Translate

Visualizzazione post con etichetta cozy fantasy. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cozy fantasy. Mostra tutti i post

domenica 17 maggio 2026

La Casa sul Mare Celeste di TJ Klune

Dopo aver letto il romanticissimo Sotto la Porta dei Sussurri, a distanza di un anno si è deciso, in uno dei gruppi di lettura che frequento, di riprendere il nostro amato TJ Klune e leggere il romanzo che gli ha regalato una fama mondiale, ovvero La Casa sul Mare Celeste.
Il protagonista di questa storia è Linus Baker, un assistente sociale che lavora per il DIMAM, il Dipartimento della Magia Minorile, e il suo compito consiste nell’accertarsi  delle buone condizioni degli orfanotrofi in cui crescono i bambini magici, assicurarsi “che i bambini stiano bene […], controllare che ci si occupi di loro. Delle loro necessità. E che siano protetti, da loro stessi e dagli altri.” (p. 60). Per dirla con le sue parole, Linus si occupa “esclusivamente del benessere dei bambini, nient’altro” (p. 12). 
Il Signor Baker, che da subito mostra un’empatia non richiesta dal suo incarico, e non comune tra i colleghi, non sembra però occuparsi del proprio benessere, dato che l’unica vacanza che si concede è rimirare “il tappetino del mouse, con sopra la fotografia sbiadita di una spiaggia bianca e del mare più azzurro del mondo” con sopra la scritta “NON VORRESTI ESSERE QUI?” (p. 19).

Questa frase, “non vorresti essere qui?”, diventa un Leitmotiv dell’intera narrazione, ricordandoci che dovremmo in effetti stare dove realmente vorremmo essere. D’altra parte, come puntualizza la piccola Talia citando le parole di Arthur Parnassus, “dobbiamo dedicare del tempo anche alle cose che ci piacciono […] altrimenti rischiamo di dimenticare come si fa a essere felici.” (p. 107).

Parnassus, altro elemento chiave della storia, gestisce un particolare orfanotrofio sull’isola di Marsyas, che da tempo ha attirato l’attenzione del DIMAM. Linus sarà incaricato di controllare, verificare, indagare. Ma nello svolgere questo suo compito segretissimo, si renderà conto che la verità potrebbe essere ben diversa da quel comodo grigiore che spesso ci ostiniamo a perseguire.
Ciò che davvero ho apprezzato è il modo in cui si affronta il tema del diverso. Nella società attuale in cui troppi fanno a gara per mostrare quanto sono bravi ad accogliere la diversità, qui se ne parla invece senza falsa ipocrisia. È infatti normale rimanere spiazzati di fronte a ciò che non conosciamo, ma anziché restare sulle proprie posizioni scettiche, è doveroso provare a capire l’altro, che inizialmente potrebbe spaventarci, per poi arrivare invece ad amarlo profondamente. Uno scetticismo iniziale non può considerarsi una colpa: il problema sta nel non voler nemmeno provare a cambiare i nostri schemi mentali. “Trovo che la nostra percezione delle cose subisca l’influenza di quanto ci è stato insegnato. Fin da quando siamo bambini ci viene detto che il mondo è fatto in un certo modo, e ci sono delle regole.” (p. 235). “Il cambiamento avviene quando lo si desidera abbastanza intensamente.” (p. 276). Proprio così.
Sebbene i temi affrontati non siano propriamente leggeri, la narrazione scorre veloce e ogni cosa viene trattata con la giusta delicatezza. Lo stile è molto cinematografico: in alcuni momenti ci sembra quasi di essere dentro la storia e di vedere le scene dal vivo. Gli spunti di riflessione sono davvero tanti, ma non mancano anche molti momenti di comicità e altrettanti di pura tenerezza.

Sia in questo libro che in Sotto la Porta dei Sussuri, Klune racconta l’omosessualità con una naturalezza per nulla scontata, nemmeno ai giorni nostri. Quello che da molti viene definito “diverso”, diventa qui  semplicemente “ordinario” (aggettivo per cui ringrazio due mie carissime amiche lettrici).

Vorrei tuttavia fare un appunto, in quanto c’è una frase ricorrente, “chi non denuncia è complice”, che dimostra il controllo ossessivo del governo sugli esseri magici; ma la stessa frase può in realtà avere un significato estremamente positivo, soprattutto nel nostro Paese, dove tutti conosciamo il significato di “omertà”: concetto talmente avulso alle altre culture, che spesso non hanno nemmeno una parola con cui esprimerlo (in inglese, ad esempio, viene tradotto con una perifrasi). A onor del vero, bisogna riconoscere che lo slogan va sicuramente contestualizzato in questa storia semi-distopica, e comunque nel testo originale suona diverso: “ if you see something, say something” (“se vedi qualcosa, dillo”). Il merito di aver colto questo cavillo va alla mia cuginetta cui nulla sfugge ;-)

Ma a parte questa puntualizzazione sulla traduzione, alcune frasi mi sono rimaste nel cuore:
- “Casa è il posto dove possiamo essere noi stessi”. (p. 108).
E soprattutto, la mia preferita in assoluto e che tanto mia aiuta a vivere meglio:
- “… il sole splendeva. Era una giornata talmente bella. Sarebbe stato un vero peccato rovinarla con le parole di un ignorante fanatico.” (p. 169).

