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domenica 31 marzo 2024

Lo squalificato di Dazai Osamu


Il dolore che si prova leggendo queste pagine è incommensurabile. Un disagio, una stretta al cuore, un pugno allo stomaco reiterato. Ho dovuto intervallarne la lettura con una serie di racconti decisamente più ameni, perché in certi momenti non riuscivo a sopportare tutto questo malessere e mi sentivo affaticata. È un romanzo brevissimo, ma denso di avvenimenti e di riflessioni che rattristano, perché anche a noi lettori sono spesso sorti pensieri di questo tipo, quali la sfiducia nel prossimo e nell’intera società. Fortunatamente nella mia vita non ho incontrato molte persone come Oba Yozo, io narrante di questa “autobiografia”, nonché evidente alter ego dello stesso Dazai. Ma non nascondo che mi sono successi episodi imbarazzanti simili a quelli del protagonista, che mi hanno segnata a vita, e che io stessa mi sono ritrovata, fin da ragazzina, nella condizione di trasformarmi in buffone, o come mi è sempre piaciuto pensare, in giullare di corte, per nascondere la mia timidezza e la mia asocialità, di cui tanto mi vergognavo. Ed è proprio la vergogna il leitmotiv che porta Yozo a diventare “un essere umano squalificato. In effetti, ormai non ero neanche più un essere umano”. Questo annichilimento cominciato fin dalla più tenera infanzia, lo porterà in un mondo torbido, un mondo fatto, a suo stesso dire, di alcol, fumo, prostitute, banco dei pegni e idee di estrema sinistra: “un miscuglio ben strano, ma questi sono i fatti”. Un uomo spaventato sì dalla società, ma anche dalla felicità. Un uomo che distrugge, o meglio, sporca tutto ciò che tocca. Un uomo che affascina, quasi perseguitato da stuoli di donne, pur non facendo nulla per conquistarle, e anzi, quasi evitandole. Un uomo incapace di dire “no”, ai famigliari, agli amici, alle amanti (che lo diventano persino quando non le vuole): ed in questa incapacità a dire “no” mi ci sono riconosciuta davvero tanto. 
La lampante conclusione a cui alla fine giunge Yozo è che tutto passa, “banalmente, tutto passa”. 
Non possiamo che dargli ragione.
E fin da subito ho odiato il padre di questo ragazzino incompreso, per cui sarebbe bastato un minimo di interesse e di affetto in più, e sarebbe cresciuto diversamente, senza aborrire il lusso da cui proveniva, per poi vergognarsi e sentirsi in colpa per aver disprezzato la fortuna che aveva. Ma mi hanno infine consolata le parole di madame, che sembra avermi letta nel pensiero (o forse è il contrario): “la colpa è tutta di suo padre, […] Lo Yozo che noi tutti conoscevamo era sincero e sensibile, se solo non beveva… Anzi, anche quando beveva era buono come un angelo”.
Ora, appena finito di leggere, ho il cuore a pezzi, eppure sto già pensando di leggere molte altre storie di questo maestro della letteratura giapponese. Perché sì, lui si rifugiava nell’abuso di alcol e sostanze, io preferisco nascondere la faccia nei libri, sorseggiando una tisana o un ginseng. E voi, se anche voi fate parte della immensa schiera di persone terrorizzate dal mondo, che metodo utilizzate per sfuggirgli? Scrivetemi in privato o qui sotto nei commenti :-D
Au revoir, mes amis! ;-) 










