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domenica 23 agosto 2026

Young Gothic di M.A. Bennett

Young Gothic di M.A. Bennett si presta ad essere letto nel periodo di Halloween o di Summerween (l’Halloween estivo che quest’anno pare aver spopolato anche qui in Italia).
Come suggerisce il titolo infatti è un romanzo gotico, quindi perfetto nei mesi autunnali, ma celebra in qualche modo il bicentenario della fatidica estate in cui Polidori, Byron e i coniugi Shelley diedero vita alle loro storie di mostri e fantasmi.
Ma facciamo un passo indietro. Se non v’intendete di letteratura inglese e/o gotica, sappiate che nel giugno del 1816 i poeti sopra citati, ovvero George Gordon Lord Byron, Percy Bisshe Shelley e sua moglie Mary, la di lei sorellastra e John Polidori, trascorsero insieme le vacanze estive a Villa Diodati, in Svizzera, sul lago di Ginevra. Il 1816 fu chiamato “anno senza estate” per via del freddo anomalo e delle ingenti piogge, dovuti a vari fattori, tra cui, in particolar modo, l’eruzione del vulcano Tambora in Indonesia, la cui potenza fu tale da oscurare il sole per un certo periodo. 
Annoiato dal maltempo e dalla conseguente scarsità di attività da fare all’aria aperta, Byron propose agli amici di intrattenersi vicendevolmente con storie di fantasmi. E fu così che nacquero Frankenstein or the Modern Prometheus di Mary Shelley e The Vampyre di Polidori.
Con queste premesse si apre il romanzo di M.A. Bennett: nel 2016 Herr Florian Necker, Presidente della Fondazione Diodati, decide di lanciare il programma Young Gothic e di riunire quindi quattro giovani creativi che vogliano ripercorrere le orme dei loro illustri predecessori.
Verranno scelti Eve (Gothic Girl), G the Poet, Hal Fraser e James Renfield. 
Scopriremo ben presto che ognuno di loro ha un passato turbolento e misterioso. 
I quattro ragazzi dovranno inoltre scendere a patti con i mostri da loro creati e che forse non vivono soltanto nelle loro fantasie più oscure.
In questo libro si usa un linguaggio talvolta volgare, si accenna ad aborti e abusi, come ci avverte il content warning iniziale. Eppure mi sento comunque di consigliarlo ad un pubblico di adolescenti, perché il tutto viene trattato con delicatezza, sebbene mai con leggerezza. Le svariate opere letterarie e i numerosi film di culto a cui si fa cenno, hanno sicuramente il pregio di voler avvicinare i ragazzi alla lettura dei classici e di provare a risvegliare la loro curiosità verso il cinema d’autore.
Unico neo: ho letto l’eBook in inglese, e ho trovato il linguaggio giovanile usato dai protagonisti troppo infarcito di espressioni gergali; vivo circondata dagli adolescenti, e per quanto li senta parlare talvolta diversamente da me e non sempre capisca i loro modi di dire, è pur vero che i loro discorsi colloquiali suonano decisamente meno forzati di quelli dei quattro protagonisti del romanzo.
Ma non fate come me:
non leggete l’eBook in inglese. Comprate invece, o fatevi regalare (molto meglio), la versione cartacea in italiano: l’edizione curata per DeAgostini dalla splendida Alessia Amati (già autrice di Le Falene di Ursula) è davvero incantevole. E non lo dico per dire: lo scorso ottobre, infatti, appena uscita, l’ho immediatamente acquistata come regalo di compleanno per una delle mie ‘migliorissime’ amiche. :-D
Au revoir, mes amis! ;-)


sabato 15 agosto 2026

Una zitella d’oro di Rebecca Quasi

Lo ammetto: ho comprato un libro per la copertina. 
E ho fatto stra benissimo!!!! Mai scelta casuale si è rivelata più azzeccata. 
Rebecca Quasi è un nome
che avevo già notato, che suscita curiosità e resta impresso; ed è lo pseudonimo di un’insegnante che scrive per diletto. E francamente le riesce splendidamente.
Una zitella d’oro, il suo primo romanzo edito da Mondadori, narra le controverse vicende di Cecily Higgins: “L’onorevole Miss Cecily Higgins voleva un marito, lo voleva con tutta se stessa a e si sarebbe accontentata di buon grado, visto che era ben consapevole di essere segnata da tutti e tre i limiti che impediscono di contrarre un buon matrimonio: non era ricca, non era bella e non apparteneva a una famiglia importante.”
L’incipit è bastato a farmi innamorare di questo romanzo e della sua autrice, che, con la sua sagace ironia, ha saputo costruire una storia plausibilissima, ambientata nell’Inghilterra vittoriana, che vede come protagonista una signorina piuttosto scialba.
La nostra povera Cecily dovrà fare i conti con una società fortemente maschilista, con l’anafettività dei suoi genitori e con gli scarsi mezzi della sua famiglia. Tirerà quindi fuori gli artigli, una sicurezza ed un carisma che le conferiranno un fascino inaspettato. Ma la sua brama d’indipendenza non ha calcolato che l’amore non concede sconti, né agli scapoli d’oro né tantomeno ad una convinta zitella d’oro come lei. Quando si troverà costretta ad ospitare l’infermo duca di Wessex, che anni prima le aveva chiesto un ballo, segnando inesorabilmente la sua sorte di zitella, vecchi batticuori dimenticati torneranno a farsi sentire con prepotenza.
Riuscirà la caparbia Cecily a resistere alle ‘avances’ di Sua Grazia? Tra un susseguirsi di risate ed emozioni contrastanti, ho divorato questo libro che mi ha tenuta con il fiato sospeso fino all’ultima pagina.
Va da sé che vi consiglio vivamente di leggerlo.
Au revoir, mes amis! :-)


La biblioteca di mezzanotte di Matt Haig

Il mio compagno mi ha ricordato più volte che, secondo Leibniz, viviamo nel migliore dei mondi possibili. Sposo in pieno questa teoria, poiché, se avessi fatto esperienze diverse, comprese quelle che mi hanno ferita, non sarei la persona che sono adesso e, avendo imparato a conoscermi e accettarmi, non vorrei essere diversa. 
Ma cosa succederebbe se avessimo
la possibilità di leggere il “libro dei nostri rimpianti” e cambiare le piccole decisioni che ci hanno condotto a scelte di vita in apparenza totalmente sbagliate? A Nora Seed viene offerta questa opportunità e non esita a coglierla. 
Si troverà quindi a saltare da una possibile Nora all’altra, vivendo vite che aveva immaginato da bambina così come esperienze che invece non aveva mai nemmeno contemplato.