Ebbene sì, sono già pronta a leggere il seguito :-D

PS: Arthur Parnassus fa ufficialmente parte delle mie crush 2026 ;-D

Au revoir, mes amis! :-D



martedì 12 maggio 2026

I libri di Kerry: L’enciclopedia delle fate di Emily Wilde

Da tanto desideravo di perdermi tra le pagine di L’enciclopedia delle fate di Emily Wilde 
di Heather Fawcett, e nonostante provassi tale desiderio da parecchio, questo cozy fantasy è riuscito comunque a superare di gran lunga le mie aspettative. 
Emily Wilde non è una ragazzina, bensì una ricercatrice dell’università di Cambridge, e il suo campo di ricerca è costituito dalle fate. Badate bene, il mondo di Emily è in tutto e per tutto uguale al nostro, tranne che per un particolare: nessuno mette in dubbio l’esistenza delle creature fatate. Dimenticatevi della fata turchina o della fata madrina, con i loro cappelli a punta, le lunghe vesti e un’espressione bonaria e condiscendente sempre stampata sul volto: qui si tratta invece delle fate del folklore, quelle di cui si dovrebbe aver paura se le si fa arrabbiare. 

E questi esseri fatati hanno un aspetto raccapricciante o una bellezza intera e meravigliosa, a seconda della specie di cui fanno parte. I tipi di fate sono infatti davvero moltissimi, e di loro si sa ancora ben poco. Motivo per cui Emily Wilde vuole essere la prima  a catalogarle e stilarne un enciclopedia. 
E come spesso mi sono ritrovata dire, parlandone con le mie amiche del caffè letterario I libri di Kerry, questo romanzo ha un taglio quasi scientifico, che personalmente non mi ha annoiata, ma anzi ho trovato interessante approfondire le mie conoscenze sulle creature magiche del folklore europeo.
La “driadologia”, ovvero lo studio delle creature fatate, sembra infatti essere una scienza vera e propria, e come tale viene vista per tutta la narrazione.

Emily è una donna intelligente e preparata, senza risultare, a mio avviso, mai pedante o troppo perfetta. La simpatia non è certo la sua caratteristica principale, sebbene non sia nemmeno antipatica; eppure è riuscita a farmi ridere più volte, con i suoi commenti onesti e diretti, ma mai pronunciati ad alta voce per buona educazione, come quando ripete, per almeno tre volte, che i cibi e le bevande che assaggia a Ljosland sono buoni, ma dal sapore affumicato (p. 21-22). Oppure quando si domanda fra sé: “ perché ogni volta che cerco di rimediare a una gaffe riesco sempre a fare di peggio?” (p. 226).


Ho amato la saggezza di questa meticolosa ricercatrice che sostiene di avere “pochissima pazienza quando si tratta di faccende domestiche […] Una casa è solo un tetto sulla testa.” (p. 31). E come non essere d’accordo con lei quando confessa di apprezzare le persone schiette? “La schiettezza elimina il lavoro di interpretazione delle conversazioni”, (p. 44). Allo stesso modo ho adorato la sua descrizione della prevedibilità del suo ex Leopold: “Non capisco perché alla gente dovrebbe dare fastidio: è molto rilassante sapere cosa stanno per fare gli altri.” (p. 257).

Credetemi: ho veramente vissuto la lettura di questo libro come una boccata di aria fresca.
Infine vi svelo un mio personalissimo segreto: sono anch’io rimasta, come tutti, super affascinata dal suo unico amico, Wendell Bambleby, i cui occhi “non sono veramente neri, ma del verde di una foresta al crepuscolo”, (p. 75), e che se ne esce con frasi adorabilmente ciniche, quali: “Quest’assurdità della filantropia potrebbe cominciare a piacermi.” (p. 252). 
Brambleby è uno degli svariati motivi per cui vale la pena leggere questo particolarissimo trattato… pardon!, romanzo.

Una cosa (utile? forse addirittura preziosa?) che ho imparato leggendo questo libro: le creature fatate sono estremamente volubili, e “sono tutte mancine, senza eccezioni” (p. 32).

Au revoir, mes amis! :-D