martedì 26 marzo 2024

Non lasciarmi di Kazuo Ishiguro



Mi piacciono i romanzi scritti in prima persona. Ci si identifica facilmente con i pensieri del protagonista che spesso, chissà perché, sono anche i nostri. È stato semplice capire alla perfezione i sentimenti di Kath, personaggio principale di Non lasciarmi. Credo che chiunque potrebbe immedesimarsi nei suoi detti e non detti, nel suo sentirsi mortalmente ferita da banalissime frasi pronunciate nel modo sbagliato, e che, a ripensarci più tardi, a freddo, ci si accorge che non erano poi così offensive. La bravura di Ishiguro nel dipingere caratteri così profondamente umani è notevole. Aveva ragione la mia collega ed amica a consigliarmi di leggere i suoi romanzi, per la delicatezza con cui tratta argomenti per niente facili, come la sofferenza che aleggia soprattutto in alcuni reparti ospedalieri, o il sesso, che potrebbe risultare imbarazzante sia vissuto da ragazzini e sia, perché no, molte volte anche da adulti. Eppure, nonostante la mia eccessiva empatia verso ciò che vedo nei film, leggo nei libri e persino quando ascolto le notizie del telegiornale, sono riuscita a non piangere (a parte, ebbene sì, lo ammetto, un unico frangente in tutto il libro) e, a discapito della mia educazione da ragazza per bene degli anni Ottanta, non sono rimasta minimamente infastidita dalle volte in cui si parla apertamente di sesso e di come lo affrontino gli studenti di questo misterioso istituto. E tutto questo è merito, come vi dicevo, della delicatezza dell’autore.
Fin dalla prima pagina c’è però qualcosa che non torna: Kath è un’assistente che si prende cura di “donatori”, che non sembrano essere in gran forma. Chi sono questi donatori? E perché lei se ne occupa prendendosi così a cuore le loro situazioni? Ishiguro ci tiene col fiato sospeso ad ogni pagina. Si vuole andare avanti per saperne sempre di più, per capire cosa sta succedendo. Sembra tutto così strano… 
Kath ci parla di sé, della sua vita, delle sue esperienze, dividendo la storia in tre parti: la sua spensierata infanzia nella scuola di Hailsham; la sua adolescenza con i normali turbamenti dell’età, turbamenti non solo sessuali o amorosi, ma vissuti nei più svariati ambiti; la vita da adulta, con il suo lavoro e la sua solitudine interiore.
Tutti noi abbiamo provato almeno una volta ciò che ha sofferto Kath: ad esempio il vedersi sminuiti dall’amico/a che ci ritorce contro le confidenze che gli/le abbiamo fatto solo per autoincensarsi e sentirsi migliore di noi, e che ci fa sentire sbagliati solo perché talvolta siamo preda delle nostre emozioni o perché proviamo pulsioni più che naturali per un essere umano. Fortunatamente però, anche nelle nostre vite reali, così come in questo romanzo, capita poi d’incontrare anche chi ci spiega che invece è tutto normale (“Immagino che succeda a tutti, e dovrebbero ammetterlo con se stessi, se fossero onesti. Non penso che ci sia niente di diverso in te…”). Grazie Ishiguro, che attraverso Kath ci insegni che non abbiamo nulla di cui vergognarci, anche se ci assalgono piccoli pensieri di vendetta, che tanto non attueremmo mai. 
È ammirevole la resilienza, almeno per gran parte del racconto, di due personaggi principali che non lottano contro il destino, ma lo accettano abbastanza serenamente. Ma proprio in virtù del fatto che questo autore sa rappresentare così bene le sfumature dell’animo umano, non mancheranno i momenti di rammarico per ciò che non si è fatto o si è fatto troppo tardi. E chi di noi non li ha mai avuti? Fortunatamente non mi appartengono molto, mi capitano ovviamente, ma so tirarmene fuori in fretta, e mi piacerebbe dire a questi studenti una frase di Blade Runner che tanto mi è cara (lo so, non perdo occasione di citarlo :-):
“ I didn’t know how long we had together… who does?” (Non sapevo quanto tempo ci restasse da passare insieme…ma del resto chi lo sa?)
Se avete visto Blade Runner o se leggerete Non lasciarmi, immagino capirete.
A proposito di film! Sono curiosissima di vedere il film con Carey Mulligan, Keira Knightley e Andrew Garfield che hanno tratto da questo meraviglioso libro.
E con questa chicca nonché indiscutibile perla di saggezza tratta da Blade Runner, vi saluto e vi do appuntamento alla prossima recensione :-)
Au revoir, mes amis! ;-)