Avete mai visto la vecchia serie televisiva Quantum Leap? A tratti me l’ha ricordata, anche se le finalità di Sam Beckett, personaggio principale della serie TV, e quelle di Nora Seed sono totalmente diverse.

Nora mi è piaciuta, così come il suo creatore. Le varie citazioni di filosofi, soprattutto quelle tratte dal pensiero di Henry David Thoreau, conferiscono un certo spessore al romanzo, nonostante il piglio fresco e dinamico. 
Vari personaggi acquistano o perdono d’importanza tra i vari capitoli: tutti hanno il loro perché e alcuni di loro sono riusciti a guadagnarsi la mia simpatia. 

In una carrellata di infiniti mondi possibili, mi sono sorpresa, divertita, commossa e messa in discussione. D’altra parte Nora Seed ama filosofeggiare e chi meglio di lei potrebbe indurci, con la sua delicatezza, a guardare dentro i nostri cuori? 
Quindi non posso che ringraziare la cara Nora e Matt Haig per questa perla che hanno voluto regalare al mondo.

Ho visto che c’è una sorta di seguito a questo libro, Il treno di mezzanotte, che però non sembra strettamente correlato al primo. Chissà se almeno si ritrovano alcuni dei personaggi che abbiamo già conosciuto. Curiosissima di leggere anche questo :-D
Au revoir, mes amis! :-)




martedì 11 agosto 2026

La maledizione delle sorelle Swan di Shea Ernshaw

La maledizione delle sorelle Swan è uno dei tanti libri a tema streghe che avevo comprato lo scorso Halloween. Si è però rivelata azzeccata
la mia scelta di leggerlo durante le vacanze al mare, perché il mare è un elemento fondamentale e decisamente presente (al punto da diventare quasi “prepotente”) nello svolgimento dell’intera narrazione. Il prologo s’intitola proprio Il Mare e racconta di tre giovani sorelle, Marguerite, Aurora e Hazel che nel 1822 approdarono a Sparrow, in Oregon. Giudicate troppo belle ed ammalianti dalla gente del posto, che riteneva innaturale e frutto di incantesimi sia il loro fascino sia la loro maestria nell’accalappiare gli uomini, furono accusate di stregoneria e condannate a morire annegate sul fondo dell’oceano. Ma la leggenda vuole che dall’anno seguente fino ad oggi, per le prime tre settimane di giugno, le sorelle tornino sulla terraferma, impossessandosi dei corpi di giovani fanciulle, e si vendichino, portandosi via le vite di ragazzi innocenti.
Penny conosce la leggenda e ne è spaventata, mentre i suoi compagni e le sue compagne di scuola si divertono a sfidare la sorte per dimostrare il proprio coraggio.
Questo è solo l’inizio della storia e ovviamente non vi anticipo nient’altro. Ammetto che quando mi sono accorta che la protagonista era un’adolescente chiusa in se stessa, pensavo che questo libro sarebbe stato forse più adatto a lettori ben più giovani di me. E invece la lettura mi ha assorbita completamente; il ritmo è serrato e fino all’ultima pagina sono rimasta con il fiato sospeso, chiedendomi come sarebbe andata a finire. 
Senza spoiler, vi confesso che il finale mi è parso davvero sorprendente. La bravura dell’autrice fa sì che chiudiamo il libro con un senso quasi di smarrimento che non ci permette di capire appieno il nostro stato d’animo.
In fondo al libro della raffinata edizione Heloola, troverete un QR code con un’intervista a Shea Ernshaw: l’autrice ha un modo di parlare calmo ed accattivante che mi ha ulteriormente conquistata, ma mi raccomando, guardate il video solo dopo aver concluso la lettura del romanzo.
Inoltre l’edizione Heloola fornisce anche, tra le ultime pagine, un kit per un eventuale club del libro, con domande che portano a parecchi spunti di riflessione.
Vi pongo infine un quesito che mi è sorto spontaneo: come mai, ultimamente leggo spesso di tre sorelle streghe? Avevo infatti già notato questo particolare lo scorso ottobre quando avevo letto la storia delle tre sorelle Quigley, The Crescent Moon Tearoom di Stacy Sivinski. Tre erano le sorelle Halliwell nella serie TV Streghe (Charmed), così come le sorelle di Hocus Pocus, e infine le protagoniste di Le streghe di Eastwick, che però non erano sorelle. Ma nel secolo scorso, non era necessariamente la regola. In Vita da Strega (Bewitched) Samantha aveva solo una cugina; Sabrina Spellman di Sabrina - Vita da Strega (Sabrina - The Teenage Witch) era figlia unica; e in Amori & Incantesimi (Practical Magic) le sorelle sono solo due.
È per caso ora diventato un cliché da cui non si può prescindere? Se qualcuno di voi conosce la risposta, gentilmente mi faccia sapere :-)
Au revoir, mes amis! ;-)


domenica 9 agosto 2026

La scatola delle lacrime di Han Kang

Non si prende un premio Nobel senza motivo. E Han Kang ne è la prova concreta. La scatola delle lacrime mi ha sorpresa fin da quando l’ho scorta in libreria, nella sezione dedicata ai ragazzi.
Mi è sembrato talmente strano che la stessa autrice di La vegetariana, Atti umani e L’ora di greco, avesse scritto qualcosa di adatto ai bambini. E così, incuriosita, ho deciso di regalarlo a mio figlio per la giornata internazionale del libro (23 aprile, in onore di Shakespeare e Cervantes). Ovviamente, appena lui ne ha terminato la lettura, gliel’ho chiesto in prestito. 

È stupefacente la versatilità di questa incredibile autrice che, dopo aver optato più volte per storie sofferte, ha voluto questa volta sorprenderci con una fiaba originale e meravigliosa.

Una bimba è stata da tutti soprannominata Lacrimona per il suo pianto facile; in realtà la bambina ha un animo estremamente sensibile e si commuove semplicemente della bellezza del mondo. Un bel giorno Lacrimona incontra un collezionista di lacrime, che le rivende, che viaggia con un uccellino, un bellissimo esemplare di Fischiatore blu, e che cerca una lacrima pura. 
I due inizieranno a viaggiare insieme alla ricerca di questa lacrima introvabile, e con loro impareremo che piangere è un diritto sacrosanto, di cui non dovremmo mai vergognarci, ma scopriremo anche che a volte sarà doveroso trattenere il pianto, e ci farà malissimo…

Han Kang eccelle anche in questo: nel creare fiabe dai toni poetici, che in poche pagine riescono a renderci decisamente più ricchi dentro.

