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sabato 25 giugno 2016

Consigli di bellezza: la sinergia degli oli cosmetici

Ragazze, questo post è soprattutto per voi. Oggi mi sento frivola e voglio tornare ad elargire i miei tanto amati consigli di bellezza. Partiamo dall'antefatto: ultimamente ho combinato un gran pasticcio alla mia pelle, che ormai è quasi del tutto risolto. Ho comprato delle gustosissime caramelle all'echinacea. Sulla scatola c'è scritto a caratteri cubitali di assumerne due o quattro al giorno. Ma sono così buone! Così rosa ed invitanti che ne mangiavo quattro per volta, dieci volte al giorno, tutti i giorni. Questa è una cosa che un soggetto allergico come me non dovrebbe fare MAI. Infatti i miei occhi hanno iniziato a lacrimare senza sosta e in viso mi si è sfogata prepotentemente un'odiosa dermatite a cui non ero più abituata. Disastro disastrorum! Ho subito smesso di mangiarle, ma ormai il danno era fatto. Assumere per via orale l'olio di borragine, as usual, non è stato sufficiente. Perché questo è il metodo migliore e più duraturo per combattere la dermatite, ma agisce su tempi lunghi; ed io non potevo certo permettermi di uscire con quella faccia. Così ho sperimentato la sinergia degli oli cosmetici. 
Al mattino, prima del trucco, davo una crema viso agli oli di Argan, Oenothera, Borragine e burro di Karité (Linea del Deserto - Crema Viso - Montherm Bio: euro 15,00 / 16,00), tutti alleati preziosissimi per la salute della pelle, soprattutto per chi, come me, soffre di dermatite atopica, o anche per chi semplicemente vuole mantenere la propria pelle giovane ed elastica più a lungo. 
Durante la giornata spalmavo all'occorrenza (ovvero quando il fastidio della dermatite si faceva più intenso), e solo nei punti critici, gocce di olio di Rosa Mosqueta, o di olio di Karité, o di olio di Mandorle, a seconda di come ero ispirata. Questi prodotti potete trovarli in erboristeria, farmacia, parafarmacia o al supermercato, di diverse marche e prezzi differenti. CONSIGLIO: non applicate mai nessun tipo di olio intorno agli occhi prima di uscire e soprattutto prima del trucco; dopo poche ore gli oli inizieranno a colare magicamente e se avete il mascara, l'eyeliner o quant'altro, potete facilmente immaginare il risultato...
Alla sera invece, dopo essermi struccata e prima di coricarmi, mi beavo spalmando sul viso olio di Argan del Marocco puro al 100% (dr. Organic - Organic Moroccan Argan Oil - Liquid Gold - 100% Pure Oil: euro 18,00 circa): quest'olio non soltanto dà un sollievo immediato ai disturbi della dermatite, ma rende la pelle decisamente più luminosa e delizia anche l'olfatto e la mente grazie al suo sottile profumo dal potere rilassante (non so se sia una cosa certificata, ma a me fa decisamente questo effetto: provare per credere).
Tutto questo trattamento era coadiuvato quotidianamente dall'assunzione per via orale di due capsule di olio di Borragine prima di colazione e due capsule di olio di Oenothera prima di cena. 
I risultati sono stati a dir poco sorprendenti. Ovviamente non ho smesso di usare questi prodotti oleosi, essendo io soggetta alla dermatite, ma li uso soltanto al mattino e alla sera. Vi consiglio di fare altrettanto, anche nel caso in cui non abbiate alcun problema dermatologico; e anzi, vi invito a provare anche altri oli efficacissimi, quali ad esempio l'olio di Cocco e l'olio di Fico. Scegliete quello che più vi aggrada e rendetelo il vostro inseparabile alleato di bellezza.
Au revoir, mes amis! ;-)


Alcuni dei prodotti da me utilizzati.