giovedì 14 marzo 2024

Cronache marziane di Ray Bradbury

Se penso a Cronache marziane, penso ad una lunga poesia che mi ha incantata fin dalle primissime righe: episodi sparsi, tenuti insieme da un unico filo conduttore, ovvero il mito di Marte, scritti con un linguaggio estremamente aulico, ricco di immagini suggestive, che spesso quasi commuovono. Marte è il pianeta rosso per eccellenza, ma in questi racconti si fa riferimento a vari colori, tra cui il bruno, il dorato, l’azzurro agata. Ed è per questo che guardando questa foto che ho scattato dalla finestra di casa mia, sogno il pianeta immaginato da Bradbury, che sicuramente non corrisponde alla realtà.


Non sarà facile scrivere questa recensione, ci sono così tante cose de dire che mi servirebbe lo spazio di un saggio accademico, e soprattutto vi toglierei il gusto della sorpresa che mi ha colto ad ogni pagina. 
Ho letto questo libro nella nuova edizione Mondadori del 2020, tradotta meravigliosamente da Veronica Raimo, con una puntualissima postfazione di Tristan Garcia, che in una manciata di pagine riesce a racchiudere l’essenza di questo viaggio interplanetario. Ma soprattutto in questa edizione è presente un’introduzione di Bradbury stesso che, pur non volendolo ostentare, non può far altro che mostrare il fascino e la simpatia che sicuramente caratterizzavano la sua persona. E così ci racconta che un grande scrittore visionario come Aldous Huxley lo aveva definito “poeta” ed aveva pienamente ragione, perché in queste Cronache marziane si respira poesia a pieni polmoni, e ad ogni pagina mi sentivo sempre più innamorata: di Marte, della civiltà marziana, dell’atmosfera magica del pianeta, di Ylla (il mio cuore si è spezzato insieme al suo e non ho nemmeno avuto la forza di piangere, ma solo voglia di rannicchiarmi con lo sguardo fisso nel vuoto), mi sono innamorata dell’idea del capitano Nathaniel York, dell’integrità e dell’intensa spiritualità di Spender (che tanto mi ha fatto soffrire), della genialità crudele di Stendahl che mi ha lasciata sgomenta e piena di orrore.
Bradbury era uomo di immensa cultura e in quest’opera cita persino dei famosissimi versi di una poesia di Ben Jonson (non lo si dice nelle note, quindi se non li riconoscete nel testo, chiedete a me ;-), fa più volte riferimento a Lord Byron, e a maestri quali Edgar Allan Poe, Lewis Carrol e Lovecraft. E se Ray Bradbury resta Ray Bradbury, non poteva mancare un episodio in cui si paventa, e ovviamente si condanna, una futura ed ipotetica censura (o peggio ancora distruzione) dei libri, soprattutto di quelli con soggetti fantasiosi, assolutamente distanti dalla realtà.
Questo libro mi ha riempito il cuore. Mi ha commossa, mi ha fatto riflettere, mi ha emozionata e spaventata.
Ma attenzione: non è un libro di fantascienza. È lo stesso Bradbury a precisarlo nell’introduzione. Cronache marziane parla di mito puro, di quei miti che ci facevano rimanere a bocca aperta e sognare per ore ed ore quando eravamo bambini.
Anche se l’autore non lo considerava un libro di fantascienza, una domanda mi sorge spontanea: Philip K. Dick l’aveva letto prima di scrivere il suo Ma gli androidi sognano pecore elettriche? Secondo me la risposta è sì…
Il mio consiglio? Lo sapete già: LEGGETELO e abbandonatevi totalmente a fantasticare sulla culla o sul futuro, o su entrambi, chissà, dell’umanità.
Au revoir, mes amis! ;-)