Au revoir, mes amis! :-D

mercoledì 5 agosto 2026

Una ragazza d’altri tempi di Felicia Kingsley

Il romanzo di cui sto per parlarvi mi ha proprio trasmesso le sensazioni di cui ero alla ricerca durante le mie ferie super rilassanti. 
Una ragazza d’altri tempi di Felicia Kingsley
era esattamente ciò che mi aspettavo, e forse persino meglio: una storia intrigante, per niente scontata, con una protagonista divertente e, talvolta, anche un pochino buffa. 

Rebecca Sheridan, egittologa, ha “sempre avuto la sensazione di essere nata nell’epoca sbagliata” (p. 9); ma non è nell’antico Egitto il periodo in cui anela vivere, bensì durante la Reggenza inglese, come le eroine dei romanzi di cui è appassionata, create da penne quali Jane Austen, Georgette Heyer e Julia Quinn (già, proprio lei, l’autrice della serie Bridgerton).
Et voilà, come per magia, Rebecca si troverà improvvisamente ed inspiegabilmente catapultata nella upper class della Londra del 1816, subito dopo le guerre napoleoniche ed il Congresso di Vienna.

Si tratterà forse di un sogno, come in Alice nel Paese delle Meraviglie, o di un salto temporale come nelle migliori storie fantascientifiche? A voi scoprirlo. Ma, sinceramente, poco importa.

Rebecca avrà modo di constatare che l’Ottocento non è esattamente il periodo romanzato che siamo abituati a vedere nei film in costume: ci si lava meno di adesso, e i comfort dei nobili e dei ricchi non sono esattamente gli stessi a cui siamo abituati noi nel nostro secolo super igienizzato, iper tecnologico ed altamente informatizzato. 

Oltre a dover sostenere il trauma di essere slittata indietro di ben due secoli, Rebecca si troverà ad indagare su un omicidio che ferirà particolarmente la sua sensibilità, e non solo in quanto fatto di cronaca nera. Lei, che nel nostro tempo è così poco temeraria che nemmeno guida la macchina, nel passato non temerà nessuna sfida le si presenti davanti. 

Ciò che la sorprenderà ulteriormente sarà incontrare i personaggi della sua fantasia. Anche se di certo non era riuscita ad immaginare il personaggio migliore dell’intero racconto… Ma non posso dirvi altro o rovinerei l’effetto sorpresa.

Sicura che la nostra beniamina vi farà ridere di gusto come ha fatto con me, non posso che consigliarvi di leggerlo.
Il feliciaverso resta sempre una garanzia ;-)

Ed eccovi, a mio parere, il miglior scambio di battute all’interno del romanzo:
- “Sull’aspetto del duca non ho nulla da recriminare, sul suo modo di pensare, ahimè, sì”.
- “Oh, cara, che sciocchezze. Gli uomini non pensano!” (p. 389).
Non me ne vogliano i maschietti lettori del blog di Kerry ;-)

In fondo al libro troverete alcune curiosità che ci spiegano l’impegno solerte che ci ha messo la Kingsley nel creare una storia che funzionasse, non semplice da gestire, e quanto ci tenesse a fare un lavoro accurato.
Nei ringraziamenti finali c’è una menzione speciale per un’altra autrice che tanto amiamo: Alessia Gazzola :-)

Au revoir, mes amis! :-D

venerdì 31 luglio 2026

Quello che possiamo sapere di Ian McEwan

Ci sono libri che, mentre ne leggi il finale, ti strappano una risata leggera, ma subito dopo ti ritrovi con il viso rigato di lacrime di commozione, senza davvero sapere il motivo del tuo pianto.
Forse è solo l’immensa bellezza di questi libri a procurarci delle emozioni tanto contrastanti. Ed è ciò che mi è successo con Quello che possiamo sapere di Ian McEwan, ambientato nel 2119. L’autore ci racconta l’ossessione dello studioso Thomas Metcalfe per la Corona per Vivien di Francis Blundy, scritta pochi anni prima del fatidico lockdown e mai pubblicata.
Pare che questa corona, dedicata da Blundy alla moglie, fosse di una bellezza unica. Eppure il poeta decise di non pubblicarla, bensì di declamarne i vari sonetti durante la festa in onore di Vivien, in quanto suo regalo di compleanno per lei. Sebbene sembri, ahimè, non essere rimasta traccia alcuna di questi versi, Metcalfe non si arrende e continua a cercarli.
McEwan dà così voce alla letteratura, citando sia poeti illustri del passato quali Tennyson, Blake, Sylvia Plath, sia quelli di un ipotetico futuro prima del ‘Grande Disastro’; sottolineando la differenza fra la poesia, “antica quanto l’arte letteraria, forse quanto la parola stessa” (p. 63), e il romanzo, che altro non è se non “un modo per nobilitare l’arte del pettegolezzo.” (p. 64).
Trovano spazio anche i problemi ambientali e le relative conseguenze catastrofiche, che qui s’immagina abbiano portato a cambiamenti epocali, come la sparizione di grandi città o l’avvento di una nuova ed unica razza umana “color del miele, color dell’oro” (p. 195). Ciò che davvero ho apprezzato è il modo in cui l’autore si mette nei panni delle donne che, lungi dall’essere angelicate e meno che mai perfette, vengono descritte nella loro umanità, fatta di errori clamorosi così come di sbagli di poco conto. Ma è un’umanità fatta anche di rimpianti, di amori appena sbocciati oppure ormai finiti, e di amicizie complici. Gli uomini non ne escono affatto sconfitti: vittime anch’essi di una società maschilista, ne portano il peso schiacciante, nascondendolo dietro una maschera di falsa spavalderia, ed utilizzando, per loro comodo, ‘due pesi, due misure’ quando si parla, ad esempio, di tradimenti protratti da uomini o da donne.

A proposito degli amori finiti, mi ha in particolar modo colpita una considerazione fatta da Blundy in un suo componimento: “un amore o un matrimonio che si concludono somigliano alla vita. Bene fanno gli amanti a fermarsi prima dell’imbarazzante senilità. […] Ormai è troppo tardi per tornare indietro, quella vita è passata. Non resta loro che il rimpianto.” (p. 265). Pur non riconoscendomi in un pensiero tanto pessimista, non posso che ammirare l’audacia e l’onestà di un siffatto sillogismo. Nondimeno McEwan sa cogliere e descrivere la purezza di un amore che sta per nascere: “Con fare molto gentile, il mio ospite […] mi chiede di raccontargli di me.” (p. 271) e confesso che a questa frase mi sono sciolta, perché in fondo è vero che spesso sono i piccoli gesti pensati per noi che ci spingono ad innamorarci dell’altro.

