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Visualizzazione post con etichetta Gabriele Romagnoli. Mostra tutti i post
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sabato 1 febbraio 2025

Domanda di Grazia di Gabriele Romagnoli

Non sarà facile scegliere le parole giuste per scrivere questo articolo. Gabriele Romagnoli, invece, come sempre sa ponderare ogni parola con garbata compostezza; dice liberamente ciò che pensa, ma non eccede, non si anima. Eppure la vicenda di cui tratta qui, è purtroppo vera, e riguarda un suo carissimo amico di gioventù. Arrestato e condannato all’ergastolo, sulla base di diciotto indizi, non convalidati, però, da alcuna prova effettiva.
“Può un processo indiziario eliminare il ragionevole dubbio? Può una serie di circostanze supplire all’assenza di una prova regina […]?”
Ponendosi e ponendoci questa domanda,
l’autore ci conduce inizialmente attraverso una carrellata di ricordi che vedono come protagonisti i fratelli Stefano e Andrea Rossi, che lui chiama, senza alcuna volontà di scherno,“oi aristoi”, “i Kennedy “, “i bronzi di Riace”. Dopo questo preambolo in cui descrive le affascinanti stranezze di questa famiglia dal rigore impeccabile, ci addentriamo insieme a lui nel vivo di un processo penale, il cui unico imputato è proprio Andrea Rossi. 
Bellissimo, di una freddezza glaciale, che con i suoi due metri di altezza torreggia su chiunque gli stia intorno, in continuo sfoggio di un linguaggio altamente forbito, non perde i suoi modi gentili nemmeno durante un processo non equo. È l’autore stesso che lo definisce tale, arrivando persino a scrivere: “Adesso bestemmierò: neppure un assassino merita una giustizia simile.” Parole dure, amare, ma comprensibili. Gabriele Romagnoli non si proclama innocentista o colpevolista; non è questo il punto. Fa semplicemente appello ad una giustizia giusta, che non incorra nell’errore giudiziario. Perché “una condanna deve essere giusta anche nella misura. Una certezza deve basarsi su dati incontrovertibili.”
Non posso che dolermi per le persone che hanno voluto bene a Vitalina Balani in Fabbiani, vittima di omicidio.
Il mio pensiero va anche agli amici di Andrea (tra cui Gabriele stesso), che non avranno mai più occasione di rivederlo; va ai suoi sei figli, che non potranno più riabbracciarlo. E soprattutto il mio pensiero va a colui che sta scontando una pena tanto rara quanto atroce: Andrea Rossi.
Inutile dirvi che la lacrima mi è scesa durante questa lettura, e più volte. Ma Andrea meritava che la sua storia venisse raccontata, e ancora merita che venga letta. Almeno questo. Anche se non potremo (forse) mai avere la certezza di una verità assoluta.
Au revoir, mes amis.



mercoledì 11 dicembre 2024

Un Gentiluomo a Mosca di Amor Towles

Con questo articolo apro la carrellata di recensioni sui libri che ho comprato perché li ho visti citati in altri libri. 

Di Un Gentiluomo a Mosca ad esempio, se ne parla in una delle tante riflessioni che Gabriele Romagnoli fa in La Prima Cosa Bella, intitolata Il Club degli Umili. Qui Romagnoli riporta, con parole sue, ciò che saggiamente spiega Towles nel suo romanzo a proposito del Conte Aleksandr Il’ič Rostov, nobile caduto in disgrazia dopo la Rivoluzione Bolscevica, e di una sua coprotagonista, ovvero che gli umiliati “si muovono senza segni esteriori, ma si riconoscono al primo sguardo […] sapendo che bellezza, influenza, fama e privilegio vengono piuttosto presi a prestito che concessi, non si lasciano impressionare facilmente” (cfr. p. 244, Un Gentiluomo a Mosca). Infatti, per dirla con le parole di Romagnoli,  “gli umili non sono umiliati e offesi. Discendono con grazia e così facendo individuano la risalita” (cfr. p. 82, La Prima Cosa Bella). E si ha sempre molto da imparare da chi sa affrontare la vita a testa alta, comunque vada. Bisogna essere forti, perché, come insegna il Granduca Demidov al Conte ancora bambino, se non si è in grado di governare le proprie circostanze, allora saranno le circostanze stesse a governarci. 
Nella prima sezione del libro si citano spesso i grandi della letteratura russa e viene una gran voglia di leggerli o di rileggerli. L’autore è sicuramente un uomo di una cultura immensa in svariati campi, e rende il lettore curioso di approfondire tutto ciò di cui parla. La lettura di questo lungo romanzo, gradevolissima, con i cinque libri in cui è diviso, ha esattamente il sapore di una vita vissuta fino in fondo, dall’inizio alla fine, che si vuole assaporare lentamente per non doversi separare troppo in fretta da tutti i personaggi che incontriamo mano a mano tra le quattro mura dell’hotel Metropol a Mosca, in cui il Conte Rostov è confinato a passare il resto dei suoi giorni, ma in cui avrà la fortuna di godersi una vita molto più piena e significativa di tante altre, e in cui avrà l’opportunità di conoscere persone meravigliose con cui intesserà rapporti di amicizia, amore, genitorialità.
Non credo di dover aggiungere altro per invogliarvi a leggerlo.
Au revoir, mes amis ;-)




