Che cosa si intende davvero con il termine “dignità”?
La dignità è un concetto astratto e non facilmente definibile. Se pensiamo alla dignità, infatti, troveremo che le accezioni che ne diamo, con le relative sfumature, sono tra le più disparate, a seconda del contesto in cui la poniamo.
Per Mr Stevens, protagonista indiscusso nonché narratore di Quel che resta del giorno scritto dal premio Nobel Kazuo Ishiguro, la dignità è ciò che “distingue un ‘grande’ maggiordomo” (p. 127) dai maggiordomi che posseggono solamente delle ottime competenze nello svolgimento dei loro incarichi.
Il concetto di dignità risulta così fondamentale in questo romanzo, da comparire subito dopo il prologo per poi divenire una presenza costante e di un certo peso nel corso dell’intera narrazione.
“Si usa dire a volte che i maggiordomi esistono davvero solamente in Inghilterra. Altri paesi, quale che sia il termine effettivamente usato per definirli, hanno unicamente dei domestici. Io sarei propenso a credere che ciò sia vero. Gli europei non sono in grado di fare i maggiordomi, perché come razza non sanno mantenere quel controllo emotivo del quale soltanto la razza inglese è capace. Coloro che vivono sul Continente […] sono di regola in capaci di controllarsi in momenti di forte emozione, e dunque risultano inadatti a mantenere una condotta professionale altro che nelle situazioni meno impegnative. […] In una parola, la ‘dignità’ è qualcosa che trascende simili personaggi. Da questo punto di vista noi inglesi godiamo di un importante vantaggio nei confronti degli stranieri, ed è per questa ragione che ogni qualvolta si pensa ad un grande maggiordomo, costui deve, quasi per definizione, essere inglese.” (p. 50).
Questa riflessione di Mr Stevens rende evidente che l’essere maggiordomo viene da lui inteso non come una semplice professione, ma anzi come una vocazione. Ritiene infatti di far parte di “[…] una generazione di idealisti per i quali la questione non era semplicemente quella di stabilire con quanta abilità si sapessero mettere in pratica le proprie competenze, bensì a qual fine lo si facesse; ciascuno di noi nutriva il desiderio di offrire il suo piccolo contributo, la creazione di un mondo migliore” (p. 130).
Le considerazioni di Mr Stevens saranno così tante dal finire con l’assomigliare a delle vere e proprie elucubrazioni: “ Ma che senso vi è nel continuare all’infinito a far congetture su che cosa avrebbe potuto accadere se tale o tal’altro momento si fosse risolto in maniera diversa? In questo modo, forse, si può condurre se stessi alla follia.” (p. 198). Trovo quest’ultima frase particolarmente preziosa in quanto, personalmente, mi sono trovata spesso a pensare e pensare, decisamente più del dovuto.
Ma tornando alle dissertazioni sulla dignità, qualità auspicabile per chiunque voglia diventare un grande maggiordomo, noteremo che la percezione che Mr Stevens ha del ruolo che riveste condizionerà profondamente il suo modo di rapportarsi agli altri e di conseguenza anche la sua sfera privata. Si impegnerà quindi al massimo per stare al passo con i toni scherzosi del suo attuale datore di lavoro, Mr Farraday, un americano gioviale incline a fare sovente battute di spirito; non si porrà domande sulla condotta parecchio discutibile del suo precedente datore di lavoro; si troverà in difficoltà a gestire sia il rapporto con la governante della tenuta in cui lavora, sia quello con il padre.
D’altra parte, un “maggiordomo di un qualche valore deve vedersi come appartenere al ruolo che ricopre, totalmente e completamente; non lo si deve vedere metter da parte quel ruolo ad un certo momento, per tornare ad indossarlo di nuovo il momento successivo quasi non fosse niente altro che un costume da pantomima.” (p. 187).
Immaginate quindi la dedizione che un uomo come Mr Stevens mette nel portare a termine in maniera eccellente ogni compito di cui si sente personalmente responsabile. E la domanda che sorge spontanea nel lettore è: davvero esistono professioni per cui è necessario sacrificare a tal punto la propria vita?
Riuscirà infine il nostro caro Mr Stevens a dismettere i panni di maggiordomo? Leggete questo capolavoro indiscusso della letteratura moderna e lo scoprirete.
Post Scriptum: avete mai visto il film del 1993 con Anthony Hopkins ed Emma Thompson? O avete intenzione di guardarlo? Ecco, sebbene questa pellicola di James Ivory sia assolutamente perfetta ed estremamente fedele al libro, porrà però l’accento della scelta di vita di Mr Stevens su un aspetto che nel romanzo non ho colto. Libera interpretazione? Se vi capita di leggere questo libro e subito dopo guardare il film, come ho fatto io, fatemi saper cosa ne pensate :-)
Secondo Post Scriptum:
quando a marzo di quest’anno ho comprato questo libro, stavo leggendo La briscola in cinque di Marco Malvaldi, e guarda caso ad un certo punto si vede il suo protagonista leggere proprio Quel che resta del giorno, di cui dice: “bel libro ma leggetelo in un periodo in cui siete allegri altrimenti vi gettate sotto un tram” (p. 120). E no, non sono d’accordo: è una storia sofferta, ma scritta con la tipica delicatezza di questo meraviglioso autore che sempre sa leggere nel profondo dei nostri cuori.
Au revoir, mes amis! :-)





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