Come anticipato, le donne rivestono un ruolo fondamentale nella storia, e si dà voce ai loro pensieri e a come riescono a vivere in un mondo che da secoli cerca di schiacciarle. Queste donne non sono forti, né ribelli, e non sono necessariamente delle eroine positive; vivono semplicemente la loro vita, ma spesso, contro il loro volere o per assuefazione ad un mondo prettamente maschilista, si vedono costrette a rinunciare ai propri sogni e ai propri amori. La musa che ha ispirato il capolavoro assoluto di Blundy è la stessa persona che mi ha rubato il cuore dal primo all’ultimo capitolo: “Vivien era di natura generosa, e amava far contenti gli altri.” (p. 7).  Vivien Greene mi è subito apparsa come una donna dolcissima, che tuttavia non risparmia giudizi impietosi farciti di una comica ironia: “tutta quella sicumera, la presunzione, la capacità di ripetersi la irritavano. Un uomo geniale, e un tale cretino.” (p. 41). 
Ma ci sono anche altre donne importanti, come ad esempio Rose, per cui, fin da subito, non sono riuscita a provare simpatia; ho amato tantissimo Rachel e Jane, due donne che camminano in punta di piedi per tutta la storia, eppure la loro innegabile forza interiore ha lasciato un segno evidente dentro di me. 

Ovviamente con un autore del calibro di McEwan gli spunti di riflessione sono innumerevoli e potenti; ad esempio, ci mostra che non basta evitare i social media per ottenere riservatezza, perché con l’avanzare della tecnologia sarà sempre più facile recuperare mail o messaggi telefonici: “abbiamo rubato al passato il diritto alla privacy.” (p. 22); ma anche così conosceremo ben poco i pensieri dei mittenti, poiché “è raro che una mail o un sms contengano riflessioni personali interessanti quanto quelle di una meditata lettera del diciannovesimo o del ventesimo secolo.” (p. 22). Le considerazioni ci sono anche su temi sempre attuali, come la gelosia retrospettiva (p. 136-137), o di recentissimo interesse, come l’IA (p. 140-141).
Pur non simpatizzando per il protagonista, ho sofferto insieme a lui, perché si appassiona ad un passato che non gli appartiene, ben più di quanto riesca a vivere il proprio presente: “A loro è dato potermi commuovere, toccarmi, ma non viceversa. La mia prolungata ricerca storica è una danza con persone sconosciute che ho finito per amare” (p. 34). D’altra parte, anche se spesso mi capita di sentire persone che si dichiarano infatuate dei protagonisti dei loro libri preferiti, provare affetto per gli autori che leggiamo è una sensazione comune anche a me e a molti altri lettori, esattamente come è successo a Holmes (che non conoscevo) con Robert Louis Stevenson (che io stessa amo come scrittore e come persona).

McEwan rivela inoltre i nostri pensieri più nascosti, quelle osservazioni che definiremmo “da buzzurri”,  che ci fanno vergognare mentre solo le pensiamo: “su di lui la poesia aveva un effetto deprimente. Come la musica classica. Il peso culturale e l’enfasi solenne lo opprimevano. Sospettava che la gente ne subisse il raffinato sopruso e si ritrovasse a fingere apprezzamento per non apparire incolta o idiota.” (p. 56).
Vi invito a prestare grande attenzione agli appunti di Francis Blundy sul concetto di perdita, maestosamente espresso, che troverete a p. 163-164.

Vi cito infine una definizione che ritengo non solo calzante per i protagonisti di questo meraviglioso romanzo, ma esplicativa per le sofferenze della condizione umana: “La nostra piccola banda di orbi. Che impresa, vederci chiaro in mezzo a tante emozioni.” (p. 190).
E mentre la storia volgeva al termine, ero già smaniosa di rileggere tutto daccapo per passare ancora un po’ di tempo con questi personaggi affascinanti, per conoscerli davvero e provare a capirli meglio :-) 

Consiglio: se non l’avete già fatto, evitate di leggere la quarta di copertina: rischiate di crearvi delle aspettative fuorvianti.

Au revoir, mes amis! ;-)

 