sabato 18 giugno 2016

L'auto-distruzione del serpente a tre teste

Partiamo in medias res: ve lo ricordate il mio post sui serpenti a tre teste? Bene, vi rinfresco la memoria, e per chi non l'avesse letto, vi invito a leggerlo prima di addentrarvi nei meandri di questo complesso articolo. Ed eccovi il link: la maledizione del serpente a tre teste. Questo articolo, scritto all'incirca un anno fa, descriveva questi serpentelli tricapiti quasi come dei vampiri, sempre pronti a succhiarci linfa vitale, consapevoli di esercitare su molti di noi un fascino a cui è quasi impossibile resistere. Concludevo poi il tutto con queste parole: "...non sperate di poterli sconfiggere, perché non hanno nessun punto debole". Ma davvero? Ne siamo ancora sicuri? Assolutamente NO. Il punto debole ce l'hanno eccome: annegano lentamente nel loro stesso veleno; distruggono la loro vita con le proprie mani, e sono totalmente incapaci di fermarsi, sebbene se ne rendano perfettamente conto. L'odore di marcio di cui parlavo un anno fa, che emanano costantemente e che io fiuto a distanza, è la putrefazione che essi stessi innescano, quasi ad auto-punirsi di tutte le loro malefatte. Sarebbe quasi normale gioire di questa loro auto-distruzione dopo il male che ci hanno fatto; ma personalmente non ci riesco mai. Li vedo soffrire terribilmente, e poi di colpo riprendersi, come se la flagellazione che si impongono non li avesse scalfitti minimamente. Ma non è vero. Dopo molti anni i risultati si vedono, soprattutto per chi li conosce bene, e questi risultati non sono mai confortanti. E perché non è facile gioire della loro sorte disperata? Perché sappiamo che non è tutta colpa loro se ci hanno ferito; siamo noi, proprio noi che ogni sera lasciamo le finestre aperte per far entrare tali vampiri. Perché ci piace farci sedurre e succhiare il sangue. Perché noi stessi non siamo del tutto tranquilli ed equilibrati: siamo degli irrisolti. Se così non fosse, non accoglieremmo i nostri aguzzini a braccia aperte. Ma c'è di più.
Pochi giorni fa un mio amico ha condiviso su un social network una citazione di Mark Twain, che mi ha fatto molto riflettere: "...chi prega per Satana? Chi in diciotto secoli ha avuto l'umanità di pregare per quel peccatore che più ne aveva bisogno...?" 

Non voglio passare qui per la satanista di turno, e non starò nemmeno a raccontarvi se seguo una fede religiosa (cristiana, musulmana, ebraica o quant'altro), se sono atea od agnostica. Però Twain ci fa notare che, mentre sulla carta quasi tutte le religioni, e spesso anche la moralità comune, ci invitano ad avere pietà per chiunque, specialmente per le persone all'apparenza peggiori, non è poi davvero quello che facciamo. Condannare senza appello Satana, senza neanche ascoltare la sua versione, stride parecchio con la carità cristiana che Gesù insegna nei Vangeli. Perché semmai, sono proprio i peccatori più grandi che maggiormente necessitano delle nostre preghiere (se siamo religiosi) e della nostra compassione. Quindi, se può essere sbagliato accanirsi su una figura tanto controversa quanto quella di Satana, come potremmo gioire della miseria e dell'infelicità degli "umanissimi" serpenti a tre teste?
E questi rettili che si insinuano tra noi e nelle nostre menti, sono davvero il male? Forse li incontriamo sul nostro cammino per uno scopo, ad esempio imparare una lezione. Per quel che mi riguarda, io cado sempre preda dei loro giochetti, rimango da sempre impigliata nella loro rete, ma ogni volta ne esco più forte e consapevole. E nonostante tutto non riesco proprio ad odiarli. Proprio in questo momento mi vengono in mente donne e uomini che conosco con tali fattezze. Alcuni di loro stanno invecchiando e sono irriconoscibili: senza più un briciolo del loro fascino ammaliatore, sono ormai lo spettro di quel che erano un tempo. Una sorta di ritratto imbruttito e tumefatto di Dorian Gray. 
Vi viene davvero così facile ridere di un spettacolo tanto triste? Io proprio non riesco. Non posso far altro che avere pietà della loro anima; e se l'anima non esiste, avrò compassione della loro miserabile vita. Non sperate di poterli aiutare: fiduciosi della loro presunta invincibilità, non vi lasceranno tender loro la mano, e sprofonderanno lentamente nella palude che si sono costruiti negli anni...
Au revoir, mes amis...

giovedì 21 aprile 2016

Words, words, words.

