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martedì 12 maggio 2026

I libri di Kerry: L’enciclopedia delle fate di Emily Wilde

Da tanto desideravo di perdermi tra le pagine di L’enciclopedia delle fate di Emily Wilde 
di Heather Fawcett, e nonostante provassi tale desiderio da parecchio, questo cozy fantasy è riuscito comunque a superare di gran lunga le mie aspettative. 
Emily Wilde non è una ragazzina, bensì una ricercatrice dell’università di Cambridge, e il suo campo di ricerca è costituito dalle fate. Badate bene, il mondo di Emily è in tutto e per tutto uguale al nostro, tranne che per un particolare: nessuno mette in dubbio l’esistenza delle creature fatate. Dimenticatevi della fata turchina o della fata madrina, con i loro cappelli a punta, le lunghe vesti e un’espressione bonaria e condiscendente sempre stampata sul volto: qui si tratta invece delle fate del folklore, quelle di cui si dovrebbe aver paura se le si fa arrabbiare. 

E questi esseri fatati hanno un aspetto raccapricciante o una bellezza intera e meravigliosa, a seconda della specie di cui fanno parte. I tipi di fate sono infatti davvero moltissimi, e di loro si sa ancora ben poco. Motivo per cui Emily Wilde vuole essere la prima  a catalogarle e stilarne un enciclopedia. 
E come spesso mi sono ritrovata dire, parlandone con le mie amiche del caffè letterario I libri di Kerry, questo romanzo ha un taglio quasi scientifico, che personalmente non mi ha annoiata, ma anzi ho trovato interessante approfondire le mie conoscenze sulle creature magiche del folklore europeo.
La “driadologia”, ovvero lo studio delle creature fatate, sembra infatti essere una scienza vera e propria, e come tale viene vista per tutta la narrazione.

Emily è una donna intelligente e preparata, senza risultare, a mio avviso, mai pedante o troppo perfetta. La simpatia non è certo la sua caratteristica principale, sebbene non sia nemmeno antipatica; eppure è riuscita a farmi ridere più volte, con i suoi commenti onesti e diretti, ma mai pronunciati ad alta voce per buona educazione, come quando ripete, per almeno tre volte, che i cibi e le bevande che assaggia a Ljosland sono buoni, ma dal sapore affumicato (p. 21-22). Oppure quando si domanda fra sé: “ perché ogni volta che cerco di rimediare a una gaffe riesco sempre a fare di peggio?” (p. 226).


Ho amato la saggezza di questa meticolosa ricercatrice che sostiene di avere “pochissima pazienza quando si tratta di faccende domestiche […] Una casa è solo un tetto sulla testa.” (p. 31). E come non essere d’accordo con lei quando confessa di apprezzare le persone schiette? “La schiettezza elimina il lavoro di interpretazione delle conversazioni”, (p. 44). Allo stesso modo ho adorato la sua descrizione della prevedibilità del suo ex Leopold: “Non capisco perché alla gente dovrebbe dare fastidio: è molto rilassante sapere cosa stanno per fare gli altri.” (p. 257).

Credetemi: ho veramente vissuto la lettura di questo libro come una boccata di aria fresca.
Infine vi svelo un mio personalissimo segreto: sono anch’io rimasta, come tutti, super affascinata dal suo unico amico, Wendell Bambleby, i cui occhi “non sono veramente neri, ma del verde di una foresta al crepuscolo”, (p. 75), e che se ne esce con frasi adorabilmente ciniche, quali: “Quest’assurdità della filantropia potrebbe cominciare a piacermi.” (p. 252). 
Brambleby è uno degli svariati motivi per cui vale la pena leggere questo particolarissimo trattato… pardon!, romanzo.

Una cosa (utile? forse addirittura preziosa?) che ho imparato leggendo questo libro: le creature fatate sono estremamente volubili, e “sono tutte mancine, senza eccezioni” (p. 32).

Au revoir, mes amis! :-D








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