mercoledì 28 febbraio 2024

Il Racconto dell’Ancella

Elettrizzata. Commossa. Soddisfatta. Sono i tre aggettivi che mi balzano in mente ora che ho appena terminato I Testamenti di Margaret Atwood. 
I Testamenti è il seguito del Racconto dell’Ancella, un romanzo distopico che tratta però temi sempre attuali, come la sottomissione della donna e la progressiva perdita di dignità dell’essere umano nei regimi totalitari. 
Ho letto Il Racconto dell’Ancella tutto d’un fiato all’inizio di quest’anno e l’ho trovato illuminante: nel suo ipotizzare un futuro tipicamente orwelliano, mostra la natura umana per quella che realmente è, senza falsi tabù o pregiudizi, e ci spinge a guardarci dentro, rendendoci dei giudici un po’ meno severi di noi stessi. È una storia forte, a tratti decisamente cruda, raccontata da un’ancella, ovvero una donna utilizzata solo a scopi di procreazione, da comandanti le cui mogli sono risultate sterili. 
Le ancelle e quasi tutte le altre donne a Gilead non hanno il permesso di leggere o scrivere, persino le insegne dei negozi non hanno scritte, ma solo disegni. Ma soprattutto ogni donna deve vestirsi ed atteggiarsi in modo da non provocare gli uomini, che notoriamente s’infiammano alla sola vista di una caviglia…
Questo non è certamente il pensiero della Atwood, che persino nei ringraziamenti finali dei Testamenti, cita il suo compagno di vita, Graeme Gibson, suo “partner in tante strane e meravigliose avventure da quasi cinquant’anni”.
La Atwood non condanna né gli uomini né le donne, ma semmai la brama di potere che spinge alcuni esseri umani a comportarsi nei modi più biechi. Non condanna nemmeno chi si trova ad essere dalla parte dei carnefici, perché tutti hanno le loro motivazioni, come ad esempio la sopravvivenza e il non riuscire più a sopportare le torture più barbare e crudeli che si possono immaginare.
Non consiglierei questi libri a dei giovani lettori, che potrebbero sentirsi disturbati dai temi trattati, ma soprattutto perché non avrebbero ancora alle spalle un vissuto tale che li induca a guardarsi dentro con la dovuta profondità. Ammetto che il secondo libro, scritto circa trentacinque anni dopo Il Racconto d’Ancella, risulta più delicato. Ciò che mi ha entusiasmato è stato l’alternarsi di ben tre testimonianze, raccontate da tre donne con tre funzioni diverse a Gilead, testimonianze che sciolgono tutti i nodi del primo libro; in particolare mi ha colpito il mio simpatizzare con una tipologia di persona che non avevo assolutamente gradito nel Racconto dell’Ancella.
Un consiglio: se avete intenzione di guardare la serie tv con Elisabeth Moss, Joseph Fiennes, Yvonne Strahovski e Alexis Bledel, fatelo solo dopo aver letto i libri, perché già dalla prima puntata si spoilerano un paio di informazioni che si evincono solo alla fine del primo libro.
Entusiasta di questi due romanzi e pronta a leggerne molti altri della stessa autrice, vi saluto, dandovi il consueto appuntamento alla nostra prossima recensione.
Au revoir, mes amis! ;-)





sabato 17 febbraio 2024

Se solo fosse vero

 In questa settimana di San Valentino ho deciso di leggere qualcosa di romantico. Così ho optato per un libro che era nella mia libreria da quasi diciassette anni…
All’epoca avevo visto al cinema il film ispirato a

