo particolarissimo trattato… pardon!, romanzo.

Una cosa (utile? forse addirittura preziosa?) che ho imparato leggendo questo libro: le creature fatate sono estremamente volubili, e “sono tutte mancine, senza eccezioni” (p. 32).

Au revoir, mes amis! :-D