C'è qualcosa che si possa scrivere su Shakespeare che non sia già stato scritto? Sì. Ovvero ciò che io provo per lui: lo amo, da sempre, profondamente.
Perché mi accingo a scrivere questo articolo? Perché, per chi non lo sapesse, il 23 aprile 2016 è #Shakespeare400, il quattrocentesimo anniversario della morte del nostro caro William. Doveroso commemorarlo, soprattutto per una britgirl come me.
Nato nel 1564, vissuto a cavallo tra i regni di Elizabeth I e James I, e morto nel 1616, William Shakespeare è stato indubbiamente il più grande drammaturgo di tutti i tempi.
Sarò banale, ma se penso alle sue opere, le prime che mi vengono in mente sono le più classiche, quelle che anche i profani conoscono: Romeo and Juliet, Hamlet, Macbeth.
Quante volte i suoi drammi mi hanno fatto piangere? Ricordo quando dovevo preparare l'esame al primo anno di università: leggevo Romeo and Juliet, arrivavo sempre allo stesso punto ed ero costretta a fermarmi, interrotta nella mia lettura dalle lacrime che non volevano smettere di scendere: "thy lips are warm", le tue labbra sono ancora calde. Persino mentre sto scrivendo questo articolo piango. Juliet ha appena scoperto che Romeo è morto; senza esitazione cerca il veleno nella coppa che lui ha in mano. Ma lo ha bevuto tutto, non ne ha lasciato neanche una goccia per la sua amata. Allora lei lo rimprovera per il suo egoismo; lo bacia sulla bocca sperando vi sia rimasto almeno un poco di quel veleno letale. E capisce dalle sue labbra calde che Romeo è morto da pochi istanti. Destino infame! Ed ecco la potenza di Shakespeare nel creare emozioni. Ogni volta imploro Romeo di non suicidarsi perché Juliet si sta per svegliare. Ogni volta non mi capacito che questi due adolescenti muoiano a pochi attimi di distanza l'uno dell'altra e senza nemmeno sapere il perché. In ogni tragedia i protagonisti muoiono consapevoli di ciò che sta loro accadendo. Ma qui no. Romeo non sa che Juliet è in realtà viva. E Juliet non immagina neanche lontanamente la ragione per cui il suo amato ha compiuto quel gesto estremo. Ma non le importa. L'importante è seguirlo nel suo destino.
E quante volte i protagonisti dei drammi shakespeariani mi hanno fatto venire il nervoso? Hamlet, perché tratti male Ophelia solo per la tua sete di vendetta nei confronti di tuo zio? Macbeth, ma ti rendi conto di che razza di casino hai intavolato per avidità? Othello, ma ancora non hai capito che devi credere a quella santa donna di Desdemona che ti sopporta, e non a quel pazzo invidioso di Iago? Ma che avete tutti in quelle teste? Ed ecco che ogni volta mi fanno arrabbiare. Eppure non riesco a smettere di amarli, proprio Hamlet ad esempio, che si finge pazzo per i suoi scopi, ma che in realtà pazzo è davvero, e soffre; Macbeth e Lady Macbeth, malvagi, tremendi, eppur così pieni di amore e passione l'uno verso l'altra, che è quasi impossibile non restare affascinati dalla loro relazione.
Ma Shakespeare non è solo pianti e sofferenza. Shakespeare sa farci ridere di gusto: come accade seguendo i dispetti e i pasticci che combina il folletto Puck in A Midsummer Night's Dream; ma è anche capace di farci riflettere sull'antisemitismo di cui è vittima l'ebreo Shylock in The Merchant of Venice.
Una delle cose che più adoro nell'opera shakespeariana è l'attualità delle sue storie. Proprio così, questi drammi potrebbero essere ambientati in qualsiasi tempo perché i temi e i personaggi presenti in essi, con le loro sfaccettature, sono adattabilissimi ad ogni epoca, passata e futura. Vi sarà forse capitato di vedere Hamlet di Kenneth Branagh, che si svolge in uno scenario simil-ottocentesco; oppure Hamlet 2000, ambientato, come già suggerisce il titolo, nella New York contemporanea; o ancora Richard III, con Ian McKellen, che porta la storia negli anni Trenta del secolo scorso, in un'immaginaria Inghilterra nazi-fascista. Pare d'obbligo qui citare il famosissimo William Shakespeare's Romeo + Juliet di Baz Luhrmann, con Leonardo DiCaprio e Claire Danes, ambientato in una modernissima Verona Beach (probabile calco di Venice Beach), sebbene il finale non sia propriamente shakespeariano (e non me ne voglia Mr Luhrmann che è tra l'altro uno dei miei registi preferiti).
E che dire ancora della presenza di Shakespeare e del suo variegato universo in canzoni (da Bob Dylan ai Dire Straits) ed episodi di serie TV (tra cui i miei amatissimi Doctor Who, Star Trek e persino i Simpson)? Insomma, William Shakespeare è dovunque, impossibile che non lo conosciate, anche solo trasversalmente; e credetemi, è impossibile che non lo amiate.
C'è anche chi sostiene che non sia mai esistito, o che le sue opere siano addirittura state scritte dal suo eterno rivale Christopher Marlowe. Ma tutto questo è davvero importante? Trovate il tempo se possibile di guardarle a teatro, o di leggerle direttamente, o anche di vederle in qualche trasposizione cinematografica o televisiva. Sono sicura che vi appassioneranno, nel caso in cui non l'abbiano già fatto. E poi fatemi sapere. Mentre aspetto i vostri commenti, pubblici o privati, passerò il tempo guardando l'ultimo Macbeth, quello con Michael Fassbender, che ho acquistato giusto oggi in blu-ray. Così, tanto da bearmi per l'ennesima volta dei dialoghi e monologhi shakespeariani. E poi, come dicevo, c'è Fassbender: di già mi delizio anche gli occhietti...
PS: come al solito ho parlato tantissimo, spero non troppo, ma del resto in questo mio blog è normale leggere parole, parole, parole, "words, words, words", come diceva il mio amato Hamlet a quell'insulso e viscido di Polonius.
Au revoir, mes amis! ;-)