giovedì 16 luglio 2026

Storie della tua vita e altri racconti di Ted Chiang

Storie della tua vita e altri racconti di Ted Chiang è un libro assolutamente fuori dagli schemi. 
Viene catalogato come fantascienza, ma, se siete scettici sul genere, non pensate alle astronavi e ai robottoni. Questa è quella che io definisco “fantascienza filosofica”, perché ci invita a continuare a riflettere e a farci più domande di quante già ce ne poniamo. Le storie narrate sono otto e variano per argomento e per lunghezza: alcune sono lunghe tre pagine, altre più di sessanta. Si tratta della torre di Babele, di intelligenze sovrannaturali, di alieni, di golem, di catastrofi angeliche e di quanto la bellezza e l’apparenza possano risultare fuorvianti. Tra gli altri compare anche Storia della tua vita, da cui Denis Villeneuve ha tratto il film Arrival. La brevità dei racconti permette di arrivare al punto, trascinando il lettore in un climax sempre più ascendente, senza indugiare in un’attesa snervante. Affermare che i protagonisti di questi racconti siano dotati di una spiccata intelligenza, sarebbe riduttivo. Anche definirli ‘geniali’ non renderebbe giustizia alle loro facoltà.
Incappiamo quindi in individui che si ritrovano improvvisamente plusdotati, così come in matematici e linguisti che vedono ben oltre le scienze che studiano.
Eppure le loro incredibili facoltà non li salveranno da eventuali sofferenze. Ci sono momenti infatti in cui ci si accanisce così tanto a dimostrare l’impossibile da non vedere poi, o non voler vedere, l’ovvio davanti ai nostri occhi, come ad esempio un grande amore finito troppo presto.
Mi sono chiesta più volte, leggendo, quanto debba essersi documentato questo incredibile autore per padroneggiare con tanta maestria nozioni di ingegneria babilonese, informatica, matematica e linguistica. Ad esempio ho letto con entusiasmo Storia della tua vita, in cui la dottoressa Louise Banks fornisce spiegazioni estremamente accurate e che a me interessano al punto che ci sguazzo, tipo: “ con la dovuta pratica, potremmo arrivare a percepire la differenza fra i loro fonemi, ma è possibile che le nostre orecchie non riuscirebbero a cogliere distinzioni che loro considerano significative. […] l’unico modo per apprendere una lingua sconosciuta e interagire con un madrelingua”.  (p. 128)
Procedendo nella lettura, mi sono imbattuta in tantissime perle di saggezza, quelle piccole ed ovvie verità che, come ormai avrete capito, ogni volta di più mi illuminano d’immenso e mi aprono infinite porte verso altri mondi. Al solito, ve ne cito qualcuna: 
- “Yahweh potrebbe anche non punirci, ma potrebbe lasciare che ci si condanni per nostra mano.” (p. 33);
- parlando di una donna la quale, in un momento di depressione acuta, aveva cercato sostegno in un amico, anziché nella migliore amica: “La risposta era semplice: stava nella differenza tra la comprensione e l’empatia.” (p. 118);
- pensando ai figli: “Quello che penserò è che indubbiamente, per quanto trovi la cosa esasperante, tu non sei me. Mi ricorderà, una volta di più, che non puoi essere un mio clone. Puoi essere una meraviglia, una gioia quotidiana, ma non sarai mai qualcuno che ho creato a mia immagine.” (p. 144);
- riflettendo sui misteri della Fede: “sarebbe stato preferibile vivere in una favola dove i giusti venivano ricompensati e i peccatori puniti, piuttosto che in una realtà priva di giustizia.” (p. 279).
Ritengo decisamente attuale e pieno di spunti di riflessione l'ultimo racconto, Apprezzare ciò che vedi: un documentario: “Il problema sociale più profondo è il lookismo. Da decenni si parla con disinvoltura di razzismo e sessismo, ma c’è ancora una certa riluttanza a parlare di lookismo. Eppure, il pregiudizio nei confronti delle persone poco attraenti è sempre più dilagante. La gente lo esprime senza che qualcuno glielo abbia nemmeno inculcato, il che è già piuttosto grave, ma invece di combattere questa tendenza, la società moderna non fa che incoraggiarla.” (p. 298). Da qui la nascita di una nuova tecnologia, chiamata calliagnosia, che inibisce il riconoscimento della bellezza nei volti; eppure c’è chi non si trova d’accordo con questo nuovo strumento, in quanto “giudicare le persone in base al loro aspetto è sbagliato, ma questa specie di ‘cecità’ non è la risposta. La risposta è l’educazione.” (p. 309). 
Le note finali, una su ciascun racconto, chiudono il cerchio e rendono chiarissime le intenzioni dell’autore.
L’edizione Ne/oN, un imprint di Edizioni e/o, è davvero ben curata, come sempre; ho trovato particolarmente efficace la scelta di vocaboli della traduttrice Marinella Magrì.
Non credo di dover aggiungere altro per convincervi a comprare questo splendido libro :-)
Au revoir, mes amis! ;-D

martedì 30 giugno 2026

Miss Bee e il Principe d’Inverno di Alessia Gazzola

E rieccomi qui a scrivere della mia adorata Beatrice Bernabò, in arte Miss Bee :-) 
Se non avete ancora letto Miss Bee e il cadavere in biblioteca, evitate di leggere questa recensione.
SPOILER ALERT!!
In questo secondo episodio, l’adorabile detective in gonnella torna frizzante, esplosiva e un pochino più ammiccante.
Il suo flirtare è più intenso e divertente rispetto al primo libro.
I tipi con cui flirta risultano più simpatici di quel damerino biondiccio per cui, a mio parere, erano state spese troppe parole e troppe lacrime dalla dolcissima Miss Bernabò.
Ma per un bel biondo che se ne va, un altro ne arriva, decisamente più biondo (e slavato) e più bello: il principe d’inverno, per l’appunto; Miss Bee ha però ben altro (o qualcun altro) per la testa.

Questa seconda avventura ha inizio con Lady Millicent Carmichael che detta le sue memorie alla sua nuova segretaria, ovvero Beatrice. 
La raffinata zia di Julian, undicesimo visconte di Warthmore, si è subito accaparrata la mia simpatia con i suoi modi spicci e sicuri, e con commenti dell’autrice sul suo personaggio, quali, ad esempio: “Non apparteneva alla commiserevole schiera di quelle donne mature che si imbambolavano davanti ai bei ragazzi.” (p. 98). Confesso però che nel corso della narrazione il suo personaggio mi ha lasciata perplessa, e aspetto di leggere i prossimi volumi per inquadrarla meglio.

Va da sé che anche questa volta la nostra beniamina si troverà, suo malgrado, ad indagare su un nuovo crimine. Non mancheranno quindi i batticuori, provocati a turno da ansie e preoccupazioni, o da personaggi tanto affascinanti quanto misteriosi. 
E alla domanda della mia carissima amica che mi chiede se appartengo al “team Archer” o al “team Julian”, la mia risposta è che, per quel che mi riguarda, c’è anche un “team Octavia”; ma sono piuttosto convinta che esista solo il “team Bee”, perché Beatrice possiede uno spirito troppo indipendente per appartenere a qualcuno: insomma, li faccia ‘girare’ tutti e resti fedele soltanto a se stessa.
Vero è che i tratti caratteriali dei personaggi già presenti nel primo libro, sono qui meglio delineati, anche perché il lettore ci ha ormai preso confidenza e impara a conoscerli più approfonditamente. Mi sono quindi trovata a comprendere le ragioni di tutti loro e a struggermi ogni volta che leggevo delle loro sofferenze.

Alessia Gazzola si dimostra, ancora
una volta, una vera maestra del genere giallo-rosa, oggigiorno noto come cozy crime. Scrive benissimo e sa creare storie interessanti e coinvolgenti; la sua prosa elegante ha un tocco leggero, tuttavia non sfocia mai nel banale; ricca di termini forbiti e citazioni dotte, è un mix perfetto, adatto ai lettori di ogni età.

Estremamente facile affezionarsi a Miss Bee, determinata, sveglia e che cela l’insicurezza data dalla sua brutta cicatrice sotto la coltre di un’apparente disinvoltura.
Ed è altrettanto facile affezionarsi ad Alessia Gazzola, di cui voglio leggere tutti i romanzi e che sogno di incontrare dal vivo, prima o poi :-)
Smanio dalla voglia di leggere il terzo e quarto volume di questa accattivante serie, in attesa che la nostra strepitosa eroina torni ad emozionarci nella sua quinta avventura, la cui uscita è prevista per novembre 2026.