venerdì 1 novembre 2024

La Prima Cosa Bella di Gabriele Romagnoli

Scoperto per caso in vacanza, in bella mostra sullo scaffale di una piccola libreria, La prima cosa bella è una raccolta di alcuni articoli scritti da Romagnoli in cui ricorda cose viste e sentite, condivide opinioni su cose lette, riflette su cose capitate e pensate. 
Gabriele Romagnoli è uno scrittore a dir poco affascinante, personaggio pubblico, ma schivo, talmente discreto che non se ne sa quasi nulla, essenziale nel modo di vivere e di scrivere, dotato di grande sensibilità e coscienza critica, fiducioso che anche chi legge sia altrettanto sensibile. 
Non aspetto di concludere questo post per consigliarvi caldamente di leggerlo, anche tra un libro e l’altro, come è successo a me.
Ad ogni pagina mi sono trovata d’accordo con l’autore e con chi lui cita, come Madre Teresa di Calcutta (“deve pur esistere, esiste un luogo nel mondo in cui i tuoi problemi diventano risorse”), perché basta davvero poco per indorare la pillola, scegliendo parole più gentili, come ci spiega in Già amati; e più andavo avanti a leggere, più mi accorgevo che non mi dispiacerebbe affatto essere una bibliotecaria, che mi viene voglia di visitare l’Umbria e tornare in Francia o partire immediatamente per Madrid, che è meglio se si guarda il mondo al contrario, e che m’incuriosiscono tutti i libri cui accenna (sto già leggendo Un Gentiluomo a Mosca, mentre Cent’anni di solitudine e Il Signore delle Mosche sono immediatamente apparse sulla mia lista dei desideri).
Grazie a questa raccolta di aneddoti  ho appreso di fatti e persone che non conoscevo, ed ogni volta che leggo Romagnoli mi guardo dentro e imparo un po’ di più su me stessa. Mi sono commossa più volte leggendola. E sebbene abbia sempre pensato che i nomi che portiamo siano importanti e ci identifichino più di quanto crediamo (non me ne voglia Giulietta Capuleti), ho capito la potenza che sta dietro ad un nome, leggendo, fra lacrime amare, Chiamalo col suo nome, e riflettendo sulla dedica iniziale, Paola, che riceve  una spiegazione molto più avanti nel volume, a cui si arriva con un “oh!” di stupore e ci porta immancabilmente a riguardare la primissima pagina.
È un libro che consiglio a tutte le persone sensibili, ed anche a quelle che non sanno ancora di esserlo, ma lo scopriranno grazie a questi stralci di vita vissuta fino in fondo al cuore. È un libro che ci aiuta a non smettere di sperare (E luce fu). Si percepisce in più di un racconto l’affetto ed il rispetto per i genitori, il rimpianto per persone che non ci sono più, l’importanza data ai sogni che facciamo di notte e che ci aiutano a tenere vivo chi in vita non è più.
E finisco qui, non vi dico altro. Per cercare di essere essenziale, come Romagnoli.
Leggetelo.
Au revoir, mes amis ;-)