giovedì 4 febbraio 2016

Psycho is better than Stupid

C'è una sottile differenza tra gli psycho e i pazzi. Sottilissima. Ma che dico? C'è un abisso. Gli psycho (di cui il mio amato Dario è un splendido esemplare) sono dotati di un'intelligenza sopraffina, a volte quasi geniale; sono complicati, non sanno neanche loro cosa vogliono; narcisi, ma comunque pieni di insicurezze; affascinanti, ti intrappolano nella loro rete con naturalezza, giocando al gatto col topo; egocentrici, egoisti, sadici e masochisti, costantemente concentrati su se stessi, soffrono poiché incapaci di vivere tranquilli, e amano far soffrire chi sta loro intorno: questo li fa sentire potenti. Detto in due parole, ti fanno sbarellare, e si divertono pure. 
I semplici pazzi invece sono tutt'altra cosa. Più che farti sbarellare, sbarellano loro per primi in modo decisamente infantile; non sanno gestire alcun tipo di situazione e devono per questo ricorrere sempre all'aiuto della "mammina" di turno (che può essere la compagna così come la sorella); difficilmente sanno mettere due parole in fila e ti fanno sentire intelligente anche quando non lo sei; si buttano a capofitto in relazioni appena nate per poi scappare alla primissima e più insignificante difficoltà; e infine fanno dei ragionamenti da scimmie-cani tali da farci capire che provare a discorrere con loro anche su argomenti banali è una battaglia persa in partenza (prendo in prestito dal giornalista Paolo Barnard la metafora di "scimmia-cane" che rende bene l'idea di persone mediocri, assolutamente non desiderose di elevarsi intellettualmente e culturalmente).
Ci tengo a precisare che quando parlo di questi pazzi che si mostrano altresì stupidi e senza cultura, non faccio un discorso classista. Alcuni miei carissimi amici infatti, col solo diploma di terza media, fanno ragionamenti ben più maturi dei miei, incredibilmente ponderati e quasi filosofici; al contrario, ad esempio, il mio vicino di casa, pluri-laureato, insignito di riconoscimenti internazionali, a cui una sera spiegavo che non bevo birra perché seguo una dieta priva di glutine e lattosio, mi ha chiesto: "e nella birra c'è il glutine o il lattosio?". Di fronte ad una tale ingenua domanda, mi è venuto naturale rispondere: "il lattosio ovviamente: è infatti risaputo che la birra si ottiene mungendo le mucche". Mi chiedo ancora adesso se abbia colto la sottile ironia nella mia risposta. 
Non vorrei a questo punto sembrarvi saccente. Non è mia abitudine salire in cattedra. Forse solo alcuni di voi sapranno che nella birra, ricavata dai cereali, è presente il glutine. Ma se non lo sapevate, non è un problema. Io mi ritengo profondamente ignorante in moltissimi campi. Però mi chiedo: com'è possibile che un pluri-laureato in materie scientifiche, che si vanta ogni giorno boriosamente dei suoi titoli, non sappia in quali alimenti siano contenuti il glutine ed il lattosio? Se poi questa persona si mettesse anche ad avere comportamenti folli, ecco che il quadro del semplice pazzo è completo. Sia chiaro, un semplice pazzo, non certo un affascinante psycho.