Au revoir, mes amis! ;-)




domenica 21 giugno 2026

I libri di Kerry: In libreria con Sergio Badino

Al nostro caffè letterario I libri di Kerry, gli appuntamenti in libreria con l’autore piacciono parecchio e potrebbero diventare una tradizione.
Giovedì 4 giugno abbiamo avuto il piacere e l’onore di dialogare con l’autore genovese Sergio Badino, già noto ad alcuni come sceneggiatore di Topolino e Martin Mystère.
Sergio Badino è nel mondo dell’editoria da venticinque anni: “è stato un inizio emozionante
per me, e la prosecuzione è altrettanto emozionante, perché da lettore onnivoro, e anche da lettore di fumetti Disney, approdare dall’altra parte è stato - mi ripeto - emozionante”. Con questa presentazione di sé, il nostro autore ci trasmette il proprio entusiasmo, che dopo così tanti anni non sembra minimamente scemato.

Sergio, a cui non piace mai stare fermo, sia in quanto curioso per carattere, sia perché ritiene che, nel mondo in cui lavora, lo stare fermi potrebbe portare ad inaridirsi, dopo aver iniziato a lavorare a ventidue anni alla Disney, ha cominciato ad ampliare il proprio raggio; è quindi passato alla Bonelli, casa editrice di fumetti che pubblica Tex e Dylan Dog. In particolare, Sergio si è accasato con il personaggio di Martin Mystère che è uno dei fumetti più longevi della Bonelli, pubblicato dal 1982 senza interruzioni.
Per chi non lo conoscesse, Martin Mystère è il ‘detective dell’impossibile’, “una sorta di Alberto Angela” -  come ci spiega lo stesso Badino; “di mestiere fa il divulgatore televisivo, solo che, trattandosi di un personaggio di finzione, le sue avventure vanno un po’ oltre la semplice puntata in TV.” Sergio è stato anche amico del creatore di questo fumetto, Alfredo Castelli, purtroppo scomparso nel 2024, e la sua guida l’ha molto ispirato.

Parallelamente ha lavorato anche nel mondo dell’animazione, collaborando con altri sceneggiatori a serie quali Mostri & pirati.

La sua essenza così eclettica l’ha infine portato anche a scrivere romanzi, ma per farsi strada era fondamentale trovarsi un agente. E pare evidente che il nostro Sergio ci sia riuscito con ottimi risultati.

Il nostro ospite ha risposto in modo esaustivo,
e soprattutto appassionato e coinvolgente, a tutte le domande che a turno noi lettori gli abbiamo posto: cosa l’ha spinto a diventare uno sceneggiatore di fumetti e quale iter ha seguito in questa sua avventura; come è passato poi all’essere un autore di romanzi; quanto del suo lavoro di sceneggiatore ci ha messo nello scrivere Mille Papaveri Rossi; quali libri lo hanno segnato particolarmente.
Sergio ci ha così raccontato davvero molto di sé, partendo dalla sua infanzia e dalle letture che lo hanno appassionato, non solo i fumetti, ma anche i racconti di Sherlock Holmes, Lo strano caso del Dottor Jekyll e del Signor Hyde, e soprattutto La luna e i falò di Cesare Pavese, particolarmente caro a Sergio, in quanto le descrizioni delle Langhe gli ricordavano in qualche modo i luoghi del Monferrato in cui trascorreva ogni estate da bambino.

Badino confessa che il suo lavoro di sceneggiatore è stato prezioso quando ha iniziato a scrivere romanzi, poiché lo sceneggiatore deve scrivere in modo non opprimente, bisogna essere sintetici, ovvero dire tutto, ma con poche parole, così che il regista visualizzi la scena senza sentirsi oppresso. La sua professione è stata quindi un vantaggio nel passare alla narrativa; in sostanza, la sceneggiatura insegna la sintesi che nella scrittura si rivela estremamente utile. L’arte della sceneggiatura aiuta ad evitare le troppe e lunghe descrizioni: lo scrittore dà lo spunto e poi il lettore immagina da sé. 
“Da lettore mi piace quando mi fanno entrare nella storia attraverso i cinque sensi”, ed è proprio per questo che il nostro autore utilizza uno stile molto ‘visivo’, evitando quindi una scrittura pesante e prolissa. 
Inoltre prova anche ad immedesimarsi nei personaggi che racconta: per scrivere ciò che dicono, pensa proprio a come parlerebbero.

Dulcis in fundo, gli ho chiesto di parlarmi del suo ultimo romanzo, scritto insieme a Sergio Rossi, ovvero Sotto il segno dell’atomo, che racconta la storia di Enrico Fermi e dei ragazzi di via Panisperna. Badino si è interessato in special modo alla parte storica e alla parte etica della scienza, in quanto, in un momento storico piuttosto particolare, il loro mondo di scoperte e di esperimenti era ancora molto distante da applicazioni come quelle belliche.
E, amici miei, cosa ve lo dico a fare?
Con queste meravigliose premesse e con la grande simpatia dimostrata da Sergio per tutta la durata della nostra ‘intervista’, non soltanto gli ho chiesto di autografare la mia copia di Mille Papaveri Rossi, ma ho ovviamente acquistato anche Sotto il segno dell’atomo, che mi ha altrettanto gentilmente autografato.

Grazie, Sergio, per averci dedicato il tuo tempo e per averci fatto trascorrere un pomeriggio davvero piacevolissimo. 
Ci auguriamo vivamente di poter replicare con te quanto prima :-)