questo romanzo, con Reese Whiterspoon e Mark Ruffalo nei panni dei protagonisti, e mi era piaciuto molto.
Forse proprio perché conoscevo già la trama, avevo rimandato la lettura del libro. Ma adesso sentivo che era il momento di aprirlo. Confesso che leggerlo mi ha sorpresa, anche se non del tutto in positivo. Comincio subito col dire che è un libro gradevolissimo, molto grazioso, e lo stile è scorrevole, basti pensare che, nonostante io sia una lettrice piuttosto lenta, l’ho finito in quattro giorni in cui ho lavorato ad un ritmo serrato. Ciò che non mi è piaciuto particolarmente è stato l’insistere, a mio avviso, dell’autore sull’incredibile bellezza della protagonista, Lauren, che rende difficile l’identificarsi con lei. Mi spiego meglio, conosco molti begli uomini e molte belle donne, ma non credo di aver mai incontrato una top model. Lauren invece è talmente perfetta che, quando nelle primissime pagine ha un incidente con la sua Triumph, i medici ci mettono tutto il loro impegno per rianimarla, non solo perché è una collega, ma anche perché “è troppo bella per morire”…
Anche il protagonista maschile, Arthur, mi ha lasciata perplessa: un uomo che nella sua vita ha solo avuto donne che ha amato davvero, perfino nella pre adolescenza, e che  ha delle convinzioni talmente profonde sull'amore, che farebbe vergognare qualsiasi principe azzurro di non essere alla sua altezza, e al punto da risultare quasi assurdo e decisamente poco credibile. Inoltre l’autore tenta a tutti i costi di suggerire spunti di riflessione, scrive frasi volutamente commoventi, mette in bocca ai personaggi battute o crea situazioni non così comiche, in quanto volte solo alla ricerca della risata del lettore, rasentando la banalità. 
E nonostante tutto questo, l’ho letto velocemente. Perché la trama non segue affatto quella del film, anche se il film era stato ovviamente tratto da questo romanzo. E l’idea di questa storia è sicuramente originalissima, e ci si chiede perché soltanto Arthur sia in grado di vedere il fantasma di Lauren, perché proprio lui e nessun altro, e si corre tra le pagine, curiosi di capire cosa c’è dietro tutto questo (anche un personaggio che avrà una certa rilevanza verso la fine del libro, si mostrerà curioso), si legge in fretta, in frettissima, poiché niente risulta scontato in questa storia così inverosimile, ma dolcissima, e non si può far altro che sperare in un lieto fine. Ed è proprio verso gli ultimi capitoli che ho iniziato a sentirmi più in empatia con questo libro, grazie a qualcuno che, a posteriori, confessa di non essere stato affatto così perfetto come sembrava (se poi lo leggete, ditemi se avete capito di chi parlo), e grazie soprattutto ad una frase nelle ultimissime pagine, che mi ha infuso un’infinita tenerezza perché finalmente mi sono immedesimata: infatti in un istante ho rivisto la mia storia con l’uomo che amo, e un sorriso mi si è disegnato sulle labbra prima ancora che me ne rendessi conto (… “non stava più attento al suo comportamento, gustava ogni istante di cui era tessuto il loro amore”, p. 202). Ed ora vi confesso che sono persino curiosissima di leggere il seguito, che mi affretterò ad ordinare quanto prima.
Quindi sì, un libro con qualche pecca (che magari voi nemmeno noterete), ma direi che è il libro giusto da leggere a San Valentino o perlomeno quando si è innamorati o si ha voglia di esserlo. Fatemi sapere se lo leggerete e cosa ne pensate. 
Ci vediamo alla prossima recensione :-)
Au revoir, mes amis ;-)

domenica 11 febbraio 2024

Essere figlio di Oscar Wilde

Quando chiediamo, l’Universo risponde. E così è stato anche questa volta. Dopo essere rimasta orfana del colossale American Gods di Neil Gaiman, di cui ho scritto una recensione nel post precedente, cercavo un libro totalmente diverso, che mi aiutasse a sbarazzarmi di tutto lo stress accumulato recentemente e che mi ricordasse soprattutto quanto sia giusto e doveroso ringraziare per tutta la bellezza che ci circonda.
Così al giovedì sera frugo tra i libri della mia libreria, ma nulla mi convince davvero. Al venerdì mattina incontro la mia collega - amica per il nostro solito caffè e mi chiede: “ti piacciono le biografie?”, sì, certo, è la mia risposta.