giovedì 11 aprile 2024

Solo bagaglio a mano di Gabriele Romagnoli

Non mi aspettavo di leggere ciò che ho appena finito di leggere. Mi piace comprare i libri in base al titolo o alla copertina, senza avere la minima idea di cosa parlino; stessa cosa faccio con i film. E Solo bagaglio a mano di Gabriele Romagnoli mi ha lasciata a bocca aperta dal momento in cui l’ho iniziato: mai più mi sarei immaginata l’argomento trattato. Non è un romanzo, non è un saggio. Sono semplici considerazioni sulla vita. 
Romagnoli è scrittore e giornalista, estremamente bravo a scrivere e parecchio coinvolgente, ed altrettanto incredibilmente bravo nel ricordarsi notizie e fatti di cronaca, di cui ci sono svariati esempi in questo libro. 
Per anni ho letto Vanity Fair, e la prima cosa che facevo appena lo compravo, era andare a cercare i suoi articoli, perché riusciva sempre a stupirmi e a farmi ridere, nonostante gli intenti non fossero propriamente comici, ma sottilmente ironici. E mi fa ancora questo effetto. Ho l’abitudine di leggere al bar. E con questo libro è stato un disastro. Ci sono state frasi per cui non ho potuto reprimere una fragorosa risata, e mi sono subito guardata intorno, con un lieve imbarazzo, per vedere chi se ne fosse accorto. E un paio di pagine dopo, mentre l’autore rievoca fatti di cronaca nera che non conoscevo o a cui non pensavo da tempo, non ho potuto trattenere le lacrime, e di nuovo mi sono guardata attorno. Eppure Gabriele Romagnoli li racconta con una tale semplicità ed onestà che fa ancora più male leggerli.
Vi starete forse chiedendo a che pro Romagnoli citi queste vecchie notizie da telegiornale: lo fa per spiegare meglio queste sue considerazioni sulla vita di cui vi parlavo prima, che altro non sono che un inno all’essenzialità.
Questo libro ci fa riflettere su chi e su cosa è veramente importante e necessario portare con noi nel viaggio della nostra vita, e serve sicuramente ai molti di noi che, sebbene si vestano ormai senza fronzoli e non soffrano più di shopping compulsivo, ancora non riescono a liberarsi delle zavorre accumulate negli anni, di quegli oggetti inutili che teniamo per ricordo (ma ricordo di che? non ci basta la nostra memoria?), come le bomboniere o le agendine regalateci dai rappresentanti e mai utilizzate e che forse ci torneranno utili in futuro (e quando? quando si ripresenterà l’anno in corso con esattamente le stesse date?). Zavorre sono anche tutte quelle foto e quelle informazioni di cui riempiamo le nostre memorie digitali, quando ci basterebbero i ricordi che abbiamo nel cuore e nella mente. Zavorre sono anche le persone che chiamano amici, ma che in realtà sono solo conoscenze, perché i veri amici sono meno delle dita di una mano. Questo è ciò che ci insegna Gabriele Romagnoli con il suo libro, senza la pretesa di diventare un guru od un santone, lui che di certo non è interessato a nessun tipo di spiritualismo e non sembra quindi avere tali velleità. Ed è un libro che capita sempre nel momento giusto, per apprezzare ciò che si ha anziché disperarsi per ciò che non si ha, per saper lasciare andare quegli “amici” o quegli “amori” che tali non erano e saperci circondare solo di quelle poche persone che ci vogliono davvero e che davvero meritano le nostre attenzioni e la nostra presenza. E presenza è sicuramente un concetto chiave di queste considerazioni. Vivere in presenza. O meglio vivere nel presente. Sbarazzandosi dell’ingombrante bagaglio del passato e delle aspettative ansiogene del futuro. E ci tengo a sottolineare che non ho fatto citazioni dal libro né ho riguardato le pagine con le frasi che più mi hanno colpita, perché ho preferito affidarmi alla memoria, così come consiglia Romagnoli.
E di Romagnoli invece non voglio proprio disfarmi, quindi continuerò imperterrita a leggere i suoi libri. Magari chissà, troverò il coraggio di buttarli dopo averli letti, ma di sicuro mi resteranno nel cuore e nella memoria.
Au revoir, mes amis ;-)