Au revoir, mes amis! :-D




mercoledì 27 maggio 2026

Quel che resta del giorno di Kazuo Ishiguro

Che cosa si intende davvero con il termine “dignità”? 
La dignità è un concetto astratto e non facilmente definibile.
Se pensiamo alla dignità, infatti, troveremo che le accezioni che ne diamo, con le relative sfumature, sono tra le più disparate, a seconda del contesto in cui la poniamo.
Per Mr Stevens, protagonista indiscusso nonché narratore di Quel che resta del giorno scritto dal premio Nobel Kazuo Ishiguro, la dignità è ciò che “distingue un ‘grande’ maggiordomo” (p. 127) dai maggiordomi che posseggono solamente delle ottime competenze nello svolgimento dei loro incarichi. 
Il concetto di dignità risulta così fondamentale in questo romanzo, da comparire subito dopo il prologo per poi divenire una presenza costante e di un certo peso nel corso dell’intera narrazione.
“Si usa dire a volte che i maggiordomi esistono davvero solamente in Inghilterra. Altri paesi, quale che sia il termine effettivamente usato per definirli, hanno unicamente dei domestici. Io sarei propenso a credere che ciò sia vero. Gli europei non sono in grado di fare i maggiordomi, perché come razza non sanno mantenere quel controllo emotivo del quale soltanto la razza inglese è capace. Coloro che vivono sul Continente […] sono di regola in capaci di controllarsi in momenti di forte emozione, e dunque risultano inadatti a mantenere una condotta professionale altro che nelle situazioni meno impegnative. […] In una parola, la ‘dignità’ è qualcosa che trascende simili personaggi. Da questo punto di vista noi inglesi godiamo di un importante vantaggio nei confronti degli stranieri, ed è per questa ragione che ogni qualvolta si pensa ad un grande maggiordomo, costui deve, quasi per definizione, essere inglese.” (p. 50). 
Questa riflessione di Mr Stevens rende evidente che l’essere maggiordomo viene da lui inteso non come una semplice professione, ma anzi come una vocazione. Ritiene infatti di far parte di “[…] una generazione di idealisti per i quali la questione non era semplicemente quella di stabilire con quanta abilità si sapessero mettere in pratica le proprie competenze, bensì a qual fine lo si facesse; ciascuno di noi nutriva il desiderio di offrire il suo piccolo contributo, la creazione di un mondo migliore” (p. 130).
Le considerazioni di Mr Stevens saranno così tante dal finire con l’assomigliare a delle vere e proprie elucubrazioni: “ Ma che senso vi è nel continuare all’infinito a far congetture su che cosa avrebbe potuto accadere se tale o tal’altro momento si fosse risolto in maniera diversa? In questo modo, forse, si può condurre se stessi alla follia.” (p. 198). Trovo quest’ultima frase particolarmente preziosa in quanto, personalmente, mi sono trovata spesso a pensare e pensare, decisamente più del dovuto.
Ma tornando alle dissertazioni sulla dignità, qualità auspicabile per chiunque voglia diventare un grande maggiordomo, noteremo che la percezione che Mr Stevens ha del ruolo che riveste condizionerà profondamente il suo modo di rapportarsi agli altri e di conseguenza anche la sua sfera privata. Si impegnerà quindi al massimo per stare al passo con i toni scherzosi del suo attuale datore di lavoro, Mr Farraday, un americano gioviale incline a fare sovente battute di spirito; non si porrà domande sulla condotta parecchio discutibile del suo precedente datore di lavoro; si troverà in difficoltà a gestire sia il rapporto con la governante della tenuta in cui lavora, sia quello con il padre. 
D’altra parte, un “maggiordomo di un qualche valore deve vedersi come appartenere al ruolo che ricopre, totalmente e completamente; non lo si deve vedere metter da parte quel ruolo ad un certo momento, per tornare ad indossarlo di nuovo il momento successivo quasi non fosse niente altro che un costume da  pantomima.” (p. 187). 
Immaginate quindi la dedizione che un uomo come Mr Stevens mette nel portare a termine in maniera eccellente ogni compito di cui si sente personalmente responsabile. E la domanda che sorge spontanea nel lettore è: davvero esistono professioni per cui è necessario sacrificare a tal punto la propria vita? 

Riuscirà infine il nostro caro Mr Stevens a dismettere i panni di maggiordomo? Leggete questo capolavoro indiscusso della letteratura moderna e lo scoprirete.

Post Scriptum: avete mai visto il film del 1993 con Anthony Hopkins ed Emma Thompson? O avete intenzione di guardarlo? Ecco, sebbene questa pellicola di James Ivory sia assolutamente perfetta ed estremamente fedele al libro, porrà però l’accento della scelta di vita di Mr Stevens su un aspetto che nel romanzo non ho colto. Libera interpretazione? Se vi capita di leggere questo libro e subito dopo guardare il film, come ho fatto io, fatemi saper cosa ne pensate :-)

Secondo Post Scriptum:
quando a marzo di quest’anno ho comprato questo libro, stavo leggendo La briscola in cinque di Marco Malvaldi, e guarda caso ad un certo punto si vede il suo protagonista leggere proprio Quel che resta del giorno, di cui dice: “bel libro ma leggetelo in un periodo in cui siete allegri altrimenti vi gettate sotto un tram” (p. 120). E no, non sono d’accordo: è una storia sofferta, ma scritta con la tipica delicatezza di questo meraviglioso autore che sempre sa leggere nel profondo dei nostri cuori.

Au revoir, mes amis! :-)

domenica 17 maggio 2026

La Casa sul Mare Celeste di TJ Klune

Dopo aver letto il romanticissimo Sotto la Porta dei Sussurri, a distanza di un anno si è deciso, in uno dei gruppi di lettura che frequento, di riprendere il nostro amato TJ Klune e leggere il romanzo che gli ha regalato una fama mondiale, ovvero La Casa sul Mare Celeste.
Il protagonista di questa storia è Linus Baker, un assistente sociale che lavora per il DIMAM, il Dipartimento della Magia Minorile, e il suo compito consiste nell’accertarsi  delle buone condizioni degli orfanotrofi in cui crescono i bambini magici, assicurarsi “che i bambini stiano bene […], controllare che ci si occupi di loro. Delle loro necessità. E che siano protetti, da loro stessi e dagli altri.” (p. 60). Per dirla con le sue parole, Linus si occupa “esclusivamente del benessere dei bambini, nient’altro” (p. 12). 
Il Signor Baker, che da subito mostra un’empatia non richiesta dal suo incarico, e non comune tra i colleghi, non sembra però occuparsi del proprio benessere, dato che l’unica vacanza che si concede è rimirare “il tappetino del mouse, con sopra la fotografia sbiadita di una spiaggia bianca e del mare più azzurro del mondo” con sopra la scritta “NON VORRESTI ESSERE QUI?” (p. 19).

Questa frase, “non vorresti essere qui?”, diventa un Leitmotiv dell’intera narrazione, ricordandoci che dovremmo in effetti stare dove realmente vorremmo essere. D’altra parte, come puntualizza la piccola Talia citando le parole di Arthur Parnassus, “dobbiamo dedicare del tempo anche alle cose che ci piacciono […] altrimenti rischiamo di dimenticare come si fa a essere felici.” (p. 107).

