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venerdì 31 luglio 2026

Quello che possiamo sapere di Ian McEwan

Ci sono libri che, mentre ne leggi il finale, ti strappano una risata leggera, ma subito dopo ti ritrovi con il viso rigato di lacrime di commozione, senza davvero sapere il motivo del tuo pianto.
Forse è solo l’immensa bellezza di questi libri a procurarci delle emozioni tanto contrastanti. Ed è ciò che mi è successo con Quello che possiamo sapere di Ian McEwan, ambientato nel 2119. L’autore ci racconta l’ossessione dello studioso Thomas Metcalfe per la Corona per Vivien di Francis Blundy, scritta pochi anni prima del fatidico lockdown e mai pubblicata.
Pare che questa corona, dedicata da Blundy alla moglie, fosse di una bellezza unica. Eppure il poeta decise di non pubblicarla, bensì di declamarne i vari sonetti durante la festa in onore di Vivien, in quanto suo regalo di compleanno per lei. Sebbene sembri, ahimè, non essere rimasta traccia alcuna di questi versi, Metcalfe non si arrende e continua a cercarli.
McEwan dà così voce alla letteratura, citando sia poeti illustri del passato quali Tennyson, Blake, Sylvia Plath, sia quelli di un ipotetico futuro prima del ‘Grande Disastro’; sottolineando la differenza fra la poesia, “antica quanto l’arte letteraria, forse quanto la parola stessa” (p. 63), e il romanzo, che altro non è se non “un modo per nobilitare l’arte del pettegolezzo.” (p. 64).
Trovano spazio anche i problemi ambientali e le relative conseguenze catastrofiche, che qui s’immagina abbiano portato a cambiamenti epocali, come la sparizione di grandi città o l’avvento di una nuova ed unica razza umana “color del miele, color dell’oro” (p. 195). Ciò che davvero ho apprezzato è il modo in cui l’autore si mette nei panni delle donne che, lungi dall’essere angelicate e meno che mai perfette, vengono descritte nella loro umanità, fatta di errori clamorosi così come di sbagli di poco conto. Ma è un’umanità fatta anche di rimpianti, di amori appena sbocciati oppure ormai finiti, e di amicizie complici. Gli uomini non ne escono affatto sconfitti: vittime anch’essi di una società maschilista, ne portano il peso schiacciante, nascondendolo dietro una maschera di falsa spavalderia, ed utilizzando, per loro comodo, ‘due pesi, due misure’ quando si parla, ad esempio, di tradimenti protratti da uomini o da donne.

A proposito degli amori finiti, mi ha in particolar modo colpita una considerazione fatta da Blundy in un suo componimento: “un amore o un matrimonio che si concludono somigliano alla vita. Bene fanno gli amanti a fermarsi prima dell’imbarazzante senilità. […] Ormai è troppo tardi per tornare indietro, quella vita è passata. Non resta loro che il rimpianto.” (p. 265). Pur non riconoscendomi in un pensiero tanto pessimista, non posso che ammirare l’audacia e l’onestà di un siffatto sillogismo. Nondimeno McEwan sa cogliere e descrivere la purezza di un amore che sta per nascere: “Con fare molto gentile, il mio ospite […] mi chiede di raccontargli di me.” (p. 271) e confesso che a questa frase mi sono sciolta, perché in fondo è vero che spesso sono i piccoli gesti pensati per noi che ci spingono ad innamorarci dell’altro.

Come anticipato, le donne rivestono un ruolo fondamentale nella storia, e si dà voce ai loro pensieri e a come riescono a vivere in un mondo che da secoli cerca di schiacciarle. Queste donne non sono forti, né ribelli, e non sono necessariamente delle eroine positive; vivono semplicemente la loro vita, ma spesso, contro il loro volere o per assuefazione ad un mondo prettamente maschilista, si vedono costrette a rinunciare ai propri sogni e ai propri amori. La musa che ha ispirato il capolavoro assoluto di Blundy è la stessa persona che mi ha rubato il cuore dal primo all’ultimo capitolo: “Vivien era di natura generosa, e amava far contenti gli altri.” (p. 7).  Vivien Greene mi è subito apparsa come una donna dolcissima, che tuttavia non risparmia giudizi impietosi farciti di una comica ironia: “tutta quella sicumera, la presunzione, la capacità di ripetersi la irritavano. Un uomo geniale, e un tale cretino.” (p. 41). 
Ma ci sono anche altre donne importanti, come ad esempio Rose, per cui, fin da subito, non sono riuscita a provare simpatia; ho amato tantissimo Rachel e Jane, due donne che camminano in punta di piedi per tutta la storia, eppure la loro innegabile forza interiore ha lasciato un segno evidente dentro di me. 

Ovviamente con un autore del calibro di McEwan gli spunti di riflessione sono innumerevoli e potenti; ad esempio, ci mostra che non basta evitare i social media per ottenere riservatezza, perché con l’avanzare della tecnologia sarà sempre più facile recuperare mail o messaggi telefonici: “abbiamo rubato al passato il diritto alla privacy.” (p. 22); ma anche così conosceremo ben poco i pensieri dei mittenti, poiché “è raro che una mail o un sms contengano riflessioni personali interessanti quanto quelle di una meditata lettera del diciannovesimo o del ventesimo secolo.” (p. 22). Le considerazioni ci sono anche su temi sempre attuali, come la gelosia retrospettiva (p. 136-137), o di recentissimo interesse, come l’IA (p. 140-141).
Pur non simpatizzando per il protagonista, ho sofferto insieme a lui, perché si appassiona ad un passato che non gli appartiene, ben più di quanto riesca a vivere il proprio presente: “A loro è dato potermi commuovere, toccarmi, ma non viceversa. La mia prolungata ricerca storica è una danza con persone sconosciute che ho finito per amare” (p. 34). D’altra parte, anche se spesso mi capita di sentire persone che si dichiarano infatuate dei protagonisti dei loro libri preferiti, provare affetto per gli autori che leggiamo è una sensazione comune anche a me e a molti altri lettori, esattamente come è successo a Holmes (che non conoscevo) con Robert Louis Stevenson (che io stessa amo come scrittore e come persona).

McEwan rivela inoltre i nostri pensieri più nascosti, quelle osservazioni che definiremmo “da buzzurri”,  che ci fanno vergognare mentre solo le pensiamo: “su di lui la poesia aveva un effetto deprimente. Come la musica classica. Il peso culturale e l’enfasi solenne lo opprimevano. Sospettava che la gente ne subisse il raffinato sopruso e si ritrovasse a fingere apprezzamento per non apparire incolta o idiota.” (p. 56).
Vi invito a prestare grande attenzione agli appunti di Francis Blundy sul concetto di perdita, maestosamente espresso, che troverete a p. 163-164.

Vi cito infine una definizione che ritengo non solo calzante per i protagonisti di questo meraviglioso romanzo, ma esplicativa per le sofferenze della condizione umana: “La nostra piccola banda di orbi. Che impresa, vederci chiaro in mezzo a tante emozioni.” (p. 190).
E mentre la storia volgeva al termine, ero già smaniosa di rileggere tutto daccapo per passare ancora un po’ di tempo con questi personaggi affascinanti, per conoscerli davvero e provare a capirli meglio :-) 

Consiglio: se non l’avete già fatto, evitate di leggere la quarta di copertina: rischiate di crearvi delle aspettative fuorvianti.

Au revoir, mes amis! ;-)