E con un gran sorriso mi porge un libro su Oscar Wilde (uno dei quattro autori su cui ho fatto la tesi di laurea, e per chi non lo sapesse, ricordo che insegno letteratura inglese al liceo): “è per te!”. Un regalo fatto così, senza alcuna ricorrenza, solo perché sa che leggere mi rilassa e che adoro Wilde. Che dolce! Mi si allarga il cuore, inizio a leggerlo subitissimo, …ed era proprio il libro che cercavo. 
Essere Figlio di Oscar Wilde - il Grande Scrittore e la sua Famiglia nel Racconto Inedito del Secondogenito Vyvyan Holland - a cura di Merlin Holland è in realtà un’autobiografia di Vyvyan, più che una biografia su Oscar, presentata con un’introduzione sentita e toccante di Merlin, figlio di Vyvyan stesso e quindi nipote di Wilde.
Vyvyan descrive la sua tragica vita senza cercare la pietà di nessuno, la presenta esattamente così come è stata, ed è proprio per questo che risulta estremamente commovente. Varie volte, leggendolo, mi sono ritrovata con le lacrime agli occhi. Da ben più di trent’anni sono una grande appassionata delle opere di Oscar Wilde e del personaggio che dev’essere stato, eccentrico ed assolutamente amabile, infatti nel 1997 avevo addirittura visto al cinema il film Wilde; eppure non avevo realizzato quanto fosse stato doloroso per lui separarsi dai suoi figli, e non avevo capito quanto soprattutto loro avessero sofferto. All’epoca mi ero soffermata sull’umiliazione provata dalla moglie e sull’ingiustizia subita da Oscar. Ma ora che ho figli capisco. Proprio ultimamente mi è capitato di ripercorrere con i miei bambini i bei momenti vissuti insieme fino ad ora, i pomeriggi al cinema, le cene nei pub, le vacanze al mare e pure i pranzi sempre insieme durante il lockdown, che ora riusciamo a fare solo nei fine settimana. Quello che rende felice la nostra vita, ciò che ci fa sentire sempre al sicuro, ciò che possiamo semplicemente chiamare “casa” è in effetti lo stare insieme, anche in momenti difficili come appunto la primavera del 2020. Ed è questo stare insieme che è stato brutalmente strappato sia ad Oscar, sia soprattutto ai suoi figli, Cyrill e Vyvyan, che avevano diritto ad un’infanzia serena, come ogni bambino, ma che invece è stata loro negata dal 1895, anno in cui Wilde è stato arrestato. Da lì non l’hanno mai più rivisto. Da lì hanno perso irrimediabilmente il loro papà, ai loro occhi bellissimo, forte, gentile, dotato di una grande empatia, un vero gigante buono, sempre entusiasta di giocare con i suoi bambini e che per questo “si metteva a quattro zampe sul pavimento della cameretta e si trasformava una volta in un leone, un’altra volta in un lupo o ancora in un cavallo, senza curarsi del suo aspetto solitamente immacolato” (Essere figlio di Oscar Wilde, p. 66). Era un uomo ed un padre meraviglioso. E i suoi figli crescevano felici, fino a quando, dal 1895, Cyrill “non sorrise mai più” (p. 75) e Vyvyan difficilmente riuscì ancora a sentirsi a casa.
È un libro che fa riflettere. Cercavo un libro che mi ricordasse quanto sia giusto e doveroso ringraziare per tutta la bellezza che ci circonda. Nell’introduzione Merlin racconta che poco prima di morire, suo padre Vyvyan, finalmente guarito dalle ferite della sua infanzia, scrisse: “Quindi, data la mia buona salute, una bella casa piena di libri, la sicurezza di un buon pasto con la mia famiglia o con i miei amici, con chi mi cambierei? Quando mi sento depresso, conto le mie benedizioni una ad una e sento di essere un uomo felice, di non avere nulla da rimproverare al destino, che a volte mi ha quasi schiacciato, ma che alla fine mi ha lasciato, per così dire spiaggiato sulle rive del tempo nella calda luce del sole” (p. 16).
Grazie, Vyvyan, che ci ricordi quant’è bella la vita.
In fondo al libro si trovano inoltre le foto della famiglia Wilde, le lettere di Oscar ai suoi amici, alcuni poemi in prosa inediti, e persino le lettere di Bosie, l’amante di Oscar, nonché causa indiretta della sua rovina.
Un’attenzione particolare va rivolta anche all’edizione di questo libro, Profilo pubblico o profilo privato? - La Lepre edizioni, molto ben curata e corredata di un segnalibro da ritagliare.
Come al solito, non posso far altro che consigliarvi di leggere questo gioiellino, così lontano dalle mode attuali, ma che da subito riesce a porsi così vicino ai cuori dei lettori.
Ora vi saluto e ci vediamo alla prossima recensione.
Au revoir, mea amis! ;-)