Ammetto però che non sia assennato vantarsi di far parte della categoria degli psycho (termine che ho scelto in quanto viene utilizzato quotidianamente dal mio carissimo amico Cesare per definire la propria lucida follia). Ed essere innamorati di uno psycho è altrettanto deleterio che essere innamorati di un pazzo qualsiasi; però amare uno psycho è decisamente più divertente e stimolante. D'altra parte, a fronte delle esperienze che ho avuto ultimamente con partner, amici e colleghi, e alla luce di ciò che io stessa mi sento dire dagli altri, non posso far altro che urlare con fierezza: "Psycho is better than Stupid". 
Ed è con questa massima da me inventata che vi saluto.
Au revoir, mes amis! ;-)

venerdì 29 gennaio 2016

Buon viaggio su Marte, Duca Bianco.

L'Inghilterra ha pianto ultimamente, e noi con lei. Questo post arriva tardivo, mi sembrava che le parole che si stessero spendendo al proposito fossero già troppe, e che altre parole sarebbero risultate ridondanti. Ma adesso sono pronta a dire la mia, ora che il resto del web tace sull'argomento. Nel giro di due settimane e mezzo sono scomparsi tre fra i personaggi più celebri ed amati della recente storia inglese: in ordine cronologico, Lemmy dei Motorhead (24/12/1945 - 28/12/2015), David Bowie (08/01/1947 - 10/01/2016), Alan Rickman (21/02/1946 - 14/01/2016). Tutti e tre avevano più o meno la stessa età e se ne sono andati tutti in prossimità dei loro compleanni. E per lo stesso terribile motivo: il cancro. Inutile raccontare chi erano e cosa hanno fatto. Io non ho mai ascoltato i Motorhead, eppure ho sempre saputo chi fosse Lemmy Kilmister, con quegli strani baffi, i basettoni, i capelli lunghissimi e i cappelli da cowboy. Se mi veniva detto che il nome di un gatto, o addirittura di un bambino, era Lemmy, intuivo subito che era un omaggio a questo cantante dall'aspetto pazzo. E che dire di David Bowie? Le sue canzoni le conosciamo tutti, essendo anche sigle di telefilm e programmi televisivi. Incredibilmente eclettico, in tanti abbiamo amato le sue molteplici trasformazioni, da Ziggy Stardust al Duca Bianco. E pensare che quando ero poco più che bambina mi faceva paura: dicevo che aveva la faccia da serpente, con quella pelle incredibilmente liscia e quello sguardo da cattivo. No, non era la pupilla dilatata del suo occhio sinistro che mi spaventava; era proprio il suo sguardo, enigmatico, fascinoso e magnetico che mi terrorizzava, eppure al tempo stesso mi attirava. Non era solo un catante, ma anche un attore. Quando ero ragazzina avevo visto Absolute Beginners perché ero una grandissima fan di Patsy Kensit. E ricordo che Bowie in quel film, come anche nel video di Fame '90 (suo primo video che ho visto) mi spaventava e affascinava. E a proposito di attori, parliamo di Alan Rickman, o meglio, di Severus Snape di Harry Potter. Non si sarebbe potuto trovare nessuno più adatto alla parte. Ho comunque amato ogni sua interpretazione, dal Colonnello Brandon in Sense and Sensibility di Ang Lee a Harry in Love Actually, ma questa di Snape è stata a dir poco magistrale.
E così questi geni indiscussi del cinema e della musica ci lasciano. Noi li salutiamo, consci del fatto che l'immortalità se la sono guadagnati da tempo grazie alla loro meritatissima fama. Ma lasciatemi fare un saluto particolare all'uomo che ha cantato Life on Mars, canzone che da un anno e mezzo canto quasi quotidianamente insieme ai miei figli: buon viaggio su Marte, Duca Bianco.