Parnassus, altro elemento chiave della storia, gestisce un particolare orfanotrofio sull’isola di Marsyas, che da tempo ha attirato l’attenzione del DIMAM. Linus sarà incaricato di controllare, verificare, indagare. Ma nello svolgere questo suo compito segretissimo, si renderà conto che la verità potrebbe essere ben diversa da quel comodo grigiore che spesso ci ostiniamo a perseguire.
Ciò che davvero ho apprezzato è il modo in cui si affronta il tema del diverso. Nella società attuale in cui troppi fanno a gara per mostrare quanto sono bravi ad accogliere la diversità, qui se ne parla invece senza falsa ipocrisia. È infatti normale rimanere spiazzati di fronte a ciò che non conosciamo, ma anziché restare sulle proprie posizioni scettiche, è doveroso provare a capire l’altro, che inizialmente potrebbe spaventarci, per poi arrivare invece ad amarlo profondamente. Uno scetticismo iniziale non può considerarsi una colpa: il problema sta nel non voler nemmeno provare a cambiare i nostri schemi mentali. “Trovo che la nostra percezione delle cose subisca l’influenza di quanto ci è stato insegnato. Fin da quando siamo bambini ci viene detto che il mondo è fatto in un certo modo, e ci sono delle regole.” (p. 235). “Il cambiamento avviene quando lo si desidera abbastanza intensamente.” (p. 276). Proprio così.
Sebbene i temi affrontati non siano propriamente leggeri, la narrazione scorre veloce e ogni cosa viene trattata con la giusta delicatezza. Lo stile è molto cinematografico: in alcuni momenti ci sembra quasi di essere dentro la storia e di vedere le scene dal vivo. Gli spunti di riflessione sono davvero tanti, ma non mancano anche molti momenti di comicità e altrettanti di pura tenerezza.

Sia in questo libro che in Sotto la Porta dei Sussuri, Klune racconta l’omosessualità con una naturalezza per nulla scontata, nemmeno ai giorni nostri. Quello che da molti viene definito “diverso”, diventa qui  semplicemente “ordinario” (aggettivo per cui ringrazio due mie carissime amiche lettrici).

Vorrei tuttavia fare un appunto, in quanto c’è una frase ricorrente, “chi non denuncia è complice”, che dimostra il controllo ossessivo del governo sugli esseri magici; ma la stessa frase può in realtà avere un significato estremamente positivo, soprattutto nel nostro Paese, dove tutti conosciamo il significato di “omertà”: concetto talmente avulso alle altre culture, che spesso non hanno nemmeno una parola con cui esprimerlo (in inglese, ad esempio, viene tradotto con una perifrasi). A onor del vero, bisogna riconoscere che lo slogan va sicuramente contestualizzato in questa storia semi-distopica, e comunque nel testo originale suona diverso: “ if you see something, say something” (“se vedi qualcosa, dillo”). Il merito di aver colto questo cavillo va alla mia cuginetta cui nulla sfugge ;-)

Ma a parte questa puntualizzazione sulla traduzione, alcune frasi mi sono rimaste nel cuore:
- “Casa è il posto dove possiamo essere noi stessi”. (p. 108).
E soprattutto, la mia preferita in assoluto e che tanto mia aiuta a vivere meglio:
- “… il sole splendeva. Era una giornata talmente bella. Sarebbe stato un vero peccato rovinarla con le parole di un ignorante fanatico.” (p. 169).

Ebbene sì, sono già pronta a leggere il seguito :-D

PS: Arthur Parnassus fa ufficialmente parte delle mie crush 2026 ;-D

Au revoir, mes amis! :-D



martedì 12 maggio 2026

I libri di Kerry: L’enciclopedia delle fate di Emily Wilde

Da tanto desideravo di perdermi tra le pagine di L’enciclopedia delle fate di Emily Wilde 
di Heather Fawcett, e nonostante provassi tale desiderio da parecchio, questo cozy fantasy è riuscito comunque a superare di gran lunga le mie aspettative. 
Emily Wilde non è una ragazzina, bensì una ricercatrice dell’università di Cambridge, e il suo campo di ricerca è costituito dalle fate. Badate bene, il mondo di Emily è in tutto e per tutto uguale al nostro, tranne che per un particolare: nessuno mette in dubbio l’esistenza delle creature fatate. Dimenticatevi della fata turchina o della fata madrina, con i loro cappelli a punta, le lunghe vesti e un’espressione bonaria e condiscendente sempre stampata sul volto: qui si tratta invece delle fate del folklore, quelle di cui si dovrebbe aver paura se le si fa arrabbiare. 

E questi esseri fatati hanno un aspetto raccapricciante o una bellezza intera e meravigliosa, a seconda della specie di cui fanno parte. I tipi di fate sono infatti davvero moltissimi, e di loro si sa ancora ben poco. Motivo per cui Emily Wilde vuole essere la prima  a catalogarle e stilarne un enciclopedia. 
E come spesso mi sono ritrovata dire, parlandone con le mie amiche del caffè letterario I libri di Kerry, questo romanzo ha un taglio quasi scientifico, che personalmente non mi ha annoiata, ma anzi ho trovato interessante approfondire le mie conoscenze sulle creature magiche del folklore europeo.
La “driadologia”, ovvero lo studio delle creature fatate, sembra infatti essere una scienza vera e propria, e come tale viene vista per tutta la narrazione.

Emily è una donna intelligente e preparata, senza risultare, a mio avviso, mai pedante o troppo perfetta. La simpatia non è certo la sua caratteristica principale, sebbene non sia nemmeno antipatica; eppure è riuscita a farmi ridere più volte, con i suoi commenti onesti e diretti, ma mai pronunciati ad alta voce per buona educazione, come quando ripete, per almeno tre volte, che i cibi e le bevande che assaggia a Ljosland sono buoni, ma dal sapore affumicato (p. 21-22). Oppure quando si domanda fra sé: “ perché ogni volta che cerco di rimediare a una gaffe riesco sempre a fare di peggio?” (p. 226).


Ho amato la saggezza di questa meticolosa ricercatrice che sostiene di avere “pochissima pazienza quando si tratta di faccende domestiche […] Una casa è solo un tetto sulla testa.” (p. 31). E come non essere d’accordo con lei quando confessa di apprezzare le persone schiette? “La schiettezza elimina il lavoro di interpretazione delle conversazioni”, (p. 44). Allo stesso modo ho adorato la sua descrizione della prevedibilità del suo ex Leopold: “Non capisco perché alla gente dovrebbe dare fastidio: è molto rilassante sapere cosa stanno per fare gli altri.” (p. 257).

Credetemi: ho veramente vissuto la lettura di questo libro come una boccata di aria fresca.
Infine vi svelo un mio personalissimo segreto: sono anch’io rimasta, come tutti, super affascinata dal suo unico amico, Wendell Bambleby, i cui occhi “non sono veramente neri, ma del verde di una foresta al crepuscolo”, (p. 75), e che se ne esce con frasi adorabilmente ciniche, quali: “Quest’assurdità della filantropia potrebbe cominciare a piacermi.” (p. 252). 
Brambleby è uno degli svariati motivi per cui vale la pena leggere questo particolarissimo trattato… pardon!, romanzo.

Una cosa (utile? forse addirittura preziosa?) che ho imparato leggendo questo libro: le creature fatate sono estremamente volubili, e “sono tutte mancine, senza eccezioni” (p. 32).

Au revoir, mes amis! :-D