mercoledì 31 gennaio 2024

American Gods di Neil Gaiman

Un viaggio: questo l’effetto che mi ha fatto leggere American Gods di Neil Gaiman.
Lo so, ogni volta che leggiamo un libro intraprendiamo un viaggio; un viaggio in terre ed epoche lontane, spesso ai confini dell’universo o in angoli remoti della psiche umana, 
ma American Gods è un viaggio vero e proprio, più di qualsiasi altro libro che abbia mai letto, un viaggio nei luoghi più disparati d’America, in cittadine dimenticate dal resto del mondo, in metropoli come Chicago, un viaggio nel nord più a nord della Terra, in Irlanda, in Scozia, in piccoli appartamenti fumosi nel cuore degli USA abitati da famiglie slave, un viaggio in Florida, nell’antico Egitto, nei sogni o incubi notturni che ci fanno dubitare della realtà in quanto tale e della nostra sanità mentale, un viaggio nel tempo dal 14.000 a.C. ai giorni nostri, un viaggio fino agli Inferi e ritorno, che ci porta a conoscere dèi vecchi e nuovi, un viaggio dentro noi stessi che ci lascia necessariamente cambiati e che sembra non finire mai.
Ammetto che all’inizio e andando avanti con la storia, non ero convintissima: troppi pugni allo stomaco, personaggi principali (tipo Wednesday che assolda il protagonista come guardia del corpo) troppo squallidi e che non si fanno scrupoli ad usare le arti magiche per soddisfare i propri impulsi sessuali con ragazzine minorenni, troppo sesso esplicito. Non è il tipo di libro che leggo normalmente. Ma non ho desistito, complici lo stile scorrevole di Neil Gaiman, la sua profonda conoscenza di civiltà antiche e di divinità di ogni cultura e religione, che condivide con noi lettori praticamente ad ogni pagina, e, perché no, complice soprattutto la presenza di Shadow, il protagonista.
Shadow è un ex galeotto, che ha passato tre anni in carcere a causa di una rapina, fatta solo per accontentare la moglie di cui è innamoratissimo. 
È grande e grosso, è bello e taciturno, il classico uomo che a prima vista non susciterebbe mai il mio interesse, eppure non ho potuto non affezionarmici. Shadow risulta da subito una persona pulita, colta, leale, con principi sani, contrario alle ingiustizie, buono, nonostante lo incontriamo per la prima volta proprio durante la sua permanenza in prigione. Ho immediatamente simpatizzato con lui, e alla fine del nostro viaggio insieme, mi sono ritrovata a considerarlo un buon amico.
Ciò che mi è piaciuto di questo libro è anche la grande quantità di colpi di scena che mi hanno lasciata con il fiato sospeso fino all’ultima pagina.
E dulcis in fundo, nei ringraziamenti finali Gaiman cita il mio amatissimo Terry Pratchett, oltre a ringraziare anche altre decine e decine di persone, cosa che ci fa capire quanto lavoro ed impegno ci siano dietro a un libro così imponente (si può dire di un libro? Non lo so, ma sicuramente rende l’idea), voluminoso e ben dettagliato.
Inoltre ho iniziato a guardare la prima stagione della serie TV prodotta dallo stesso Gaiman, che mi sembra davvero ben fatta e in cui trovo che gli attori che interpretano i personaggi siano davvero azzeccatissimi.
Vi lascio con una frase chiave di questo libro, che spero stuzzichi la vostra curiosità: “Nessun uomo può dirsi felice fino a quando non è morto”, - Erodoto.
Ora, soddisfatta al termine di questo lunghissimo viaggio di 760 pagine, e ringraziandovi nuovamente per avermi letta, vi saluto e ci rivediamo, spero, per la prossima recensione.
Au revoir, mea amis! ;-)