giovedì 12 novembre 2015

Parla come mangi! - sociopatia

Mi accade spesso negli ultimi tempi di sentire termini forbiti utilizzati da diverse persone, probabilmente, per darsi un tono e per dimostrare di saper usare parole colte... che in realtà non sanno assolutamente usare. Questo sarà il primo, ma non l'unico post che farò a tale proposito. Ovvero, vorrei che imparassimo ad usare i termini corretti quando vanno usati, senza ricorrere ad una terminologia presa in prestito dalla psicologia e dalla criminologia, utilizzata in modo scorretto, solo perché l'abbiamo imparata guardando CSI MiamiSherlock o Hannibal (con tutto il rispetto per queste bellissime serie TV). Non vorrei peccare di superbia. Io non sono proprio capace di parlare bene. Sono la classica persona che, nonostante la laurea, dice cose del tipo: "devo dirti una roba; passami quell'affare", etc. (Con sommo dispiacere della mia mamma che ogni volta esclama: "ma perché ho speso i miei soldi per farti studiare?") Ma proprio perché non sono in grado di trovare sempre la parola giusta al momento giusto, preferisco "parlare come mangio", come si suol dire, anziché scomodare termini ricercati che finiscono per essere totalmente avulsi dal contesto. 
Oggi vi farò il primo esempio di ciò che intendo. Qualche giorno fa ero a casa del mio collega-amico Riccardo. Mentre stiamo lavorando ad un nuovo progetto, prendiamo a raccontarci i fatti nostri. Ricky mi confida di aver allontanato l'ennesima donna che ha provato ad instaurare un mezzo rapporto con lui: "vedi Kerry, non sono fatto per avere alcun tipo di legame amoroso o affettivo; io sono sociopatico". Sociopatico?? Subito dò un occhio veloce al frigo, sperando non ci siano resti di carne umana. Poi guardo furtivamente le pareti intorno a me per controllare se vi siano appesi strumenti di tortura a cui non avevo fatto caso entrando. Infine, con fare disinvolto, mi avvio verso la porta d'ingresso, invento una scusa banalissima, e scappo via come un fulmine. Ricky si è definito sociopatico! A parte che non credo che nessun sociopatico si definirebbe tale, ma ci rendiamo conto di cosa ha detto? Hannibal Lecter è un sociopatico. Il Joker di Batman è un sociopatico. Non so se mi spiego.
Cito qui di seguito i criteri secondo cui il DSM 4 (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) definisce un soggetto affetto dal disturbo antisociale di personalità, più comunemente chiamato "sociopatia":  1) incapacità di conformarsi alle norme sociali per quanto riguarda il comportamento legale, con ripetersi di condotte suscettibili di arresto;  2) disonestà: il soggetto mente, usa falsi nomi, truffa gli altri; 3) impulsività o incapacità di pianificare; 4) irritabilità e aggressività; 5) inosservanza della sicurezza propria e degli altri; 6) irresponsabilità: incapacità di far fronte a obblighi finanziari o di sostenere un'attività lavorativa con continuità; 7) mancanza di rimorso.
Ecco, con delle premesse del genere sarà chiaro che il sociopatico è quasi necessariamente un criminale. Forse sarebbe stato meglio se Ricky si fosse auto-definito "asociale", o meglio ancora nel suo caso, "misantropo". Misantropo mi piace molto. Sembra efficace in questo contesto. Abbiamo questo bel vocabolo, nato secoli fa (si pensi a Timone, il cinico ateniese vissuto nel V sec. A.C. e di cui Luciano di Samosata ne idealizzò la figura nel suo dialogo), avvalorato da testi teatrali di spicco (Molière per intenderci): usiamolo!, invece di riempirci la bocca con termini appartenenti agli studi di psicologia e psichiatria e di cui non conosciamo neanche l'effettivo significato. 
Spero di non essere risultata troppo pedante in questo mio sproloquio. Ma non avete idea di quanto mi risultino pedanti coloro che parlano solo per darsi delle arie. E di nuovo, non so se mi spiego. Au revoir, mes amis! ;-)

sabato 29 agosto 2015

Alone Again (Naturally)

Scrivo per rassicurare tutti i lettori che si sono amorevolmente preoccupati per me e che mi hanno scritto in privato per sapere se mi fossi già lanciata nel fiume tra le nutrie e le paperelle. No. Come vedete sono ancora viva, vegeta e bloggante. E non ho mai avuto la benché minima intenzione di affogare in un modo tanto ridicolo. È solo che mi piace fare uso di iperboli per enfatizzare i miei stati d'animo. Lo trovo divertente. Non so se avete mai avuto il piacere di ascoltare "Alone Again (Naturally)" di Gilbert O'Sullivan. C'è un pezzo in cui dice: "In a little while from now if I'm not feeling any less sour, I promise myself to treat myself and visit a nearby tower and climbing to the top will throw myself off".

Il senso è che, se il protagonista del testo di questa canzone non riuscirà a riprendersi velocemente dalle pene d'amore, si getterà da una torre. Non so voi, ma a me queste parole, sebbene molto tristi, hanno sempre fatto ridere. Perché chi vuole veramente suicidarsi per amore non lo dice. Purtroppo lo fa e basta. Chi lo dice invece, o vuole farsi compatire e attirare attenzioni su di sé, oppure vuole fare dell'ironia per sdrammatizzare ed esorcizzare più facilmente una situazione di per sé dolorosa. Io sono stata davvero malissimo per Gabri, e più di una volta purtroppo. Ma trovo che le tragedie d'amore abbiano spesso dei risvolti comici se guardate dall'esterno. Ho quindi immaginato di essere uno spettatore al di fuori della mia storia, l'ho guardata con altri occhi e mi è venuto da ridere pensando che si possa stare così male soltanto per amore. Quando i veri problemi della vita sono altri. Estraniarmi dalle situazioni che vivo è una tecnica che uso spesso e che consiglio a tutti voi perché permette di vedere le cose con maggiore lucidità e di inquadrarle nella giusta prospettiva. 
E poi volete sapere l'epilogo? Gabriele ed io siamo troppo intelligenti e pacifici per restare nemici giurati a vita. La nostra amicizia prosegue a gonfie vele. E vi svelo il mio trucco infallibile per vivere sereni: quando si vuole restare single (come me in questo momento), è decisamente comodo innamorarsi di qualcuno con cui non riusciamo ad avere una storia ufficiale. Così non si corre il rischio di ritrovarsi fidanzati e ci si gode appieno la tanto agognata libertà. Tradotto: non preoccupatevi per me, perché non solo non mi suicido, ma anzi, mi sto davvero divertendo.
Au revoir, mes amis! ;-)